Commosso saluto di Como ad Ines Figini:”Ci hai lasciato tante cose: grazie” foto segui la diretta

Toccante omelia di don Enrico per l'ultuma superstite cittadina dell'orrore nazista. In tanti al funerale.

Mattinata con i brividi al Crocifisso di Como dove si sono svolti i funerali di Ines Figini, l’ultima comasca superstite dell’orrore dei campi di concentramento, deportata e poi salva miracolosamente. Se n’è andata, dopo una vita passata a predicare il perdono, a 98 anni. Il suo funerale stamane alla presenza di autorità (gonfalone del Comune di Como, era stata Abbondino d’oro nel 2014) tra cui il vice sindaco Caldara e la presidente del consiglio comunale Veronelli e tanti amici o semplici conoscenti. Toccante omelia di don Enrico, il rettore del Crocifisso, che l’ha conosciuta personalmente negli ultimi anni di vita.

 

Ines Figini, come detto, è stata insignita dell’Abbondino d’oro da parte del comune di Como nel 2014. Non era ebrea, non era impegnata nella Resistenza, non era dichiaratamente antifascista. Era operaia alla Tintoria Comense, storica azienda di Como coinvolta nello sciopero generale che arrestò l’attività lavorativa nelle fabbriche del Nord Italia ai primi di marzo del 1944. All’epoca Ines aveva meno di 22 anni: prese le difese di alcuni compagni di lavoro che erano tra gli organizzatori dello sciopero, e così venne arrestata e deportata con loro. Finì prima nel lager di Mauthausen, poi in quello di Auschwitz-Birkenau (dove rimase per oltre otto mesi) e infine a Ravensbrück. Dopo la liberazione venne ricoverata in un ospedale militare a causa di una grave malattia. Tornò a Como solo nell’ottobre del 1945. Sopravvisse all’inferno per non deludere la fiducia della madre che, quando lei era bambina e si allontanava da casa per giocare, non mostrava alcuna apprensione: «Tanto tu torni sempre…», le diceva.

 

Nominata commendatore della Repubblica nel 2004 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, Ines Figini ha atteso più di cinquant’anni prima di portare la sua testimonianza nelle scuole. Il libro – corredato da un’appendice documentaria e da un contributo storico sulla deportazione in Italia e sul valore della memoria curato dal Centro studi “Schiavi di Hitler” – parla di una persona a cui il lager non ha rubato l’anima e che, dopo la deportazione, ha ripreso a vivere. Dal 1968 in avanti, ogni anno, è tornata là dove era stata reclusa. Ha sempre ricordato tutto. E, nonostante tutto, è stata capace di perdonare.