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giovedì, 20 gennaio 2022 - Aggiornato alle 19:17

Il progetto del professor Gianfranco Miglio di una Repubblica Presidenziale ancora attuale

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di Davide Fent

 

Il Professor Gianfranco Miglio, scomparso nell’agosto 2001, è stato per anni il «pungolatore»per una vera riforma costituzionale verso la Repubblica Presidenziale in stile francese, sarebbe forse il caso di riprendere i suoi studi. Era nato a Como l’11 gennaio del 1918 e per molti anni era stato preside della facoltà di Scienze politiche dell’università Cattolica di Milano, dov’era arrivato nel ’36.

Dopo gli studi liceali, nel 1936 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università cattolica di Milano, dove ebbe come maestri il giurista G. Balladore Pallieri (con il quale si laureò nel 1940 con un lavoro avente come tema «Le origini e i primi sviluppi delle dottrine giuridiche internazionali pubbliche nell’Età moderna») e il filosofo della politica A. Passerin d’Entrèves (che lo avviò allo studio di Th. Hobbes e gli fece conoscere l’opera di C. Schmitt). Nel periodo tra la fine del regime mussoliniano e la nascita della Repubblica frequentò gli ambienti dell’antifascismo cattolico lombardo e aderì al gruppo di federalisti che si raccoglieva intorno al periodico Il Cisalpino diretto da T. Zerbi.

Nel 1943 si iscrisse alla Democrazia Cristiana, nelle cui file militò sino al 1959, quando se ne distaccò polemicamente non condividendone quella che giudicava una deriva clientelare e affaristica. Nel frattempo aveva iniziato una brillante carriera accademica all’interno dell’Università cattolica. Federalista fin dagli anni Cinquanta, aveva studiato a fondo i testi di Carlo Cattaneo. In seguito, aveva raccolto attorno a sé un cenacolo di professori universitari, il Gruppo di Milano.

Poi, all’inizio degli anni Novanta, aveva incontrato Umberto Bossi, che sembrava il miglior interprete della sua linea ideologica.  Si erano conosciuti nella villa del professore a Domaso. Un progetto nel segno del «decisionismo», concetto che Miglio aveva mutuato dal pensiero di Schmitt, che egli aveva fatto conoscere in Italia nel 1972 curandone una raccolta di saggi, <<Le categorie del politico>> (Bologna), che ebbe una grande influenza sul dibattito politico-giuridico di quegli anni e che segnò in modo irreversibile la fortuna del giurista tedesco nella cultura italiana. L’idea del Professore era che, stante l’avversione delle forze politiche a un cambiamento radicale dell’assetto istituzionale vigente, che avrebbe finito per ridurre il loro controllo sulla macchina pubblica, si sarebbe dovuto procedere forzando i meccanismi di revisione previsti dall’art. 138 della Costituzione, attuando uno «sbrego», come egli lo definiva, che sarebbe poi stato sanato attraverso lo strumento del referendum popolare.

Le sue proposte per quanto oggetto di un ampio dibattito, non ebbero tuttavia alcun seguito politico, rafforzando così  in Miglio  il convincimento che nell’Italia dominata dalla «partitocrazia» un cambiamento delle regole del gioco si sarebbe potuto ottenere solo dall’esterno del sistema, attraverso una crisi politica o economica di vasta portata.

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