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Rosanna Panelli Marvulli "Abbagnano ua vita per la filosofia. Opere, documenti, ricordi" - CiaoComo
Cultura

Rosanna Panelli Marvulli “Abbagnano ua vita per la filosofia. Opere, documenti, ricordi”

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di Davide Fent

 

Che Nicola  Abbagnano sia una delle maggiori figure della filosofia e della cultura italiana del Novecento è un fatto noto. Altrettanto risaputo è che la sua Storia della filosofia e il Dizionario di filosofi siano considerati, nel loro genere, fra i contributi migliori a livello internazionale.

Tuttavia, sebbene egli occupi un posto di primo piano nel pensiero filosofico del secolo scorso e sebbene i suoi manuali di storia della filosofia, e quelli aggiornati e ampliati da Giovanni Fornero, suo migliore allievo e autore dell’introduzione del saggio leggibilissimo e completo di Rosanna Panelli Marvulli  Abbagnano. Una vita per la filosofia. Opere, documenti, ricordi (UTET edizioni, pagine 288),  siano tuttora i più diffusi nelle scuole del nostro paese  – e quindi il suo nome continui a circolare con autorevolezza nei licei e nelle università – della vita del filosofo salernitano non si conosce molto. Ciò vale soprattutto per il grande pubblico ed, in parte, anche per gli studiosi.

Ben venga dunque questa profonda biografia  della sua  segretaria Rosanna Marvulli, che ne delinea in modo documentato la vicenda umana e culturale, fornendo preziose informazioni su eventi di cui è stata testimone diretta e che, in certi casi, solo lei poteva conoscere a fondo (si vedano per esempio le pagine in cui racconta come avvenne la stesura del Dizionario di filosofia, che Norberto Bobbio ha definito «la fatica più improba della sua vita»).

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Primogenito di una famiglia della borghesia intellettuale salernitana, Nicola Abbagnano termina gli studi classici a 17 anni ed inizia a frequentare la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli. Il suo maestro è Antonio Aliotta, filosofo sperimentalista, con il quale si laurea nel novembre del 1922 con 110 e lode discutendo una tesi intitolata Le sorgenti irrazionali del pensiero, che verrà pubblicata nel 1923. Tra le numerose recensioni critiche, spicca quella del gentiliano Ugo Spirito che definiva Le sorgenti “Una delle espressioni più significative della critica alla posizione intellettualistica e una delle difese più rigorose e meno ingenue della teoria dell’irrazionale”. Ma non mancava di chiedere, rivolto all’ Abbagnano: “Perché affaticarsi tanto a liberare la vita dalle pastoie dell’intellettualismo per poi buttarla nella trascendenza dell’irrazionalità, e, anziché rivendicare la sua libertà creatrice, distruggere questa libertà nell’incoscienza?”. Ricordando quel suo primo libro, Abbagnano scrive: “M’ero posto agli antipodi dell’hegelismo dominante. Anche se la parola ‘esistenzialismo’ venne fuori dopo la pubblicazione del ‘’Sein und Zeit‘’ di Heidegger, naturaliter appartenevo già a quella corrente che continuava a guardare alla fattualità, all’esistenza, agli individui…“.

In quella Napoli dominata culturalmente dalla presenza di Croce, il suo netto rifiuto dell’idealismo crociano conduce Abbagnano ad un isolamento culturale che rappresenterà, tra l’altro, anche un ostacolo alla sua entrata nel mondo accademico. Nonostante ciò, incoraggiato dall’ Aliotta, negli anni che seguono porta avanti un intenso lavoro di studi teorici e storici; in questo è facilitato dalla conoscenza delle lingue francese, inglese e tedesco, che gli permette di accedere direttamente a fondamentali testi di filosofia non ancora tradotti, oppure ignorati o “traditi” dal neo-idealismo. Era un uomo che sapeva coniugare intelligenza, bontà e nobiltà d’animo. Anche nei momenti di maggior potere accademico e intellettuale era lungi dall’essere un “tiranno della cultura”. Detestava la prevaricazione e la polemica. Insegnava la tolleranza e il rispetto delle idee». Perché si studia filosofia? Qual è lo scopo, l’utilità di questa disciplina? Quali sono i problemi che sono stati dibattuti lungo i secoli della sua storia? Quali sono i risultati fondamentali con- seguiti nel corso di questa storia?

È legittimo proporsi queste domande da parte di chi si accinge allo studio della filosofia, ma è molto più difficile che non si creda di rispondere ad esse; giacché il rispondervi, ed anche solo il capirne tutto il significato, non può essere opera che della stessa filosofia. Come non si può imparare a nuotare se non buttandosi in acqua, così non ci si può fare un concetto della filosofia (e quindi della sua utilità, dei suoi problemi e dei suoi risultati) se non filosofando. Si nega il valore della filosofia e la si considera una vuota esercitazione priva di ogni utilità? Questo è già filosofia; e la dimostrazione di queste affermazioni richiede lo stesso armamentario di concetti, ipotesi, dottrine, che serve a costruire qualsiasi altra filosofia. Si esalta il valore della filosofia come via per il miglioramento dell’uomo? Anche questa affermazione suppone, se la si vuole giustificare, un intero sistema filosofico. Si fa puramente e semplicemente a meno della filosofia e si vive come se la filosofia non ci fosse? Neanche in questo caso si è fuori dalla filosofia; perché vivere per l’uomo significa pur sempre proporsi, e in qualche modo risolvere certi problemi (della vita e della morte, del dovere, della felicità, del destino ecc.) che, anche se non vengono affrontati teoreticamente, cioè mediante concetti e considerazioni generali, sono affrontati e risolti praticamente, con le decisioni che si prendono, con le azioni che si compiono, con le convinzioni e le credenze che la tradizione e l’esperienza o i casi della vita suggeriscono all’uomo. Da tali problemi l’uomo può più o meno distrarsi abbandonandosi alle minute occupazioni e alle vicende quotidiane: ma anche nelle più insignificanti occupazioni e nelle più banali vicende essi sono in qualche modo presenti e spesso affiorano chiaramente con le loro domande inquietanti. Uno può riporre (ad esempio) tutto il suo ideale di vita nel denaro e nel benessere fisico, ma di fronte alla morte o all’infelicità cui va incontro lui stesso o una persona che gli è cara, è costretto a riconoscere che il denaro non è tutto, che c’è qualcosa che gli sfugge. Che cosa? La domanda è lì, nel suo mistero imbarazzante, anche se non è formulata dalle labbra, anche se la mente rimane chiusa ad ogni ricerca filosofica.

Sin dalla seconda liceo al Torquato Tasso di Salerno, Abbagnano ha modo di rendere pubblica la sua “scelta” filosofica prendendo a pretesto un tema in classe. A tale proposito – richiamando alla memoria che il padre Ulisse non condivideva tale scelta perché per questo figlio avrebbe voluto una professione “pratica”, ma il suo spirito liberale lo aveva portato a non ostacolarla – in un’intervista rilasciata a Giuseppe Grieco, in età avanzata egli rammenta: ” Dissi, in sostanza: Ho pensato che potrei fare tante cose, alcune delle quali potrebbero anche farmi diventare ricco, ma ho deciso alla fine di diventare professore di filosofia, pur sapendo che con questa scelta non farò soldi. Nella vita bisogna fare quello che pia ce, e a me piace insegnare e, soprattutto, insegnare filosofia”. 

 

 

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