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Cookin' Music

Ascolta, mangia , bevi

SE03-04 Paolo Conte – Un gelato al limon -1976 – Un Gelato al limon

Cristiano Paspo Stella, il cantautore, Massimiliano Pini, il cuoco clandestino e Piergiorgio Ronchi, il beer sommelier, tornano in cucina per la seconda stagione di COOKIN’ MUSIC. Le materie prime sono sempre di grande qualità: musica, food culture e birre dal mondo

 

Il gelato è squisito. E’ un peccato che non sia illegale.

                                                                                           (Voltaire)

 

Terzo album di un cantautore monumentale quale può essere Paolo Conte. Dopo i primi due pubblicazioni con Lilli greco, Conte si prende una lunga pausa (durata quasi tre anni), nella quale si concentra sulle esibizioni dal vivo, vince il premio Tenco nel ’76, va in tournè con Piero Ciampi, Nada e Renzo Zanobi, artisti tutti conosciuti alla RCA.

Purtroppo quelle serate non ottengono grande successo e questo fatto porta l’artista a una crisi che sfocerà anche nel cambio del suo produttore; si affida quindi a Nanni Ricordi, prepara un nuovo lavoro e per gli arrangiamenti si affida a Paolo Fabi.

Questi decide di rinnovare completamente la formazione di Conte, come lo spinge a cambiare il suo metodo di lavoro. Si cambia, anche, studio di registrazione passando alla Castle Studios di Carimate. Alle chitarre entra Franco Mussida della PFM, al basso Patrick Dijvas e alla batteria Walter Calloni, altro session man della PFM. Il gruppo si completa con il clarinettista jazz Salvatore Giumento e il chitarrista Juan Carlos Biondini (già nella formazione di Francesco Guccini).

Anche la copertina del nuovo lavoro marca un cambiamento rispetto alle immagini figurative dei primi due album, si scegli una foto di Conte al pianoforte dove si intravede Azzolini al contrabbasso e in secondo piano Silvana Casarotto – dell’ufficio stampa della RCA – quasi a volere tornare a focalizzare il lavoro (anche visivamente) sulla figura primaria dell’artista.

Il gelato al limon è riconosciuto come un anello di congiunzione tra i primi due lavori e i dischi successivi di Conte, sia per musiche che per arrangiamenti; pur se i testi continuano la descrizione di una realtà italiana di provincia, ma sempre sul filo dell’ironia e dell’umorismo; le musiche invece si discostano da polche e mazurke dei primi due lavori, approdando al jazz mescolato a sonorità sudamericane.

Pur non avendo grandi numeri di vendite, il disco ebbe il merito di portare il cantautore al grande pubblico; questo grazie a pezzi quali Bartali e Sudamerica (brani inciso nello steso periodo da Enzo Jannaci e inserite nel suo album Foto ricordo). La stessa title track del disco venne reincisa da Lucio Dalla e Francesco de Gregori, ma con arrangiamento più rock, e inserita dai due nell’album Banana Republic.

 Cucina

Le prime apparizioni nella storia di bevande o dolci ghiacciati, simili al gelato, avvennero in Sicilia e furono il frutto della dominazione araba della nostra penisola nel IX° secolo.

Gli arabi erano soliti gustare delle bevande fredde chiamate sherbet, che si caratterizzavano per l’utilizzo di succhi di frutta distillati al gusto di limone, arancia, melograno, ciliegia, tamarindi e ciliegie; mischiate alla neve dell’Etna e delle montagne circostanti che congelava il succo in appositi recipienti, poi addolcito con zucchero di canna importato dalla Persia. Fu così nelle terre di Sicilia, nacque il primo antenato del gelato artigianale.

Stando alle ricostruzioni storiche dell’Istituto del Gelato Italiano, per assistere alla sua nascita ufficiale si deve aspettare il Rinascimentale. Nel Cinquecento l’architetto Bernardo Buontalenti, alla corte di Caterina de’ Medici a Firenze, servì il primo gelato. Siamo nel 1565 prima rivendicazione documentato con precisi ingredienti: latte, panna, albume d’uovo, sale, zucchero e limone. Un gelato del tutto simile a quello di oggi.

Il secondo importante avvenimento nella storia del gelato lo registriamo nel 1686, quando il cuoco siciliano Francesco Procopio dei Coltelli diede vita alla prima miscela perfetta, per produrre e confezionare il gelato. Forte di questa sua scoperta e di un curioso macchinario per la lavorazione dei sorbetti ghiacciati regalatogli dal nonno, l’intraprendente gelataio si trasferì a Parigi alla corte del re Sole, dove ebbe modo di aprire lo storico Cafè Procope e di far conoscere il gelato moderno in tutta la Francia e in Europa.

La prima gelateria, diciamo moderna, risale all’800 e precisamente negli Stati Uniti dove l’imprenditrice Nancy Johnson inventò e brevettò, nel settembre 1843, la prima gelatiera a manovella: si trattava di un mastello riempito di sale e ghiaccio, meccanizzato, con un cilindro metallico per l’impasto che veniva appunto rimescolato con una manovella. A seguito di successive difficoltà economiche la Johnson dovette vendere (pure per una cifra irrisoria) i diritti a William Le Young, il quale applicò al mastello un motore ottenendo un raffreddamento più uniforme del composto.

La vera rivoluzione deve ancora arrivare: quella del cono gelato. Siamo agli inizi del ‘900. Pur se tra mille controversie e accreditamenti possiamo dare la palma d’oro del gelato in cono all’italiano Italo Marchioni, emigrato a New York. Il 13 dicembre 1903 Marchioni si recò a Washington per ricevere il brevetto statunitense di un apparecchio di stampa per coppe da gelato commestibili da lui stresso costruito. Ma perché il cono? C’era la forte necessità di servire il gelato in un contenitore che non fosse di carta o vetro. Troppo costosi, molti andavano in frantumi e molto spesso non venivano restituiti. Marchioni voleva evitare perdite di denaro inutili nella sua attività.

Una seconda ipotesi è legata al pasticciere siriano Ernst Hamwi, che secondo alcune ricostruzioni del New York Times fu il primo a servire il gelato in una pasta croccante: la zalabia, un composto semi dolce cotto in una pressa per wafer. Hamwi si trovava alla Fiera Mondiale di St. Louis del 1904; per aiutare il gelataio dello stand accanto al suo che aveva terminato i piatti da gelato, iniziò ad arrotolare a forma di cono alcune delle sue cialde croccanti e a riporvi del gelato.

Questa seconda storia è più poetica e ci piace ma sia come sia … grazie a tutti per averci dati questa deliziosa pietanza dolce che tanto ravviva le nostre giornate estive, quanto e non solo, quelle di tutto l’anno.

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Birra

Leghiamo la nostra ricetta – certo il gelato che il gelato si può fare tranquillamente a casa e senza gelatiera per giunta – con la birra… curiosi? Prendete un bicchiere capiente, per esempio la coppa dell’Orval e riempitelo per un terzo di birra; aggiungete tre palline di gelato e mescolate. Decorate con panna montata e una ciliegia al maraschino.

Questa intesa tra gelato e birra ha una storia un po’ più articolata che vale la pena di sentire; si chiama float e nasce a Philadelphia nel 1864, quando Robert McCay Green, finito il ghiaccio, cominciò a usare il gelato per raffreddare e continuare a servire le sue bevande gassate. Questa versione analcolica o poco più, che prevede l’utilizzo di root beer, venne poi modificata con l’aggiunta della birra (vera!) al posto di un soft drink; era nata la beer float.

La coppa dell’Orval è il famoso bicchiere prodotto dall’omonimo birrificio la brasserie Orval in Belgio; una coppa semisferica che consente di accogliere copiosamente la schiuma e esaltando al pieno i sapori. Quelle originali riportano il disegno di una trota, questo – e vi vogliamo raccontare anche questa altra storia curiosa – alle origini, con la fondazione dell’abbazia, Matilde di Canossa stava visitando il luogo quando smarrì il suo anello nuziale nel fiume che scorre lì vicino. Dopo aver pregato affinché tornasse in possesso dell’anello, una trota apparve sulla superficie dell’acqua con l’anello in bocca. La donna esclamò “Questa è davvero una Valle d’Oro!“, da cui deriverebbe il nome appunto di Orval.

Le root beer o birra di radice sono bevanda gassate e dolcificate, preparate originariamente con l’aroma della radice o della corteccia di sassofrasso. Bevanda popolare nel Nord America, storicamente nasce come birra leggera dalla gradazione alcolica molto bassa ma si afferma come soft drink analcolico durante il periodo del proibizionismo (tra gli anni ’20 e ’30).

 

Per una perfetta beer float:

 

Un buon mezzo litro di Samuel Smith Nut Brown Ale

tre palline di gelato gusto fiordilatte

una ciliegia al maraschino

panna montata q.b.

 

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