Sport acquatici, attenzione all’orecchio del surfista
Acqua fredda e vento possono favorire l’esostosi del condotto uditivo: i consigli del professor Mario Turri Zanoni per prevenirla
Nuoto, vela, windsurf, kitesurf, canottaggio e immersioni sono tra le attività più praticate durante l’estate. Sport che fanno bene al fisico e permettono di vivere pienamente mare e lago, ma che possono esporre l’apparato uditivo a un problema poco conosciuto: la cosiddetta “orecchio del surfista”, ovvero l’esostosi del condotto uditivo esterno.
Si tratta di una crescita benigna e progressiva di tessuto osseo all’interno del canale uditivo, provocata soprattutto dall’esposizione ripetuta nel tempo ad acqua fredda e vento. Una sorta di reazione di adattamento dell’organismo che, con il passare degli anni, può determinare un restringimento sempre più marcato del condotto.
A spiegare caratteristiche, rischi e prevenzione è il professor Mario Turri Zanoni, primario dell’Otorinolaringoiatria dell’ospedale di Cantù e docente all’Università degli Studi dell’Insubria.
Il disturbo è particolarmente frequente tra chi pratica abitualmente sport acquatici, non soltanto tra i surfisti. Possono esserne interessati anche velisti, kiters, canoisti, subacquei e nuotatori che trascorrono molto tempo in acqua, soprattutto quando le temperature sono basse o l’attività viene svolta in condizioni ventose. Qualche bagno estivo occasionale non rappresenta generalmente il problema: il rischio cresce soprattutto dopo anni di esposizione ripetuta.
Uno degli aspetti più insidiosi è rappresentato dai sintomi iniziali, spesso lievi e facilmente sottovalutati. Tra i primi segnali possono comparire una persistente sensazione di orecchio tappato dopo il bagno, difficoltà a far uscire l’acqua dal condotto, episodi ricorrenti di otite esterna e una temporanea riduzione dell’udito.
Con il restringimento del canale, infatti, anche piccole quantità di acqua o cerume possono diventare sufficienti a provocare un’ostruzione. Quando questi episodi si ripetono, il consiglio è quello di sottoporsi a una visita otorinolaringoiatrica.
Importante anche distinguere l’esostosi dalla più comune otite estiva da piscina. L’otite esterna è un’infezione acuta della pelle del condotto uditivo che può comparire rapidamente e provocare dolore intenso, secrezioni e fastidio accentuato toccando il padiglione auricolare. L’orecchio del surfista, invece, è una modificazione anatomica che si sviluppa lentamente, spesso senza provocare dolore.
Le due condizioni possono però essere collegate. Il restringimento provocato dall’esostosi facilita infatti il ristagno di acqua e cerume, creando condizioni favorevoli alla comparsa di infezioni ricorrenti.
La diagnosi è relativamente semplice. Durante una visita specialistica viene effettuata un’otoscopia, attraverso la quale è possibile osservare direttamente il condotto uditivo e il timpano. Oggi vengono utilizzate anche telecamere ad alta definizione che permettono di mostrare al paziente la situazione dell’orecchio. L’esame è rapido e indolore.
Soltanto nei casi più avanzati, soprattutto quando si deve valutare un eventuale intervento chirurgico, può essere richiesta una Tac ad alta risoluzione dell’osso temporale, utile per analizzare con maggiore precisione l’anatomia del condotto.
Una volta formate, le escrescenze ossee non regrediscono spontaneamente e non esistono farmaci in grado di eliminarle. Questo, però, non significa che sia sempre necessario ricorrere alla chirurgia. Nei casi lievi è generalmente sufficiente mantenere sotto controllo la situazione con visite periodiche e adottare adeguate misure di prevenzione.
L’intervento viene preso in considerazione quando il canale uditivo risulta quasi completamente ostruito oppure quando compaiono otiti ricorrenti, ristagni persistenti di acqua o una significativa riduzione dell’udito.
La chirurgia consiste nella rimozione delle escrescenze ossee per ripristinare il normale diametro del condotto. Nei centri specializzati l’operazione viene eseguita con tecniche sempre più precise, utilizzando microscopio e, in alcuni casi, endoscopio. Dopo l’intervento, il ritorno agli sport acquatici richiede generalmente da sei a otto settimane, anche se i tempi dipendono dall’estensione della procedura e dalla guarigione.
La prevenzione rimane quindi l’arma più importante. Per chi pratica frequentemente sport acquatici può essere utile indossare tappi auricolari specifici, meglio ancora se realizzati su misura, e utilizzare fasce o cappucci in neoprene quando si entra in acqua fredda o in presenza di vento.
Dopo il bagno è consigliabile asciugare delicatamente l’orecchio con un asciugamano e inclinare la testa per facilitare la fuoriuscita dell’acqua. Se necessario, può essere utilizzato un asciugacapelli a temperatura tiepida, mantenuto a distanza di sicurezza.
In alcuni soggetti predisposti lo specialista può indicare anche l’impiego di specifiche gocce auricolari, mentre è fortemente sconsigliato l’utilizzo di cotton fioc o altri oggetti all’interno del condotto. Questi strumenti, oltre a non eliminare realmente acqua e cerume, possono provocare piccole lesioni della pelle e favorire così l’ingresso di microrganismi e la comparsa di otiti.
Il messaggio, soprattutto per chi trascorre molte ore in acqua durante tutto l’anno, è quello di non sottovalutare segnali apparentemente banali. L’orecchio del surfista si sviluppa lentamente e può restare silenzioso per molto tempo, ma proteggere l’udito da acqua fredda e vento, evitare ristagni e rivolgersi allo specialista ai primi disturbi può fare la differenza.

