Paolo Di Stefano racconta la sua famiglia per comprenderla. Martedì a Parolario il romanzo “Noi”

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Parolario domani sera, ore 20.30, ospita la presentazione del romanzo “Noi” di Paolo Di Stefano, scrittore e giornalista del Corriere della Sera.  Nelle 600 pagine del libro, Di Stefano scrive, quello che sa e quello che riesce a raccogliere dai racconti di chi c’è ancora, della sua famiglia. “Guarda che la nostra vita è stata un romanzo, devi scrivere, scrivi Paolo, scrivi, scrivi, scrivi” è l’incitamento di mamma Dinuzza.

Il narratore accumula ricordi, li raccoglie in mucchietti come briciole, come coriandoli e ne fa un romanzo: dentro “Noi” (Bompiani) c’è tutta una vita, di famiglie che attraversano gli anni, si incontrano, si fondono. I Di Stefano e i Confalonieri, gente di Avola, come tante. Il nonno Giovanni è pecoraro, femminaro incallito, violento e prepotente. Il figlio Vannuzzo cresce irrequieto, in un odio totale verso il padre che è intriso di amore totale, di timore e soggezione, e che lo spinge a fare sempre ritorno, in una continua tensione, frenetico e insoddisfatto, senza mai voltare pagina definitivamente.

Per chi se ne va dalla Sicilia la destinazione è Milano, che è fredda ma piena di vita. Per Vannuzzo c’è il lavoro da insegnante a Lodi, poi il trasferimento in Svizzera. Ma le estati hanno i colori di Avola, la casa di Corso Gaetano D’Agata, le mandorle e i fichi d’India, e gli odori della famiglia. Non è mai riuscito a stare lontano dai suoi genitori Vannuzzo, sgammirro, poeta romantico quando innamorato, appassionato di letteratura e di etimologie siciliane.

L’incontro con Dina, figlia del maresciallo Confalonieri, avviene per le vie di Avola. Una visione: “una ragazza minuta, bellissima e segreta, chiusa dentro un elegante colletto zebrato” e l’inizio di una storia solida, tra l’irrequieto Vannuzzo e la moglie votata alla costruzione di un equilibrio familiare, in sintonia con gli umori del marito. Una vita normale, di gente felice senza saperlo. Come tutti, come noi.

Quattro figli meno uno più una. Perché mentre scrive, scrive proprio tutto, Paolo, riempiendo le pagine di particolari, dati, dettagli, informazioni scovate tra le carte, quasi a rimandare il momento più difficile, il pensiero ossessivo, una voce che gli soffia nell’orecchio fin da bambino e che esce rumorosamente dalla normalità. “Meno uno”: una cosa che non si può cancellare, che supera tutte.

Claudio è il primo a volare via, a cinque anni. È una domenica di aprile del 1967, mentre a San Siro si gioca Inter – Bologna e Tarcisio Burgnich segna di testa. In quel momento Claudio se ne va, una leucemia infantile che pochi anni dopo sarebbe diventata curabile.

“Non me lo immaginavo che quell’aquilone potevo anche essere io”.

Paolo non riesce a liberarsi del pensiero del fratellino Claudio, quello che torturava con le mani sul collo: è un volto che si allontana e ritorna, sono macchie aghiformi e rossastre di voce alle sue spalle.

Il tempo è come una vertigine, per Paolo adulto e per Claudio eternamente bambino, in un dialogo che detta nuove regole, e che abbraccia anche la figlia Maria, più grande di suo zio di dieci anni, con fotografie in bianco e nero e racconti a soddisfare la sua curiosità.

Paolo Di Stefano firma un romanzo che restituisce valore agli infiniti momenti della memoria, e recupera l’insignificante facendone una tregua alla sofferenza, frammenti di ricordi a colmare i vuoti, le lacune e i rimpianti.

È il senso della nostra esistenza, questo paradosso della vita che, per essere compresa e poter diventare futuro, deve guardare sempre indietro.

“La vedi, la vedi? In quella casa sono nato io”.

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