Viaggio dentro il Teatro Sociale con Sabrina Sigon

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Ti accompagneremo in giro per il Sociale, raccontandoti storia e aneddoti, portandoti nelle sale più conosciute ma soprattutto nei luoghi di solito inaccessibili agli spettatori, che però virtualmente, in questa occasione, potranno visitare”.

Ultimissimi posti disponibili”, era scritto sulla pagina Facebook del Teatro Sociale, e io questa bella occasione non volevo perderla. L’evento – gratuito – costituiva un’opportunità davvero interessante: sia per rivedere quel teatro che, purtroppo, aveva dovuto interrompere la stagione a causa della pandemia, sia per scoprire quelle stanze che molto di rado vengono aperte al pubblico.

Quindi: registrazione su Eventbrite e prenotazione del biglietto, inizio alle ore 18.30.

Anche a chi fosse già venuto farò scoprire spazi nuovi – promette Roberta Sorso, maschera per molti anni al Sociale e oggi guida d’eccezione – stasera vi porterò nei luoghi più iconici”.

Roberta ci avvisa subito che, trattandosi di un tour virtuale, potrebbero esserci dei punti nei quali non si sentirà benissimo. La cosa non succederà e, per tutta la durata del tour, sentiremo e vedremo senza problemi, con la possibilità di interagire con lei attraverso la chat oppure con il microfono. Quasi come se fossimo tutti lì, per vivere insieme questa bella esperienza.

Per iniziare la nostra visita ci troviamo nella biglietteria del teatro, la prima sala che lo spettatore vede quando entra”.

Roberta ci fa notare come, già dalla biglietteria, possiamo capire molto di questo luogo, perché tutto ha mantenuto la sua veste originale al punto che anche per uno spettatore di duecento anni fa, questa stanza non doveva apparire molto diversa da come è oggi. Eccoci quindi già immersi nel passato e nella magia del luogo.

Poi passiamo nella sala del foyer, una sala in cui storicamente gli spettatori si trovavano, un tempo, per fare società. Appena di fianco, e parte integrante del foyer, la sala Pasta, dedicata alla cantante lirica Giuditta Pasta. L’artista, che nacque nel 1797 a Saronno, si esibì per ben due volte sul palcoscenico di questo teatro. La sala viene oggi utilizzata per rinfreschi privati o conferenze in tema con la stagione.

Il Sociale, teatro privato che appartiene alla Società dei Palchettisti, venne inaugurato nel 1813, anno di nascita di Giuseppe Verdi, e anche l’anno in cui Giuditta Pasta si iscrisse al conservatorio per diventare cantante lirica.

Ma la storia del teatro cominciò nel 1807, anno di inizio delle trattative per l’apertura del teatro, per il quale si raggiunse un accordo nel 1809. L’architetto e ingegnere Giuseppe Cusi venne incaricato sia del progetto sia della costruzione del teatro sul luogo dove si ergevano le rovine di un castello medievale, il Castello della Torre Rotonda.

Nonostante fosse nato come teatro privato la connotazione, che ritroviamo anche nel nome “Sociale” fu quella di essere impostato come teatro dei cittadini, con la proposta di spettacoli di vario tipo e genere; da qui anche la sua struttura, che comprende platea, palchetti e galleria, quindi diverse opportunità a seconda delle varie realtà economiche. Il 29 agosto del 1813 il teatro – anche se non del tutto ultimato – aprì le porte al pubblico con un melodramma e una commedia musicale.

Guidati da Roberta ci addentriamo per i decori in barocco e barocchetto della platea, struttura in legno a ferro di cavallo, con una serie di spazi vuoti che aumentano l’effetto di cassa armonica per migliorare l’audio. Del 1855 il progetto di ampliamento, che aggiunse altri palchi e piani, per arrivare a come oggi si presenta il teatro, tre ordini di palchi e due gallerie anche se, in questo modo, si perse il dipinto della volta che venne rifatto ex novo.

Palchetti con anticamera e guardaroba – tappezzeria rosso granata e decori in seta gialla – ogni palchettista aveva deciso come arredare il proprio salottino pur mantenendo delle caratteristiche comuni. E poi gli specchi, posizionati in modo strategico per vedere le reazioni di chi occupava il Palco Reale.

Sipario aperto, palcoscenico, mantovana, arlecchino; poi le barcacce – che si affacciano sul golfo mistico – quante le cose che abbiamo imparano in questa visita guidata che ha spaziato dalla storia, i costumi, gli arredi e la struttura del teatro. La nostra guida ci porta sul piano del ballatoio, un corridoio che costeggia tutto il palcoscenico; e poi ancora su, e con un’altra scala arriviamo in un luogo generalmente precluso al pubblico, la graticcia. Un pavimento formato da una grata di legno che è il soffitto del palcoscenico, assolutamente riservato agli addetti ai lavori, con tutto il suo sistema di rocchetti e buchi, macchine a motore attaccate alla corrente che servono per i carichi a cavo di ferro, le caprette.

teatro sociale

Poi scendiamo nel palcoscenico, dove troviamo un piccolo allestimento per i progetti futuri, “Seguiteci, perché saranno tanti”, dice Roberta.

Qui, al centro del palcoscenico, per un momento ci sentiamo come si sentono gli artisti, e diventiamo protagonisti di questo luogo; guardiamo in alto, c’è la graticcia – adesso sappiamo come si chiama – alla quale sono appese le quinte, e dietro il fondale.

Il momento dei saluti è affidato al pianoforte, l’intermezzo della Cavalleria Rusticana suonata dal Maestro Giorgio Martano.

Rimanete collegati – conclude la nostra bravissima guida Roberta Sorso insieme ai saluti – perché a breve usciranno delle attività importanti, attività che faremo in modo virtuale, in attesa di tornare in presenza”.

Sono i sogni che trattengono il mondo nella sua orbita”, è la bella citazione di J. Saramago che avevo letto qualche giorno fa sulla pagina Facebook del teatro.

È senz’altro vero. Come è vero che sognare e basta alla fine stanca e, mentre spengo il cellulare al termine della visita, penso che il grande merito di questi viaggi virtuali sia la capacità di tenere acceso il desiderio di partecipazione; quello che aiuta i sogni a rimanere vividi anche dopo il momento del risveglio.

Sabrina Sigon

 

 

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