“Prima” del Sociale: spettacolo e appello ad essere consapevoli di quanto succede a Gaza. Applausi dall’economia, la politica e la cultura di Como
Ieri sera il teatro cittadino tirato a lucido ha accolto un folto pubblico per la prima d’opera “L’elisir d’amore” che ha dato avvio alla stagione. Alla fine gli artisti hanno lanciato un appello alla Pace accolto da applausi di partecipazione
Prima del Teatro Sociale, la serata di apertura della stagione comasca che richiama, come ogni anno, un folto pubblico di melomani, celebrità locali, ospiti e qualche parvenu che c’è anche se, in cuor suo, preferirebbe essere altrove e schivare le tre ore de “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti.
Ma questa volta iniziamo dalla fine. Dal dopo spettacolo quando, sugli applausi, meritati, a cantanti e figuranti, il Maestro del coro, Massimo Fiocchi Malaspina ha letto un appello per il “cessate il fuoco” a Gaza (qui sotto il testo integrale). Parole pronunciate a nome del cast, dello staff e delle maestranze del Teatro Sociale. Il teatro non ha il potere di fermare la guerra, ma ha il dovere di riaffermare la Pace, è uno dei passaggi dell’appello che si chiude con una frase di Pasolini Pier Paolo Pasolini, ci sono momenti nella storia in cui non si può essere ignari. Bisogna essere consapevoli. E non esserlo significa essere colpevoli.
Prima dello spettacolo, invece, il tradizionale momento di incontro nel foyer con il Presidente Teatro Sociale AsLiCo, Dominique Meyer e Barbara Minghetti direttrice della programmazione. Insieme a loro hanno fatto gli onori di casa Claudio Bocchetti e Massimiliano Mondelli, rispettivamente Presidente e Vice della Società dei Palchettisti, i proprietari del teatro cittadino.
Uomini in smoking e signore in lungo, un glamour contenuto e consono al mood del momento con la città e un po’ tutta la provincia sconvolta dagli eventi atmosferici che si sono aggiunti a quanto succede in molte parti del mondo infuocate dalla guerra.
C’era un po’ tutta Como a salutare l’avvio della Stagione del Sociale, rappresentanti dell’industria e delle professioni, operatori della cultura e dell’informazione, autorità con Anna Dotti, dal Consiglio di Regione Lombardia. Assenti Sindaco e assessore alla Cultura è stato Fulvio Anzaldo, Presidente del Consiglio Comunale, a rappresentare l’amministrazione della città.
Un appunto di eleganza per le nuove cravatte e foulard delle Maschere
Ogni giorno la cronaca riporta fatti e immagini che interrogano noi, sia come esseri umani che come rappresentanti delle istituzioni.
L’orrore del 7 ottobre, con l’attacco terroristico contro 500 studenti in Israele, con l’ignominia della deportazione degli ostaggi, ci ha portato a un punto di autodistruzione della convivenza, quando l’odio e il fanatismo hanno prevalso.
Ma poi quell’orrore si è trasformato in un orrore ancora più grande, fatto di silenzi, di silenzi che fanno male. Migliaia di morti, intere famiglie annientate, ospedali e scuole distrutti, bambini privati del proprio futuro, un popolo spogliato della propria terra, mentre crescono le ombre di interessi e speculazioni.
La situazione a Gaza diventa ogni giorno più drammatica e insostenibile. I bambini vengono uccisi, la popolazione viene sterminata, ambulanze, medici, infermieri, giornalisti vengono colpiti. Non è più tollerabile l’ostinazione a colpire indiscriminatamente, calpestando le leggi della guerra e i principi fondamentali dell’umanità. Non è più tollerabile l’illegalità delle azioni dei coloni e dell’esercito, che minano le radici e le prospettive di due popoli e di due stati.
In un mondo in cui la violenza sembra moltiplicarsi – dal Medio Oriente all’Ucraina, dall’Africa agli scenari dimenticati – la nostra voce, per quanto piccola, deve unirsi a quella di chi chiede la fine dei bombardamenti, delle rappresaglie, e il ritorno al dialogo e alla politica.
Il teatro, e tutti i suoi collaboratori, non hanno il potere di fermare la guerra, ma hanno il dovere di riaffermare i valori della pace, della giustizia e della convivenza. Come città di pace, lo dobbiamo alle vittime, lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle città ferite da Nablus a Netanya.
Come scrisse Pier Paolo Pasolini, ci sono momenti nella storia in cui non si può essere ignari. Bisogna essere consapevoli. E non esserlo significa essere colpevoli.
fotografie di Andrea Butti






