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Opera lirica con delitto, un successo per la prima al Sociale foto

Opera lirica con delitto, un successo per la prima al Sociale

di Sabrina Sigon

opera crime

«L’opera è il racconto, è vedere il mondo con tutta la grazia che è concessa a noi poveri mortali. Raccontare la verità usando la finzione, rendendola magica, impossibile e bellissima. È parlare la lingua degli Dei…».

Questo l’inizio del lungo discorso finale della voce narrante, voce che ci ha presi per mano e accompagnato attraverso un’esperienza unica nel suo genere, quella del percorso lirico-investigativo ideato dal maestro Enrico Melozzi, un percorso che incuriosisce ed emoziona. Entriamo a teatro e la prima cosa da fare è scaricare l’App che ci guiderà attraverso questa avventura proposta da Opera Crime. Poi, nel foyer del teatro, si spengono le luci. “Accendete la torcia del cellulare”, è l’invito rivolto al pubblico e, passando dalle quinte, veniamo accompagnati sul palco dalle maschere.

«…forse è proprio quello che sono io: il Dio di questo universo che mi sono inventato …».

Un delitto efferato è stato commesso, il cadavere di una donna spunta da un sacco di juta gettato a terra. Una donna che è stata compagna, amante, premio conteso fra due uomini e per questo ha pagato con la vita.

“Hanno bloccato le uscite da cinque minuti, ma il colpevole potrebbe essere ancora nel teatro!”, dice una voce concitata fuori campo. “Devo sapere tutto quello che è successo là. Sbrigati! E portami indietro qualcosa”.

«Non sono dell’umore adatto a risolvere un puzzle. Ma se non lo faccio non ci sarà giustizia e un assassino se ne tornerà a casa tranquillo» risponde la voce narrante. Lo schermo del telefonino viene riempito dall’immagine di una lente di ingrandimento con la quale leggere gli indizi digitali disseminati in tutta la scena. Gli attori sono già sul palco. Immobili, possiamo avvicinarli e studiarli ma non sono loro a rispondere alle nostre domande. Una voce narrante interviene per fornire indicazioni, indizi che possano aiutare a risolvere il delitto, perché i personaggi – Gilda, il Duca e Rigoletto – sono anche persone, mosse da passioni sotterranee tutte da scoprire. A un certo punto gli attori cominciano a muoversi, recitare, cantare. Alcune arie sono molto conosciute, altre meno, ma avere gli interpreti davanti, di fianco, seduti a terra, crea un avvicinamento che non è soltanto fisico: gli attori, di solito visti da lontano, diventano voce, corpo e sofferenza in questa mancanza di distanza fra artista e pubblico che – tipica di quasi tutti gli spettacoli – di solito senza volerlo diluisce nello spazio le emozioni che invece qui si possono toccare con mano.
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La musica non è più solo qualcosa che ti arriva davanti, ma ti circonda, ti avvolge, si lega e ti lega alla storia. E noi, che indaghiamo e ci muoviamo nella penombra cercando di capire cosa fare, diventiamo personaggi e, insieme o da soli, cerchiamo di risolvere il mistero.

«…Colgo l’occasione per presentarmi, gentili signori e signore che siete venuti a teatro questa sera. Sono Giuseppe Verdi, sono io che ho viaggiato fino a Parigi per incontrare Victor Hugo e dare vita a Rigoletto, il Duca e Gilda …».

Impronte sulle assi del teatro, sui vestiti, nei camerini: gli indizi sono stati caricati sul telefonino, è il momento di votare: chi è stato a commettere l’omicidio, il Duca oppure Rigoletto? Il colpevole, alla fine, viene svelato.

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Ma chi, se non l’autore, è responsabile delle emozioni dei suoi personaggi, è capace di spingerli al limite e oltre, chi li costringe a fare cose meravigliose e terribili?

«… Gilda muore ogni sera, e ogni sera resuscita, come una fenice. Gilda è un dono che ho fatto all’umanità. Anche i cantanti che interpretavano il Rigoletto questa sera sono vittime della mia fantasia. Per loro l’opera è uscita dal teatro e ha invaso la loro vita. Ne ho preso possesso e li ho trasformati nelle mie pedine. Questa sera ero io la vittima e il carnefice. Voi avete indagato e mi avete giudicato; io mi rimetto alla clemenza della corte e vivo ancora, ogni sera, nelle magie delle mie note, e nelle vicende dei miei personaggi, vivo per loro e tramite voi. Per questo vi ringrazio, ancora una volta, ed ogni sera, per sempre».

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Mentre le ultime note accompagnano la parte conclusiva dello spettacolo, le luci del teatro si accendono e la leggera nebbiolina che ci aveva accompagnato per tutta l’indagine si dirada. L’applauso non finisce, è meritatissimo, poi arriva il maestro Enrico Melozzi per i saluti finali: “Voi siete i primi a fare questo esperimento, vi ringrazio tantissimo e sono molto emozionato, ringrazio il teatro e tutti i collaboratori: c’è tutto un mondo dietro a questa produzione. Era questo che io avevo in mente, rivoluzionare le regole del teatro. La partecipazione è la cosa più importante, la curiosità. Nuove idee, nuove forme d’arte da realizzare insieme a voi”.

Ci alziamo, è il momento di lasciare il posto al secondo spettacolo, anche se a me piacerebbe fermarmi ancora: questa esperienza è riuscita a portarmi all’interno dell’opera a tal punto che, alla fine, la fatica è quella di uscirne.

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