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Natale nei libri, da Cechov a Guareschi, Davide Fent ha raccolto i loro pensieri e parole - CiaoComo
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Natale nei libri, da Cechov a Guareschi, Davide Fent ha raccolto i loro pensieri e parole

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“Così, mentre Albertino passa, le cose gli parlano: “Digli che conto i minuti che ci separano dal suo ritorno!” sussurra l’orologio. “Digli che divoro i giorni per abbreviargli l’attesa!” sussurra il calendario. “Digli che senza di lui non riesco più̀ a spiccicare una parola!” sussurra la macchina per scrivere”. (da: La favola di Natale di Giovannino Guareschi).

 

“Ricordo Giovannino Guareschi – scrive Davide Fent nel suo: Allora arriva il Natalesento particolarmente vicino questo grande scrittore perché parla dell’esperienza umana, e in particolare della capacità del cuore di percepire le cose reali e vere. Guareschi dipinge l’umano che è fatto di questa coscienza, che non è fatto di divisione manichea tra bene e male. Questo desiderio di bene che è in ognuno e che in ognuno si rompe, si frantuma, non è perfetto. Come si fa a non amare uno scrittore che descrive la realtà così?”.

Il Natale, in letteratura, ha ispirato libri, poesie, fiabe che, spesso, sono diventate pièces teatrali e film di successo. Poeti come Gianni Rodari, scrittori come Dickens e Agatha Christie hanno narrato in molti modi diversi questo unico e irripetibile evento. Non ultimo, Giovannino Guareschi che, con La Favola di Natale, scritta nel 1944 durante il periodo di prigionia nel campo di concentramento, immagina un bambino che vuole assolutamente raggiungere suo padre. Freddo, Fame e Nostalgia, il padre di Albertino, prigioniero proprio in uno di quei campi, viene raggiungo da suo figlio – insieme a sua madre, il cagnolino Flick e una lucciola – e riesce a consumare insieme a loro un povero ma miracoloso pranzo di Natale a base di panettone; poi, purtroppo, deve fare ritorno al campo.

Il Vento, intanto, riporta la canzone che è stata fino ai campi di prigionia e ritorna alle case, e la canzone che è stata alle case e ritorna ai campi di prigionia. “Buon Natale, mamma, buon Natale, Albertino”, dice il babbo. “Ora ritornate a casa: la vostra canzone vi riaccompagnerà̀.” “E tu non vieni, papà?” “Domani, Albertino…” (da: La favola di Natale di Giovannino Guareschi).

Mi sono ispirato a uno scrittore amato, che mi seguì in mesi di apprendistato presso Il Giornale di Indro Montanelli tanti anni fa – scrive lo scrittore e giornalista Davide Fent –. Il suo sbuffare con la pipa, la sua Fede profonda, quel periodare insuperabile, hanno lasciato un’impronta. Non so come stia, sono passati tanti anni, siamo invecchiati entrambi, lui lo starà attendendo il Signore in Paradiso, con quei baffi parmigiani e anni di cammino. È un Natale particolare questo 2020… ripartiamo da quella Capanna di Betlemme”.

E proprio la Capanna di Betlemme è il tema ideale e centrale di questa pregevole Plaquette, una modalità di pubblicazione non inusuale nella letteratura novecentesca, che riunisce opere di autori diversi accomunati da un’unica intenzione, quella di veicolare il valore e il significato di un Natale che cerca l’essenza dell’uomo e dei suoi sentimenti, mettendo in evidenza i valori che, attraverso le cose che mancano, diventano evidenti. Perché “Il Cristo è il Cristo della mia coscienza”, come diceva Guareschi. E l’uomo è capace di percepire, nella profondità della sua coscienza, ciò che è vero, giusto e buono. La nostalgia dei ricordi è la protagonista dell’ultimo racconto di Davide Fent: “Il Natale dai giocattoli di legno ai balocchi”. Ricordi legati non solo alla Messa e ai doni, ma anche al gusto – Le arance tagliate a fette sottili e cosparse di zucchero, che facevano un sughetto dolce e profumato da raccogliere col cucchiaino – che, attraverso la percezione, chiama in causa il corpo, e dona così tridimensionalità a un Natale ormai passato, sostituito da altro, da un tempo che l’autore descrive come cambiato in peggio, dai sentimenti, ai rapporti umani, ai gesti di cortesia, al linguaggio.

L’inizio di questa plaquette è affidato al racconto VAN’KA (1886), un racconto di Natale di Anton Čechov, nel quale il piccolo protagonista anela a tornare a casa dal nonno, e ci fa partecipi dei sentimenti che agitano il suo cuore, come se potessimo sentire i suoi pensieri. Poi La favola di Natale di Guareschi, Allora arriva il Natale di Davide Fent e, da ultimo, Il Natale dai giocattoli di legno ai balocchi.

E, come all’inizio possiamo quasi sentire la voce di Van’ka, nell’ultimo racconto è Davide stesso che ci parla e ci mette a parte dei suoi sentimenti; nella ricerca di uno sguardo bambino che, posato sul Presepe, rivive la gioia della Nascita e il dramma della Fine, con il conforto della Resurrezione.

“Buon Natale, Buon Natale ma che sia quello buono / che ti porti un sorriso e la gioia di un dono / sotto l’albero stanco di frutta e di mele è un Natale più bianco se viene la neve/ e se brilla una stella cometa lassù/ vorrei tanto ci fossi anche tu. Buon Natale, Buon Natale, / ma che sia quello vero/ e poi zucchero e miele /e un augurio sincero per un giorno di festa e di felicità/ per ognuno che resta e per chi se ne va/ e adesso mi chiedo fra tanti perché è Natale e non sei qui con me. /Buon Natale, Buon Natale/ canterò una canzone/ Buon Natale, Buon Natale qui va tutto benone/ specialmente se scrivi due righe per me /e se torni c’è ancora un regalo per te e chissà se ritorni, se resti, se vai /è Natale se tu tornerai”. […] (Paolo Barabani).

Sabrina Sigon

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