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Leggere Dante a scuola nel 2021: Marta Morazzoni ospite dell’Università dell’Insubria per il Dantedì

Ha senso insegnare Dante oggi nelle scuole? Oppure, ampliando maggiormente il difficile interrogativo: ha ancora senso leggere Dante oggi? Hanno provato a rispondere in un incontro per gli studenti dell’Università degli studi dell’Insubria di Como e Varese Gianmarco Gaspari, docente universitario di letteratura italiana, e Marta Morazzoni, scrittrice e docente.

L’occasione è stata naturalmente quella del Dantedì, ma in un’ottica che il professor Gaspari ha voluto sottolineare con forza: non come un’occasione unica su tutto l’anno, ma come un invito all’abitudine del dialogo con i grandi, come Dante, che hanno fatto la storia della cultura italiana. Marta Morazzoni, vincitrice del Premio Fondazione Campiello alla Carriera e del premio Chiara per “Il dono di Arianna” (Guanda, 2019), nonché autrice del celebre romanzo “La ragazza col turbante” (Guanda 1986), prima di tutto ciò, è stata per molti anni professoressa di liceo. E così ieri ha parlato agli studenti universitari dell’esperienza unica che insegnare Dante nelle scuole ha rappresentato per lei: «Il tema del viaggio e quello della ricerca di una risposta all’enigma dell’esistenza presenti in Dante sono ciò che suscita l’interesse dagli studenti. È l’idea di un cammino che come lettori possiamo fare insieme a Dante. Leggendo i suoi versi in classe mi rendevo conto che era anche la cantabilità del testo a coinvolgere attivamente gli studenti».

D’altra parte l’universo di Dante è travolgente come solo i grandi classici sanno essere: un turbine di microrealtà, di interminabili possibilità d’esistenza e di personaggi e incontri in cui ciascuno può trovare un senso, il proprio. Ma per farlo, come sempre accade quando si dialoga con la letteratura, bisogna partire dalla lingua e la lingua di Dante non è semplice. C’è però un segreto, un ingrediente quasi magico che ogni buon professore adopera per mescolare al meglio l’impasto di terzine da offrire agli studenti, e il professor Gaspari l’ha ricordato durante l’incontro di ieri. Il trucco, che è più un metodo, una chiave di lettura, è l’attenzione al dettaglio linguistico. Dettaglio che non può e non deve sfuggire: lì, nel peso della parola, è insito il portale che apre i mille e più mondi del testo.
Ecco perché Dante non può semplicemente essere studiato, tematicamente ma deve innanzitutto essere letto. Che sia nella dimensione collettiva, quasi corale, di una classe, o nel silenzio della propria stanza, a mente o ad alta voce, Dante può essere letto ancora oggi. E in questa sua finestra sulle possibilità d’esistenza che tramite le parole è capace di dipingere continuerà sempre ad avere un senso, per noi lettori contemporanei così come per i lettori futuri. Dante è in fondo un uomo. Lo è negli abissali gironi dell’Inferno, dimostra di esserlo nella faticosa ascesa al monte Purgatorio e non scorda la sua umana natura neppure nelle altitudini del Paradiso.

Come ha spiegato Marta Morazzoni sappiamo che Dante è umano e mantiene la sua umanità persino nel cielo di Mercurio grazie alla forza esuberante della sua parola che non smette di essere cruda, vibrante di emozione, viva, come lui. L’umanità di Dante è nelle sue parole, nei dettagli. È per esempio in quello sguardo che si lancia alle spalle, nel XXII canto del Paradiso, verso «l’aiuola che ci fa tanto feroci». «L’aiuola», racconta quasi emozionata Marta Morazzoni, «è la terra. È una piccola aia abitata da tanti animali starnazzanti, ma Dante la guarda con lo stesso affetto dell’astronauta in un romanzo di Thomas Hardy, che getta indietro l’ultimo sguardo d’addio prima di sbarcare altrove.»

In Dante ci riscopriamo innanzitutto uomini e, come sottolineato dal professor Gaspari, ci riconosciamo poi anche italiani, in un legame culturale che ci accomuna con pochi elementi, ma solidissimi: «la cultura collettiva di questo paese è fatta in fondo di poche cose: qualche aria lirica, qualche canzone, qualche pagina dei Promessi Sposi e poi le terzine della Divina Commedia.» Ma c’è di più: come testimoniato da Laura Garavaglia, presidentessa de La Casa della Poesia di Como e relatrice di questo incontro, Dante è conosciuto, amato e tradotto in tutto il mondo. E in tutto il mondo i suoi lettori ritrovano sé stessi nelle sue terzine. Lo provano i venti poeti coinvolti dall’associazione comasca dedita alla poesia, che, invitati a scegliere una terzina dantesca amata, la leggeranno nella loro lingua e dando la loro personale interpretazione in una serie di video che accompagnerà il palinsesto de La Casa della Poesia di Como nei prossimi mesi. «Due poetesse ai poli opposti del mondo, la colombiana Marisol Bohorquez Godoy e la vietnamita Kieu Bich Hau, hanno scelto come canto dantesco che le rappresenti il quinto, dove la figura di Francesca parla a entrambe e al loro vissuto. Sono tutte e due, per motivi personali, impegnate nella lotta per i diritti della donna e contro i femminicidi e in Dante hanno trovato le parole per esprimere questa esigenza» ha raccontato Laura Garavaglia, anticipando alcune delle interpretazioni internazionali che potremo ascoltare nei mesi a venire sul sito e sul canale youtube dell’associazione.

Di letture dantesche all’estero e di approcci al testo di Dante partendo da una lingua straniera ha parlato anche Paola Benetti, docente détachéè di lingua e letteratura italiana presso l’istituzione europea ‘Ecole européenne Luxembourg II’, a Lussemburgo. A chiudere le danze sono state però le domande di tre studentesse del corso del professor Gaspari, Deborah Zingariello, Marilisa Menegatti e Diana Padure. Le studentesse, suggerendo lo spirito rivoluzionario di Dante, la possibilità di fare collegamenti tra le sue terzine e opere artistiche e letterarie successive e infine l’amore come centro gravitazionale dell’intera Commedia, hanno dimostrato quanto ancora Dante parli a ciascuno di noi, offrendo a ogni lettore nuove prospettive verso cui indirizzare lo sguardo. E se ancora vi restasse qualche dubbio sull’utilità di leggere Dante oggi, sarà presto fugato dalle parole di Marta Morazzoni circa l’utilità della letteratura: «La letteratura serve moltissimo nella vita: ha una funzione nel nostro sangue e nella nostra carne. È una funzione comunicativa che persevera nel tempo e costituisce la nostra possibilità di continuare a tenere aperto un dialogo ininterrotto con chi è vissuto prima di noi, ma anche con l’altro che vive accanto a noi.»

Martina Toppi