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Dante: terzine from…Giappone. Conoscere l’altro con la letteratura

E chi l’ha detto che la poesia non è per persone concrete? A smentire questo assunto è Taeko Uemura che, oltre a essere poetessa, è anche manager fin dalla giovanissima età, quando a vent’anni ha dovuto ricoprire il ruolo lasciato dal padre, appena deceduto, all’interno dell’azienda di famiglia. Taeko è membro della Japanese Universal Poetry Association. Taeko Uemura è la protagonista del video di questa settimana per il progetto Dante: terzine from the world lanciato da La Casa della Poesia di Como. La terzina scelta da Taeko e dalla poetessa letta in giapponese è tratta dal canto XVII del Purgatorio, cantica questa che Taeko apprezza perché rappresenta un inedito per la cultura buddista, al cui interno sono contemplate solamente le possibilità di Inferno e Paradiso.

Canto XVII, Purgatorio (vv. 25-51)

Poi piovve dentro a l’alta fantasia

un crucifisso dispettoso e fero

ne la sua vista, e cotal si morìa;

 

intorno ad esso era il grande Assuero,

Estèr sua sposa e ‘l giusto Mardoceo,

che fu al dire e al far così intero.

 

E come questa imagine rompeo

sé per sé stessa, a guisa d’una bulla

cui manca l’acqua sotto qual si feo,

 

surse in mia visione una fanciulla

piangendo forte, e dicea: «O regina,

perché per ira hai voluto esser nulla?

 

Ancisa t’hai per non perder Lavina;

or m’hai perduta! Io son essa che lutto,

madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».

 

Come si frange il sonno ove di butto

nova luce percuote il viso chiuso,

che fratto guizza pria che muoia tutto;

 

così l’imaginar mio cadde giuso

tosto che lume il volto mi percosse,

maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

 

I’ mi volgea per veder ov’io fosse,

quando una voce disse «Qui si monta»,

che da ogne altro intento mi rimosse;

 

e fece la mia voglia tanto pronta

di riguardar chi era che parlava,

che mai non posa, se non si raffronta.

 

Naraka si chiamano i mondi sotterranei secondo il buddismo: luoghi in cui gli esseri senzienti sono condannati alla sofferenza in maniera commisurata ai loro errori terreni. D’altra parte, se è vero che non esiste il Purgatorio nella concezione buddista dell’ultraterreno, c’è da dire che questi mondi sotterranei e infernali, i Naraka appunto, non sono eterni come l’Inferno dantesco, ma condizionati e al loro interno gli uomini non finiscono per giudizio superiore, ma a seconda della legge del karma che funziona in maniera inesorabile e quasi meccanica secondo un principio di causa-effetto. Non proprio un Purgatorio insomma, ma possiamo dire che anche nel buddismo, come nella Divina Commedia, resta una possibilità di redenzione, alla quale tutti aneliamo. Un’analogia forse in apparenza banale, ma che certo può aiutare i lettori giapponesi ad avvicinarsi a un’opera come la Divina Commedia, complessa per noi occidentali e ancora di più per chi poco o nulla sa della teologia cristiana o della filosofia greca, di cui le terzine dantesche sono intrise. Una difficoltà che Taeko Uemura non si vergogna ad ammettere nel suo commento, disponibile sul sito de La casa della poesia di Como, ma che non la allontana dalla possibilità di provare a trasportare nella propria lingua e quindi anche un po’ nel proprio modo di vedere il mondo questo pezzo di letteratura italiana che per noi ha segnato la storia. E forse con gli occhi della letteratura davvero è possibile imparare a vedere e a conoscere l’altro, anche quanto sembra irrimediabilmente diverso da noi. Ancora una volta, è Dante a sorprenderci mostrandoci quanto, anche nelle differenze, siamo in fondo simili.

Martina Toppi