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Cultura

Dante, terzine from… Ungheria. L’uomo del XXI secolo merita la speranza?

dante terzine fron the world

In questa puntata del progetto “Dante, Terzine from the world”, la Casa della Poesia di Como ci porta in una trafficata Budapest, il cui profilo all’orizzonte ha il sapore di speranza. Un cielo azzurro e i tram di passaggio alle spalle del poeta protagonista di questo video danno l’idea che l’immobilità di questi mesi sia solo un brutto sogno, presto cancellato dalle coincidenze e dalle frustrazioni di un qualsiasi pendolare. Si presenta così Sandor Halmosi, matematico e operatore culturale, che insieme a vari poeti e enti internazionali si prodiga per la diffusione della poesia e il dialogo tra popoli: occhiali da sole, un libro in mano e un sorriso in volto. Quante volte ci è capitato di vedere viaggiatori come lui sul tram, la metro o il treno, con un libro stretto tra le mani e quante volte ci siamo chinati furtivamente per spiarne il titolo? In questo caso non c’è bisogno di spiare, è il lettore stesso a dichiarare con grande orgoglio l’oggetto delle sue letture: il Purgatorio di Dante Alighieri. Il canto prediletto dal poeta ungherese, scelto su invito dell’associazione comasca, è l’XI di questa cantica di passaggio, tra inferno e paradiso. Cosa affascina Sandor Halmosi così tanto di queste terzine del Purgatorio?

«Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.   

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.»

Il Purgatorio è la dimensione di mezzo, una sospensione che porta ad alzare lo sguardo, anzi a portarlo in avanti. Per qualcuno il Purgatorio è una condizione beata di attesa, al contempo tormentata dalla consapevolezza di non poter uscire da soli dai propri circoli viziosi. È così che sta secondo Sandor Halmosi l’uomo del XXI secolo, è così che stiamo noi: «Qual è la differenza, tuttavia tra l’inizio del XIV e XXI secolo? Forse è che oggi ci è rimasto solo l’inferno. Non ci sono altri Canti. Impacchettiamo perfettamente la sporcizia e dotiamo di nomi le nostre disgrazie. Ci sediamo su un cinghiale incinta e facciamo selfie. E passiamo oltre i nostri orrori insepolti come l’ultima baleniera accanto a un orso polare magro. Le piume degli angeli si impigliano nelle ossa esposte del verso nudo, nelle sedi dei partiti dei guelfi bianchi e neri, nelle fermate sporche del tram, a metà strada. Non siamo puri e non siamo perfetti. E non siamo nemmeno il sale del mondo.

Ma possiamo risvegliare in noi il dominio della coscienza. Poiché il suono si produce da sé, il campanile è sempre un edificio separato. Qui è rimasto poco amore. Qui c’è bisogno di tutto. Come nella morte. Ancora di più: garanzie reali.» Ma anche se le parole che il poeta rivolge a noi, uomini del XXI secolo, sono aspre, una flebile speranza verso il futuro rimane: è quella speranza data dalla scelta stessa di questa terzina tratta dal Purgatorio. Più di ogni altro luogo della Commedia, il Purgatorio è lo spazio del cammino: è lì che l’uomo non può stare fermo. Non siamo né di fronte alla dannazione eterna, né di fronte alla salvezza, ma nel limbo dove la possibilità è ancora bambina, dove è ancora possibile sognare. Non è un caso infatti che il Purgatorio sia un monte, con sentieri che salgono e fatica nelle gambe per percorrerli, con una solitudine immensa a farci da compagna. La speranza è quella di arrivare alla cima, la caparbietà sta nel non smettere di fissarla. E chissà se allora scalando i versi di Dante Alighieri persino Sandor Halmosi, sotto il cielo blu di Budapest, abbia visto riaffacciarsi tra le nuvole una vetta oltre la quale si celano le possibilità verso cui l’uomo del XXI secolo deve mettersi in cammino.

«Non siamo puri, non siamo perfetti» dice Sandor Halmosi, ma sottotraccia io credo suggerisca anche che non siamo arrivati, è ora di smettere di perdere tempo e trovare la strada giusta verso la cima: la garanzia reale che possiamo essere migliori e «risvegliare in noi il dominio della coscienza».

Martina Toppi

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