Short Stories – EARTHGATE di Lidia Falzone

Regalateci una storia, Short Stories nasce con l’obiettivo di proporre ai lettori racconti inediti e agli scrittori una pagina bianca da rienpire con creatività. Il tema è libero, potete sbizzarrirvi con fantasy, gialli, rosa, noir, quelo che preferite. Lo spazio, però, è di massimo 20.000 battute spazi inclusi. Inviate via mail a contatti@ciaocomo.it, il comitato di redazione decidera se e quando pubblicare il racconto.

 

 

EARTHGATE

di Lidia Falzone

 

Era proprio lì, in quel luogo, tra le due betulle più lucenti.

Il loro tronco bianco, se osservato bene, era diverso. Non aveva le striature tipiche di quel tipo di albero. Era di una sfumatura più compatta, più uniforme, come se un pittore avesse iniziato a dipingerle ma senza cambiare colore al pennello per inserire i dettagli più naturali.

Erano diverse, strane, quasi inquietanti quelle betulle, proprio come quando si osserva una creatura non di questo mondo, ma che ci ricorda qualcosa del nostro universo.

Dopo alcuni attimi, terminando di strabuzzare gli occhi e ritornando ad una modalità visiva più normale, tutto sembrava più naturale. Dopotutto erano betulle, diverse, ma betulle.

Non erano lontani da Lieksa, ma la strada che Timo aveva fatto per arrivare in quel posto Anna non avrebbe saputo rifarla.

Comunque era lì, Timo ne era convinto. Aveva detto di averlo provato un paio di volte, a suo rischio e pericolo, ma con enormi risultati e grande soddisfazione.

I rami delle due betulle si incrociavano più in alto formando un arco di fronde. Le foglie avevano lo splendido colore verde chiaro della primavera inoltrata. Alla base l’erba formava una corona al bordo del lago che si insinuava tra le piante. Non era chiaro dove l’acqua era ancora lago e dove diventava un rigagnolo nel bosco.

Un nugolo di insetti, che Anna non sapeva riconoscere, si agitava sopra un masso, che sembrava messo lì da mano umana, come in un presepe; un presepe che profumava di aria fresca. Quell’aria fresca che Anna inalava sempre con un po’ di timore, come se avesse una diversa composizione chimica e potesse in qualche modo influire sul suo fisico. Ed in effetti influiva. C’era, secondo lei, troppo ossigeno, troppa natura, troppa differenza dall’aria che respirava a Milano. Gli insetti mordevano? Sembravano delle minuscole zanzare, forse moscerini. Temeva che quel branco in movimento potesse dirigersi verso di lei ed attaccarla improvvisamente provocando pustole pruriginose sul suo viso e sulle sue mani. Il resto del corpo era ben coperto; non faceva proprio caldo quella mattina di giugno.

Timo la guardava con quella sua espressione incomprensibile. Anna non sapeva mai perfettamente cosa stesse pensando Timo. Non capiva quando diceva la verità. Se la stava prendendo in giro. Se parlava seriamente o raccontava cazzate. La sua mimica era sempre identica, sia che stesse raccontando una barzelletta o dando una indicazione stradale. Poi ogni tanto scoppiava in una risata da Babbo Natale, durante la quale due fossette alla base delle guance lo facevano sembrare un personaggio delle favole: forse un elfo, forse un abitante dei boschi.

Dietro le betulle c’era una capanna di legno. Ma stava nel lago o sulla terraferma? Anche lei sembrava inserita nel quadretto da un esperto pittore. Posizionata ad hoc per dare una sensazione di discreta presenza umana in quel paradiso acquoso.

Sullo sfondo basse colline scure, rivestite di vegetazione estiva, erano la cornice adatta. Il cielo azzurro, di quegli azzurri che fanno male in primavera e ancora più in inverno. Un cielo che a casa di Anna avrebbe significato vento, tanto vento, ma che qui portava solo una leggera brezza, molto leggera; a stento la vegetazione si muoveva.

Un animale balzò sul bordo dell’acqua. Anna non riuscì a capire cos’era. Un serpente? Una lucertola? Non aveva idea di quale creatura potesse aggirarsi in quel mondo estraneo.

Timo era immobile e lo guardava, guardava quell’arco formato dalle due betulle strane.

«E’ lì», ripeteva il concetto, «è proprio lì. Lo vedi?»

«Vedo due betulle strane», rispose Anna.

«Appunto. Ecco che lo vedi», attestò Timo, «E’ il passaggio che ti dicevo, il passaggio ad ogni luogo della terra, lasciato aperto. C’era un vecchio strambo che abitava qui, quando non c’era nulla. Prima che costruissero l’hotel ed il ristorante ed il parco per i bambini. Deve essere morto ed ha lasciato aperto il passaggio. Mio nonno me lo raccontò prima di morire».

Ad Anna venne un dubbio: «Ma se l’ha dimenticato aperto non è mai capitato che qualcuno ci finisse dentro per sbaglio?»

Timo la guardò come si guarda un bambino: «Non è così facile finirci dentro. Devi entrarci e sapere come fare, altrimenti sono solo due betulle strane».

Anna fu rincuorata. Non si poteva lasciare aperta una porta così potente e forse pericolosa.

«Come funziona?», chiese Anna senza staccare lo sguardo da quel panorama ipnotico.

Timo rispose prima con un suono lungo e cadenzato, poi aggiunse: «Non è complicato, ma a volte è difficile».

Incurvò i lati della bocca: «Non sono certo di saperlo». Lungo silenzio in cui si udiva solo l’acqua mossa da strane creature, «Forse è solo perché volevo usarlo, e lui si è lasciato usare».

«Non mi sei di grande aiuto Timo. Se volessi usarlo io come devo fare?», chiese Anna sinceramente curiosa.

«Devo pensarci bene. Non vorrei dirti una cosa sbagliata». Poi con la tipica intonazione scanzonata da Timo propose: «Ci facciamo una birra? Che ci rifletto».

Tornarono in città, anche se città non era il concetto giusto. Alcune case sparpagliate tra campi, boschi, laghetti. Un centro commerciale ai bordi della strada principale. Un edificio che fungeva da bar, ristorante, albergo appostato sulla riva del lago: un altro lago, diverso o forse uguale a quello di prima.

Si sedettero ad un tavolo di legno. Era pomeriggio inoltrato ma chiaramente, data la latitudine, il sole non accennava minimamente a tramontare. Timo scelse una birra ad alta gradazione, Anna si limitò ad una da cinque gradi, più scura. Non capiva perché Timo avesse deciso di svelarle quel segreto. Doveva essere stata una frase detta da lei a Savonlinna l’estate precedente, quando seduti sul prato di fronte alla fortezza, ammirando un gabbiamo fermo sul palo di un pontile, iniziarono a filosofare sui massimi sistemi della vita, passando dal sapore della Mustamakkara a quello delle delusioni in ogni campo.

Timo era molto più vecchio di Anna. Aveva un fascino al quale lei non sapeva resistere. Accanto a lui la vita sembrava più accettabile.  Gli voleva molto bene. Era più di un’amicizia, ma non aveva mai pensato a qualcosa di romantico. Non ne avevano mai parlato perché non era quello lo scopo del loro incontro. Erano due anime compatibili, uno stato diverso da quello di essere amici, amanti, fidanzati o compagni o quant’altro venga regolato dalle consuete relazioni di questo mondo.

Anna amava i silenzi di Timo. Non era silenzi inutili, ma momenti in cui fluiva tra di loro un fascio di particelle positive e rassicuranti. Timo amava di Anna il suo essere molto italiana: pragmatica e sognatrice, complicata e celebrale, ma anche molto amorevole, mamma e sorella. Ma certamente inquieta. Forse lui riteneva fosse il suo compito nel mondo riuscire ad attutire questa inquietudine di Anna.

Un sorso di birra, lento e fresco, come quel lago: «Possiamo provare insieme la prima volta?», riprese il discorso Anna.

«Non credo sia possibile», rispose Timo con un accenno di frettolosità. «E’ un viaggio che credo vada fatto da soli».

Anna era sempre più curiosa, ma anche un tantino preoccupata.

Avrebbe avuto il coraggio di affrontare una cosa simile? Eppure, era sempre stato il sogno della sua vita. Ma appunto per questo era insostenibile trovarselo di fronte: era un sogno, distante, troppo strano. Solo il fatto di scoprire che questa possibilità esisteva veramente era stata un’idea difficile da accettare. Come poteva essere che quell’uomo, incontrato per caso in uno dei suoi viaggi, avesse la chiave del suo sogno? Era sicuramente stato il destino.

Quando accennavano a questa pazzia le sembrava di essere in una strana situazione, in cui due scrittori creano una storia, si inventano una favola, parlando di cose ipotetiche ed irrealizzabili come se fossero reali.

Tutto iniziò durante il secondo giorno sul Sentiero del Lupo, quando stavano proseguendo la loro conoscenza camminando nella natura. Erano vicino ad una palude e si fermarono un attimo a riposare. Tutto era così particolare per Anna, non voleva perdersi il sapore del minimo filo d’erba. Aveva bisogno di quella energia per poter affrontare tutto il resto dell’anno nel delirio della città.

Iniziò a parlare a Timo dei suoi incubi più strani e delle sue inquietudini. Con Timo non era obbligata ad essere logica e razionale. Lui la ascoltava in silenzio, spesso intagliando un pezzo di legno con il suo coltellino. Timo si fermava, si sedeva appoggiato ad un albero e iniziava ad intagliare, levando con colpi precisi la corteccia, formando delle figurine che assomigliavano ad animali che esistevano solo nella sua fantasia. Anna sapeva che allora poteva sparare tutto quello che le veniva in mente. Timo l’avrebbe ascoltata.

«Sai Timo», disse quel giorno, «mi sembra sempre di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Mi sembra di essere intrappolata in un solo luogo, in un solo istante che non è il mio. Vorrei potermi spostare immediatamente ed in un lampo in posti diversi. Non attraverso il tempo, ma nello spazio. La scorsa settimana ero sul divano e leggevo la guida per preparare questo viaggio e volevo intensamente essere sulla piazza di Oulu. Volevo sedermi su quella roccia verso il mare e preparare lì questo itinerario. Era un desiderio intenso, faceva quasi male, perché non poteva essere soddisfatto. Le pareti della mia casa sembravano essere diventate una gabbia che mi toglieva il respiro. Iniziai a tremare, degli spasmi incontrollabili come quando hai la febbre alta. Ho dovuto ricorrere ad ogni tecnica di rilassamento che conosco per uscire da quello stato. Non so cos’è questa cosa, ma sta diventando sempre più insistente. Vorrei che finisse per evitare di impazzire. Forse dovrei ricorrere ad uno psicologo, ma ho paura che mi dica che non sono normale. Sì, poi, però, chi è normale su questa terra?»

Timo continuava ad intagliare. La guardò e sorrise con un sospiro di sollievo. «Adesso capisco. Capisco perché ci siamo incontrati. Non riuscivo a comprendere come mai quel giorno di pioggia sulla strada per Joensuu ti vidi in quel caffè con lo sguardo svanito. Infreddolita e spaesata. Sembravi finlandese, una particolare donna finlandese che sorseggiava dalla sua tazza senza ben sapere cosa stesse bevendo. Solo un liquido caldo e rinfrancante. Ti parlai nella mia lingua e tu mi guardasti sorridendo: – Sono italiana, non parlo finlandese – L’Italia, il paese che avevo sempre desiderato visitare. E tu eri un pezzo di quella terra, un soffio di quel vento del sud. Ora comprendo il perché. Le nostre anime si sono cercate per anni. Tutte le mie storie finite male, i miei problemi, le mie gioie. Tutto era indirizzato affinché io fossi su quella strada quel giorno, a quell’ora. Ed ora su questo sentiero, uno spirito di Lupo, ci sta svelando la ragione del nostro incontro».

Anna era perplessa, non comprendeva bene cosa Timo intendesse con quel discorso, ma aveva la certezza che il mondo come l’aveva conosciuto prima non sarebbe più tornato, perso sul quel sentiero tra paludi, brughiere e pinete. In precedenti momenti della sua vita sarebbe stata spaventata a morte, ma ora non più. Il suo mondo, quello dove pensava di crearsi una culla morbida e sicura dove stare, si era sgretolato: lavoro svanito, amore perduto, famiglia lontana e assente, amici – quali amici? – si erano allontanati da chi non era più vincente, brillante, rassicurante. Niente più certezze, quindi, perché avere paura? Sentiva una specie di fluido salire dallo stomaco e riscaldare di nuovo il suo sangue. La paura svaniva, l’incertezza si stemperava, la curiosità si faceva di nuovo largo.

La birra ebbe bisogno di un seguito, accompagnata però da patate e pesciolini fritti. Anna adorava quei sapori, semplici ma intensi. Sapeva che i pesciolini fritti in un olio un po’ pesante li avrebbe digeriti l’indomani, ma pazienza! Ne valeva la pena.

Ben rifocillati ritornarono al capanno che avevano affittato. Una piccola stanza con stufa di ghisa, una mini cucina con lo stretto necessario ed un divano non proprio comodo. Tutto era semplice ma estremamente pulito: odore di aghi di pino e resina.

Restarono seduti fuori. Anna con una pensante coperta che aveva trovato nell’armadio del capanno. Si erano accesi un timido fuoco nel braciere e stavano sorseggiando una imprecisata tisana che odorava di mirtilli. Il sole accennava a tramontare senza fretta fino a quando finalmente il cielo divenne tendenzialmente più scuro. Anna sapeva che era l’ora giusta. Il momento per riuscire ad addormentarsi, prima che la luce riprendesse il sopravvento. Le tende del capanno non erano sufficienti a nascondere l’intensa luminosità di giugno, per cui riusciva praticamente a dormire solo un paio di ore a notte. Non si era mai abituata a questo avvicendarsi di notte/giorno così diverso da quello di Milano. La prossima volta sarebbe venuta in inverno: «Sai che dormite!», pensò ad alta voce.

«Cosa?», chiese Timo che non aveva inteso la frase detta in italiano. Anna chiarì il concetto: «La prossima volta ti vengo a trovare in inverno. Con tutto quel buio riuscirò a dormire almeno otto ore!» Timo si scatenò nella sua risata da Babbo Natale: «Ma non si dorme d’estate! C’è tutto l’inverno per riposare!»

«Già, la faceva facile lui», pensò Anna, «ci è abituato a questa cosa della luce tutto il giorno».

L’indomani alle cinque Anna era già in ammirazione del lago. Con delle paurose borse sotto gli occhi e un intorpidimento da mancanza di sonno.

Timo arrivò con una tazza di caffè: «Allora, cosa pensi di fare con il passaggio? Vuoi provare?»

«Ma se non mi hai ancora detto come funziona?», si affrettò a ricordargli Anna.

«Vero. Il fatto è che non so come funziona. Ci vorrebbe un esperto fisico e qualche altro scienziato». Lunga pausa a cui Anna oramai era abituata: «Ma so come si usa».

«Allora cosa aspetti a dirmelo?»

«Ho paura che con tutta questa tua agitazione non riuscirai ad usarlo».

Anna sembrò rispondere all’affermazione di Timo ma si fermò alla prima vocale e stette in silenzio.

Si attardarono per un altro caffè e un dolcetto alla cannella ricoperto da una appiccicosa glassa allo zucchero.

Tornarono alle betulle. Questa volta Anna tentò di memorizzare la strada e quindi chiese di guidare lei. Solo alla guida riusciva ad imparare strade nuove, come passeggera era perennemente distratta dal paesaggio.

«Ma funziona come uno Stargate? Ci vuole una porta dall’altra parte? E dove sono collocate queste porte?»

«No», rispose Timo senza esitazione: «Non ci sono porte e non ci sono destinazioni prefissate. Puoi scegliere tu dove andare, ovunque, nel mondo».

«Ma se non ci sono porte dall’altra parte come faccio a ritornare?»

Timo la guardò fissa negli occhi: «Quando vuoi tornare, torni».

«Ok, ne so quanto prima. Timo, come libretto d’istruzione sei carente e anche molto nebuloso».

Timo si mise a ridere. Rideva spesso delle battute di Anna. A volte erano semplici affermazioni, altre volte battute sarcastiche. Anna non rinunciava mai a questa visione del mondo: un posto in cui stare molto attenti, un po’ amorevole ma spesso crudele. Abbandonarsi troppo era pericoloso. Tranne che con Timo, non c’erano pericoli con lui, non sapeva spiegarselo, ma era così, era la realtà.

«Ok, allora Timo ripassiamo. Io entro, vado dove voglio e torno quando voglio».

«Non proprio. Tu sei dove vorresti essere, entri e arrivi proprio lì dove vorresti essere. Prima lo senti dentro di te e poi riesci ad andarci».

Anna ci pensò alcuni istanti ma fu distratta dal suono di un animale tra l’erba: forse un uccellino che volò via velocemente.

«Boh! Non capisco», rispose a Timo ritornando alla realtà.

«Non c’è nulla da capire. C’è da sperimentare». Lungo silenzio di Timo intervallato da movimenti nell’erba e nell’aria, tra le fronde, che stavano diventando più intensi. «Quando per esempio mi dicevi di essere a casa tua e sentire questo forte desiderio di essere da un’altra parte, un desiderio che quasi fa male…ecco…questa è la chiave».

«Credo che avrei troppo paura, per il momento passo».

Andarono a cercare bacche nel bosco. Poi comperarono del pesce fresco sulla piazza del mercato e cenarono fuori dal capanno al calore del braciere.

Timo si alzò ansioso quella mattina. La brezza stava diventando vento. L’acqua del lago si era fatta scura e il cielo minacciava temporale. L’azzurro dei giorni scorsi era sparito, al suo posto nuvole grigie che avanzavano velocemente, qualche goccia fredda sul viso.

Anna non c’era. L’auto non c’era. Possibile che avesse voluto provare da sola, senza la presenza di Timo? Sembrava improbabile. C’erano in Anna ancora troppi dubbi, troppe domande per una mente troppo razionale. L’aveva fatto? L’aveva fatto da sola?

Andò dal suo vicino e si fece prestare l’auto. Guidò con insolito nervosismo. Non c’era molto traffico ma i limiti di velocità rigorosi risultavano a tratti intollerabili.

Arrivato a destinazione la pioggia incominciò a scendere: era una doccia fredda ed intensa di piccole gocce grigie.

Si avvicinò alle betulle. Su una di questa c’era appeso con una puntina blu una busta di plastica trasparente con all’interno un foglio bianco.

Timo staccò la puntina ed estrasse il foglio. Ma la pioggia era troppo intensa. Mise quel foglio in tasca e corse verso il ristorante che stava aprendo. Sedette ad un tavolo in un angolo. C’era poca luce.

Spiegò il pezzo di carta. Era scritto con un tratto deciso fatto con una penna nera.

“Cos’è questa porta:

E’ fermarsi a contemplare un cielo blu in un giorno d’inverno, quando il vento è così forte che intralcia i pensieri

E’ scoprire i miracoli dietro l’angolo di casa

Ma non fermarsi dietro l’angolo di casa…ma guardare più lontano

Da prospettive diverse

Da altitudini diverse

E andare lontano…

Attraversare montagne e pianure…

Varcare mari…

E andare oltre…sempre più lontano

…scoprendo mondi nuovi…

…scoprendo gente nuova

…e ancora oltre

…e verificare di persona i racconti…

…e poi ritornare a casa…più ricchi…

…più intensi

…e scovare il sole oltre le nuvole

…percepire il vento…

…specchiarsi nelle acque…

…ascoltare il silenzio…

…la luce che cambia…

…e riscoprire tutto quello che è…natura

…storia

…bellezza

…imparare la strada tra i contrasti

…la serenità nel caos

…e ritrovarsi con una nuova visione…

…e poi riposarsi dal lungo viaggio…

…e non avere paura…

Il temporale era passato. L’azzurro ritornò a farsi vedere. Timo finì il suo caffè ed uscì ringraziando la cameriera. Tenne la porta aperta al ragazzo delle consegne che stava entrando con un carello pesante di fusti di birra.

Era domenica ed alcuni clienti, per lo più famiglie con bambini, stavano arrivando per godersi il sole.

Timo si diresse di nuovo alle betulle. Si sedette su una roccia che sporgeva lì vicino. Era bagnata e ricoperta di muschio ma non gli importava.

Si mise comodo ad aspettare.