“Dinamiche dominanti”, tutti i protagonisti della mostra a Bellagio
Alla Torre delle Arti di Bellagio, domenica 3 maggio alle ore 16 si terrà la mostra d’arte “Dinamiche dominanti”
Nel pomeriggio di domenica 3 maggio avrà luogo la mostra d’arte Dinamiche dominanti, che si terrà alle ore 16 presso la Torre delle Arti di Bellagio (salita Plinio, 25). Il titolo è stato scelto da Davide Andreoli e rimanda alla teoria dell’equilibrio di Nash: in un gruppo, ognuno sceglie la strategia migliore per sé fino a pervenire a un punto di stabilità in cui tutti rispondono in modo ottimale agli altri, cosicché nessuno ha motivo di modificare lo status quo.
Il curatore della mostra Filippo Borella ai microfoni di CiaoComo Radio
In questa esposizione itinerante diversi artisti si confrontano sul tratto come gesto consapevole, scelta identitaria e relazione. Le differenze non si annullano, ma entrano in tensione e ogni contributo mantiene la propria forza. Ogni mostra è un breve viaggio, il visitatore sia consapevole che l’arte non è una faccenda di persone perbene. È inutile che lo spettatore cerchi nella visione di un’opera d’arte contemporanea qualcosa che lo consoli. Troverà solo qualcosa che lo dilanierà. L’arte ti costringe a confrontarti con il tuo lato oscuro. È il meraviglioso e il mostruoso insieme. (Lea Vergine)
Ecco tutti i protagonisti della mostra:
Dopo aver iniziato nella pittura ad olio, Davide Andreoli è approdato al tatuaggio; indipendentemente che dipinga sulla pelle o su altri supporti, resta intatta l’identità del segno. Aperto al confronto critico e personale con le innumerevoli correnti che hanno attraversato il panorama artistico del ‘900, la sua produzione spazia da un realismo di marca espressionista, più evidente quando affronta temi cari al mondo del tatuaggio, fino a visioni oniriche surreali, prevalenti nella ricerca pittorica pura.
Le opere esposte avvincono e catturano lo sguardo, tanto per la composizione quanto per il canto del colore. In alcune esplode una ferocia visiva naif, vicina a quella di Antonio Ligabue o del Doganiere Rousseau; in altre freme un brulichio vitale alla Mirò, che si sovrappone a un comporre e ricomporre metamorfico di stampo surrealista e cubista. Sono documenti di un mondo interiore complesso e inquieto. Cifra stilistica costante la politezza di superfici, bombate e smaltate, in bilico tra superficie e volume, e la qualità raffinata delle le linee avvolgenti e fluttuanti.
Lo stile di Manny Lyn è strettamente intrecciato alla sua attività come artista del tatuaggio. L’artista è vicina all’insegnamento di Rosie Camanga: ripropone l’iconografia cult del tatuaggio tradizionale, infondendovi una dirompente vitalità grazie alla forza del colore e alla qualità pungente e nervosa del segno stringente. Anche le volute piccole “imperfezioni”, come in Camanga, sono un modo per dare veridicità e carattere alle immagini. L’evidente sintesi formale, la fresca spontaneità e l’urgenza comunicativa avvicinano lo stile di Manny Lyn all’arte folk.
Nelle tavole in mostra, corpi femminili vestiti di tattoo esprimono sensualità aggressiva e morbida ad un tempo. I giochi grafici del nero valorizzano per contrasto il colore. Nei fogli in cui vengono composti repertori di motivi, ciascuno incentrato su un tema di fondo, il ritmo compositivo e l’ equilibrio cromatico assicurano coerenza e unitarietà alle composizioni, da gustare sia nel loro insieme sia nel singolo delizioso dettaglio.
In geometria le linee parallele non si incontrano se non all’infinito, ma nella prospettiva rinascimentale esse si incontrano in un punto, ente privo di dimensioni eppure capace di condensare l’infinito. I punti di fuga di tutti gli insiemi di parallele, che corrono nello spazio secondo diverse inclinazioni, creano una linea, essa stessa infinita: l’orizzonte… una sorta di cortocircuito logico. La linea di contatto tra terra è cielo, tra pieno e vuoto, è anche frontiera tra bidimensione e tridimensione, tra finitezza e incommensurabile, tra realtà e mistero. In “Orizzonti” Filippo Borella, curatore della mostra, restituisce a tale linea afflato poetico grazie alla scelta tonale. L’artista ha atteso, nelle albe o nei tramonti, l’istante luminoso e cromatico particolare e perfetto, carico di suggestioni epifaniche, da riportare sul supporto. In mostra sono esposti diversi acquarelli, studi preparatori colti dal vero, e alcuni oli con zip che da essi derivano.
Il gesto di tagliare la tela allude alla dimensione ulteriore sottesa all’orizzonte, la zip assicura la possibilità di incontro tra le diverse dimensioni dell’esistenza.
Artista visivo e tatuatore, Dario Palermo è impegnato sui temi del viaggio, della trasformazione e dell’identità. Ogni tela è una pelle simbolica, i segni vi esprimono memoria, dolore fede.
Dall’incontro col realismo duro e sobrio neederlandese e nordeuropeo, e con la cultura messicana con la sua religiosità emotiva e ingenua e il suo mondo immaginifico potente intessuto della semplicità degli ex-voto e della potenza dei muralisti, la sua ricerca è approdata a una forte drammaticità e a un intenso dinamismo, a dispetto dei piccoli formati. Lo spazio è denso di figure, la gestualità è accesa, il clima è concitato, la diagonalità prevalente nelle composizioni esaspera l’espressività delle scene. La matericità dell’olio è aggredita dal gesto dell’artista che con la pennellata plasma e col graffio ferisce per fare riemergere la luminosità del supporto. Tutto è attraversato da una tensione che appare incontenibile. A volte compaiono simboli religiosi e figure silenziose, senza volto, in atteggiamenti meditativi, a introdurre, col loro candore, un anelito di giustizia.
La parte di performance è invece affidata a:

“Usando il vostro corpo, modificando il vostro corpo, bucando il vostro corpo si può entrare in diversi stati di coscienza e scoprire la vera natura della vita e di se stessi”. (Fakir Musafar)
Il dolore, temuto e allontanato nella società occidentale, in molte pratiche orientali e dei nativi americani diviene strumento per scindere la mente dal corpo, per una più piena e alta conoscenza del sè. Bruno Valsecchi pratica la body art e la body suspension come vie di apertura culturale e mentale, di emancipazione e di espressione.
In THE BODY il corpo è proposto come ponte per essere nel mondo presenza attiva e interattiva: attraverso il corpo conosciamo ciò che è altro da noi ed esprimiamo il “noi”, attraverso il corpo intessiamo relazioni. Secondo le neuroscienze, attraverso il corpo agiamo le nostre decisioni migliori e più sincere. Il “sesto senso” sembra infatti coincidere con una memoria emotiva, di pelle, costituita da marcatori somatici: è questo meccanismo pre-razionale e sapiente che ci permette di riconoscere la realtà e di ri-agire in modo efficace. “Le nostre azioni migliori e i pensieri più elaborati, le nostre gioie e i nostri dolori più grandi, tutti impiegano il corpo come riferimento”. (Antonio Damasio)

L’artista esalta in “La vie en rose (Oltre l’Equilibrio di Nash)” la capacità rivoluzionaria dell’amore. In un mondo instabile, in cui l’istinto economico e di sopravvivenza ci induce a costruirci sacche consolatorie di false certezze, amare è scegliere di restare senza difese e senza calcoli in una relazione in divenire. Nella teoria di Nash, le persone scelgono un equilibrio non cooperativo e protettivo, dando vita a una stasi comoda ma di compromesso. L’amore, se è tale, è dirompente e dilania tale equilibrio. Non sta nel compromesso, lo supera. È vivo, e in quanto tale, in continua trasformazione. È coraggioso, perchè sceglie la vulnerabilità.
Gudrun de Chirico agisce il suo pensiero: nella danza contemporanea il corpo esprime, al di là dei tecnicismi virtuosi della danza accademica, mentre si fa attraversare, incarnandole, da emozioni ed esperienze. È una comunicazione non mediata dal pensiero e dalla parola, dunque da carne e carne. Con le parole si addolcisce, si crea una distanza, si può mentire; col corpo mai. “La bellezza della danza risiede nella sua capacità di rompere le barriere e creare connessioni”. (Isadora Duncan)


