Il Premio Artusi per la cultura gastronomica allo chef Paolo Lopriore ed alla madre Rosa del Portico di Appiano Gentile

200 anni fa nasceva a Forlimpopoli Pellegrino Artusi, scrittore e gastronomo che ha lasciato ai posteri il saggio La Scienza in Cucina E L’arte Di Mangiar Bene, uscito nel 1910 e ancora oggi vademecum per tutti coloro che si approcciano ai fornelli, dagli amatori ai grandi chef. Ogni anno il paese natale di Artusi assegna un riconoscimento a coloro che si distinguono per l’originale contributo nella riflessione e nell’attività sul cibo. Il Premio Artusi è tra i più prestigiosi nel panorama della cultura enogastronomica mondiale e non è riservato agli chef, anzi, nell’albo d’oro compaiono nomi della cultura, dell’economia, dell’imprenditoria, persino prelati.

Da comaschi siamo molto felici che, su proposta del Comitato Scientifico di Casa Artusi, il Premio Artusi 2020 sia stato assegnato allo chef Paolo Lopriore ed alla madre Rosa Soriano. I Madre e figlio, da qualche anno a questa parte, cucinano gomito a gomito al ristorante Il Portico di Appiano Gentile, il locale che Lopriore ha aperto dopo un lungo percorso partito da allievo di Gualtiero Marchesi proseguito nel senese a toccare la Stella Michelin con il ristorante Certosa per poi tornare a Como e Milano.

“Il conferimento del premio Artusi a Lopriore e a sua madre, rompe con la venerazione per gli chefs stellati – si legge nella motivazione -. Lo Priore e sua madre operano nel Portico di Appiano Gentile, e la loro presenza regala ai clienti un approccio domestico alla cucina, non di maniera, e il menù stesso, immaginato per l’intiera tavola, lo testimonia ulteriormente. Questo non vieta che Lopriore sia stato allievo di Gualtiero Marchesi e ricopra il suo ruolo in Alma a Colorno. Questo premio Artusi serve dunque a guidare verso un nuovo rapporto fra cucina di casa e cucina di ristorante, a rivalutare il ruolo della mamma, mamma di un chef, a riportare nella campagna lombarda, in Brianza, il ristorante ideale, quello senza stelle, così come l’aveva voluto, Gualtiero Marchesi stesso a Erbusco. Non si premia solo la mamma e il figlio, ma il loro rapporto nella creazione di una nuova cucina, e, a questa famiglia, immaginata contro onorificenze e gerarchie, spettacoli ed eventi, Artusi avrebbe dato il consenso”.

Il Premio sarà consegnato domani, sabato 19 dicembre alle 15, dal sindaco di Forlimpopoli in diretta sui canali social dell’Amministrazione comunale, in attesa di ricevere Paolo e la mamma Rosa alla  Festa Artusiana rinviata al 2021.

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L’albo d’oro del Premio Artusi

1997    Ermanno Olmi (Italia)
1998    Mons. Ersilio Tonini (Italia)
1999    Padri Comboniani della Missione di Agangrial (Sudan del Sud)
2000   Miloud Oukily per l’Associazione Parada (Romania)
2001    Muhammad Yunus (Bangladesh)
2002    Alberto Cairo per Croce Rossa Internazionale in Afghanistan
2003    Vandana Shiva (India)
2004    Riccardo Petrella (Italia)
2005    Eduardo Galeano (Uruguay)
2006    Julitte Diagne Cisse (Senegal)
2007    Comitato per la Lotta alla fame (Italia)
2008    Wendell Berry (Stati Uniti d’America)
2009    Serge Latouche (Francia)
2010    Don Luigi Ciotti (Italia)
2011    Oscar Farinetti (Italia)
2012    Andrea Segrè (Italia)
2013    Mary Ann Esposito (Stati Uniti d’America)
2014    Enzo Bianchi (Italia)
2015    Alberto Alessi (Italia)
2016    Carlo Petrini (Italia)
2017    Antonio Citterio (Italia)
2018   José Graziano da Silva (Brasile)
2019   Lidia Bastianich (Stati Uniti d’America)

 

paolo lopriore

Chi è Paolo Lopriore – da Identità Golose
Molti lo giudicano il cuoco più coraggioso d’Italia, lui con i capelli arruffati, la fronte sudata e il grembiule schizzato come un Pollock. A vederlo aggirarsi per i viottoli pii della Certosa di Maggiano, si immagina subito una vocazione un po’ mistica: arte, sregolatezza, il demone dell’avanguardia… Nato a Como nel 1973 da una famiglia popolare, con mamma Rosa cuoca dilettante a trasmettergli un imprinting decisivo, dopo l’alberghiero Paolo è subito incappato nel suo incontro karmico: in via Bonvesin de la Riva, al primo stage, c’era Gualtiero Marchesi in agguato. Lacrime e sangue, certo, ma anche il rito emozionante di un’iniziazione, quel contagio che lo ha portato dritto dritto nel gotha della cucina internazionale.A Milano si ferma dal ’90 al ’92; seguono il servizio militare e un intermezzo fugace all’Enoteca Pinchiorri, prima di raggiungere il maestro dal ’93 al ’95 nel nuovo retiro di Erbusco. Né manca una tappa francese, prima da Ledoyen poi da Troisgros con Michel Porthos, nel densissimo biennio ’95-’97. Si apre quindi il capitolo boreale: fino al 1999 Paolo si ferma alla Bagatelle di Oslo in quello che definisce il suo periodo più bello («le notti bianche erano una festa per noi cuochi; all’uscita dal ristorante andavamo in discoteca e nei parchi»).La strada è ormai spianata per una cucina originale, curiosa dei boatos che cominciano ad arrivare dalla Spagna, pervicacemente italiana nel patrimonio citazionale e nell’orizzonte gustativo, ludica e naïf sopra un sostrato complesso. Non potrebbe trovare scenario migliore di una rentrée all’Albereta, dove in felice diarchia con Enrico Crippa viene messo a punto il Menu Oggi, terreno di dialogo con il Maestro di sempre. Dal 2002 a fine 2012 Paolo è stato chef del Canto della Certosa di Maggiano, dove anno dopo anno ha sguinzagliato una cucina aggressiva e senza fronzoli; la tecnica cedeva il passo all’espressività, dissodando un gusto vergine, al di là della “bontà” costituita.

Dal 2013 una veloce puntata al Grand Hotel Como, seguita dalla parentesi milanese dei Tre Cristi, nell’estate di Expo. Tappe interlocutorie fino all’apertura, nell’agosto del 2016, del “suo” ristorante ad Appiano Gentile (Como). Nel paese natìo mette al centro del discorso la convivialità italiana, una rivoluzione condotta sul recupero di schemi classici che seguiamo con grande curiosità.