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LOCARNO FILM FESTIVAL Il Pardo d’onore Manor 2022 a Kelly Reichardt - CiaoComo
Fuori provincia

LOCARNO FILM FESTIVAL Il Pardo d’onore Manor 2022 a Kelly Reichardt

Generico aprile 2022

di Davide Fent

 

Il Locarno Film Festival renderà omaggio a Kelly Reichardt, una delle voci più originali e indipendenti del cinema americano contemporaneo, cui verrà consegnato il Pardo d’onore Manor nella serata di venerdì 12 agosto, in Piazza Grande. Sabato 13 allo Spazio Cinema, Reichardt sarà al centro di una conversazione con il pubblico, che nel corso di Locarno75 potrà rivedere due titoli della sua carriera: Meek’s Cutoff (2010) e Night Moves (2013).

Con First Cow (2019), film di apertura di Locarno 2020, il cinema di Kelly Reichardt si è imposto definitivamente come una delle ricerche poetiche e formali più appassionanti e innovative del cinema statunitense, riflettendo nuova luce sull’America e le sue storie. Attraverso le sue opere, segnate da un’intensa ricerca sul realismo e realizzate nel segno di una fiera indipendenza creativa e produttiva, la cineasta ha saputo riscrivere generi popolari – il thriller, il western, il road movie – assumendo punti di vista inediti e marginali, rivelando la sua singolarità, e anticipando questioni come la rappresentazione femminile e la crisi ecologica, oggi di strettissima attualità. Il Locarno Film Festival celebra questa figura innovatrice attraverso il Pardo d’onore Manor, assegnato ogni anno a una personalità straordinaria del cinema di ogni epoca.
PER IL POMPIDOU Reichardt ha realizzato due cortometraggi per la serie Où en êtes-vous? che dal 2014 il museo parigino commissiona agli artisti al centro delle proprie retrospettive, presentati online lunedì e seguiti da una conversazione a distanza con la regista in attesa di incontrarla di persona in ottobre. Nel secondo corto l’autrice di First Cow si sposta sulla costa Ovest, a Long Beach in California, dove c’è l’atelier a cielo aperto in cui lavora la scultrice Jessica Jackson Hutchins, e dove Reichardt incontra anche i lavori di Alex Demetriou.

«Volevo filmare anche altri artisti – poi è arrivato il Covid e non ho potuto continuare l’esperienza, ma sono stata fortunata ad avere qualcosa da montare mentre ero chiusa a casa nel periodo del lockdown». Nei suoi due lavori realizzati nell’ultima fase della presidenza Trump – «mentre giravamo nello studio di Michelle lei come tutti noi stava ascoltando il primo processo per l’impeachment di Trump, ma non volevo che ’entrasse’ nel film quindi lo abbiamo interrotto durante le riprese» – la regista si concentra in particolare sul processo creativo femminile: «Negli ultimi anni stiamo vedendo sempre più lavori di donne, artisti neri e delle Prime nazioni. Mi interessa ascoltare queste voci: in America abbiamo vissuto una lunga fase in cui degli imbecilli erano alla guida del Paese, c’era bruttezza ovunque, e l’unica cosa che ci ha sostenuti è stata l’arte, il pensiero che questi mostri non fossero al centro di tutto. È stato un modo per impedire che quell’orribile famiglia consumasse tutto il nostro ossigeno con la sua misoginia, il razzismo: la proliferazione di voci nuove e diverse è stata una risposta a tutto questo, un modo per poter continuare a respirare».
Dopo due film ambientati nel mondo contemporaneo, Kelly Reichardt era tornata nell’America dell’Ottocento per raccontare la storia di un patto di amicizia tra due outsider, in un western atipico e, come spesso vengono definiti i suoi film, minimalista. Come in Meek’s Cutoff (2010) i luoghi sono parte integrante della storia: là erano le praterie, qui i boschi dell’Oregon in cui tra freddo e fango si muovono cacciatori e avventurieri .

La storia di First Cow inizia con una donna che, durante una passeggiata, ritrova due scheletri affiancati nel bosco. Da qui veniamo trasportati nell’inospitale, seppure affascinante, ambiente dell’Oregon del 1820, quella frontiera del Nord Ovest degli Stati Uniti “dove la storia non è ancora arrivata” e dove il taciturno e talentuoso cuoco “Cookie” Figowitz (John Magaro) cucina al seguito di un gruppo di cacciatori di pellicce, con il sogno segreto di aprire una propria attività in California.

Cookie trova un interlocutore meno rozzo dei suoi compagni di viaggio nell’immigrato cinese King-Lu (Orion Lee), anche lui in cerca di fortuna e con un passato forse non proprio limpido. Due vite ai margini, due solitudini, l’inizio di una collaborazione e di una – solo in apparenza – improbabile amicizia, cementata dal desiderio di entrambi di avere successo e diventare ricchi. Cookie sa preparare meravigliose frittelle che vanno a ruba al mercato locale, grazie anche all’abilità di venditore di King-Lu.
Ma il progetto di fare fortuna di Cookie e King Lu è legato a un ingrediente segreto, il latte fornito da una mucca, la “first cow” del titolo, prima e unica mucca giunta in quelle lande così lontane dalla civiltà. La mucca è proprietà di un ricco fattore (Toby Jones) che pur gustando le frittelle di Cookie, non reagisce bene quando scopre di essere derubato.
Il suo è un cinema nomade, errabondo, “spaesato”, profondamente radicato in una realtà sociale e territoriale che si preme di comunicare per immagini. Un cinema che, come i suoi personaggi, cammina ai margini dei circuiti cinematografici, facendo eco prevalentemente negli ambienti festivalieri e infine costretto a rimanere in silenzio, lontano dai riflettori. Perché silenzio e distanza sono parole che si fanno aghi decisivi nel definire la trama e il tessuto della carriera cinematografica di Kelly Reichardt. Nel panorama italiano il suo cinema è praticamente ignoto, nonostante ogni suo lavoro venga puntualmente accolto con acceso interesse della critica quando la regista presenzia al festival di Berlino, nel 1994 con l’esordio River of Grass e il recentissimo First Cow, oppure al lido di Venezia dove venne presentato nel 2010 il western revisionista Meek’s Cutoff e il bistrattato Night Moves.

Come dicevamo in apertura, il suo cinema irradia lo stesso spirito nomade che guida i suoi personaggi, avventurieri perdenti, figure ai margini della società, anime solitarie in cerca di una propria identità, di una realizzazione che mai si manifesta. Kelly Reichardt inizia la sua carriera su questa onda, raccontando il bisogno di ritrovare un contatto umano, narrando i viaggi e le gesta di persone comuni dell’eterno continente americano. Che sia una fuga dal ruolo di madre e moglie, come la protagonista di River of Grass; la speranza di ritrovare un vecchio amico, che sia un tentativo vano non importa, come avviene nel viaggio di un giorno dei due amici di Old Joy; l’assoluta certezza che in Alaska ci sia possibilità di lavoro, fuggendo da un passato familiare di cui non ci è dato sapere, come per Wendy, primo personaggio che segna la collaborazione tra Reichardt e la sua musa Michelle Williams; in cerca di fortuna nella wilderness dell’Oregon Trail del 1845, sperando di trovare il sentiero per una incontaminata terra da colonizzare; pur in contesti sociali diversi, tratteggiando la pura e semplice speranza di aver trovato un affetto in una società imbrigliata nei suoi rigidi codici morali e sociali, come per le quattro certain women del Montana; e infine, specularmente al film precedente, ritrovarci soci d’affari e soprattutto amici in un’altra wilderness americana che sarebbe stata contaminata da lì a poco dalle logiche capitalistiche incarnate dall’arrivo di una prima e docile vacca da latte in un paesino dell’Oregon.

Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival ha così motivato il premio «Interpretiamo il 75esimo anniversario del Festival non solo come un’occasione per voltarsi indietro, ma come un’opportunità per immaginare il futuro. La scelta di omaggiare Kelly Reichardt, segno di un cinema contemporaneo, in pieno svolgimento, partecipa del desiderio di guardare avanti, abbracciando le diversità e i cambiamenti. Espressione della capacità inesauribile del cinema statunitense di reinventarsi, Kelly Reichardt è oggi, forse, la cineasta più appassionante in attività».

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