QUANDO VIVERE ERA UN RISCHIO. E OGGI E’ UN REATO CON UN NOME PRECISO di Enzo Santambrogio
Enzo Santambrogio, artista comasco. eclettico e versatile, spazia dalla scultura alla fotografia, dal design alla pittura. Enzo si ritiene uno sperimentatore estremo che da anni osserva il mondo cercando nuovi sistemi per esprimersi attraverso l’arte.
Quando vivere era un rischio… e oggi è un reato con un nome preciso

C’è una differenza sottile tra evoluzione e sterilizzazione. Sottile, ma taglia come un rasoio. Non la vedi subito, non fa rumore, ma quando entra lo senti. Perché mentre ci raccontiamo che il mondo è diventato più civile, più rispettoso, più corretto… sotto sotto è diventato anche più rigido, più sospettoso, più pronto a metterti un’etichetta addosso al primo passo fuori linea. Non esiste più il margine, lo spazio grigio, l’errore umano che resta umano. Oggi non sbagli più: oggi commetti qualcosa che ha già un nome, una categoria, una conseguenza. E spesso quel nome arriva prima ancora che tu abbia capito cosa hai fatto.
Una volta stavi sotto casa di quella che ti piaceva. Ore. Senza telefono, senza distrazioni, solo tu e quella finestra che decideva tutto. Il tempo si allungava, si deformava, diventava quasi una prova di resistenza. Se andava bene eri uno con le palle, uno che ci aveva creduto davvero. Se andava male eri uno che aveva perso tempo, ma almeno avevi giocato la partita. Male che andava, scendeva il padre, ti guardava storto e ti diceva di non rompere le palle alla figlia. Finiva lì, senza denunce e tribunali
Oggi è stalking. Denuncia. Fascicolo. Fine della poesia, prima ancora che inizi.
Una volta a lavoro ti dicevano: “non sei capace, rifallo”. Non era elegante, non era gentile, ma era chiaro come uno schiaffo dato bene. Non ti lasciava spazio per fraintendimenti. O miglioravi o cambiavi mestiere, e in mezzo c’era solo il tuo orgoglio che decideva cosa fare. Era brutale, sì, ma funzionava.
Oggi è mobbing. Si apre un caso, si convocano riunioni, si pesano le parole. Si protegge la forma e si perde la sostanza. E il problema resta lì, intatto, seduto alla stessa scrivania.
Una volta insistevi. Non sempre con classe, spesso con quella testardaggine un po’ stupida ma dannatamente viva. Riprovavi, cambiavi approccio, prendevi qualche porta in faccia e tornavi. E a volte funzionava proprio perché non mollavi, perché eri disposto a stare scomodo.
Oggi sono comportamenti molesti, pressione indebita. Hai superato una linea che nessuno ti ha mai spiegato davvero, una linea mobile, invisibile, che scopri solo quando è troppo tardi.
Una volta facevi una battuta pesante a un amico. Non per cattiveria, ma per quel codice storto che esiste tra chi si conosce davvero. Se rideva eri dentro, se si incazzava e chiarivate con un bianchino al bar, magari con toni ancora peggiori.Ma restavate veri.
Oggi è discriminazione, segnalazione. Basta una frase fuori posto e ti ritrovi etichettato, escluso dal gruppo social, magari silenziato. Non conta il contesto, conta la parola.
Una volta entravi in un bar e parlavi con uno sconosciuto. Così, senza motivo. “Di dove sei?”, “che fai?”. Era l’inizio di qualcosa o di niente, ma era movimento. Da lì poteva nascere tutto: un lavoro, un’amicizia, una storia sbagliata.
Oggi sei invadente. “Creepy”. Violazione dello spazio personale. Meglio abbassare lo sguardo e stare al proprio tavolo.
Una volta passavi senza avvisare. Suonavi e vedevi che aria tirava. Era un gesto semplice, diretto, quasi ingenuo. Se eri benvenuto lo capivi subito, se non lo eri ancora più velocemente.
Oggi devi chiedere, aspettare, incastrarti tra mille impegni. Altrimenti è invasione dei confini personali.
Tradotto: non disturbare, non uscire dal tuo perimetro, non rischiare di essere fuori posto.
Una volta il capo alzava la voce. Non era giusto, non era bello, ma era chiaro. Capivi subito dove avevi sbagliato e dove intervenire.
Oggi è abuso di potere. Allora si gira attorno alle cose, si scelgono le parole, si addolcisce tutto… e intanto nessuno decide un cazzo, nessuno prende davvero il problema e lo sbatte sul tavolo.
Una volta si litigava davvero. Parole dure, magari troppo, dette male e dette forte. Ma vere. Poi birra, stretta di mano, e avanti. Si metabolizzava, si cresceva, si restava.
Oggi è comunicazione aggressiva. Si taglia, si blocca, si cancella. Non si affronta, si elimina.
Una volta rischiavi. Aprivi, provavi, sbagliavi. Ti facevi male e imparavi qualcosa che non ti insegnava nessuno.
Oggi devi valutare tutto: compliance, responsabilità legale, risk assessment. Devi sapere prima di fare. E sai qual è il risultato? Che non fai più niente. Resti fermo, perfetto, inutile.
Una volta il “no” lo prendevi in faccia. Faceva male, ti piegava, ma ti costruiva. Ti insegnava a stare al mondo senza protezioni.
Oggi anche un “no” può diventare microaggressione, esclusione, problema. Anche il rifiuto deve essere gestito, filtrato, accompagnato.
E allora no, non è vero che prima era meglio. Sarebbe troppo facile dirlo.
Prima era più duro, più sporco, più ingiusto in mille modi, e tanti errori erano davvero errori.
Ma c’è una cosa che oggi manca, e si sente.
Prima potevi sbagliare senza sapere come si chiamava quell’errore. Era tuo, te lo tenevi addosso, lo capivi dopo.
Oggi ogni errore ha un nome, un’etichetta, una procedura. È già stato classificato prima ancora che tu lo viva.
E quando ogni passo è classificato…
non stai più vivendo.
Stai solo cercando, disperatamente,
di non finire nella categoria sbagliata.




