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INCONTRI: Fabius Constable e i suoi colori in musica

INCONTRI: Fabius Constable e i suoi colori in musica

di Sabrina Sigon

 

Quello che mi piace dei tuoi concerti è che, insieme alla musica straordinaria, c’è sempre una storia interessante. Il tuo prossimo evento, ad esempio, quello del 22 febbraio a Vercelli nella Basilica di Sant’Andrea, è dedicato a un episodio storico molto importante, quello della Magna Charta.

«Pochi probabilmente lo sanno, c’è anche un italiano in questa storia, il Cardinal Guala Bicchieri…».

Certo che noi italiani siamo proprio dappertutto!

Era un messo papale mandato dal Papa per aiutare Re Giovanni Senza Terra, che aveva grossi problemi con i baroni: c’erano già state cruente insurrezioni e le parti stavano schierando gli eserciti di nuovo; poi è arrivato il nostro cardinale come mediatore, ed è riuscito a mettere intorno a un tavolo baroni e re e a realizzare la stesura finale della Magna Charta.

Una storia importante e sarà molto interessante ascoltarne la narrazione attraverso la musica. Anche la storia di Fabius Constable passa attraverso la musica. Ho letto che hai iniziato a suonare il pianoforte a quattro anni, hai frequentato il conservatorio G. Verdi di Milano, poi ti sei avvicinato a uno strumento che non avevi mai suonato, l’arpa; dal percuotere le corde battendo sui tasti al pizzicarle, come è avvenuto questo passaggio?

Anche se a prima vista non si direbbe, c’è una grande familiarità fra i due strumenti, perché il pianoforte è un’arpa sdraiata. Se ne apri uno a coda vedi un’arpa messa in orizzontale e comprendi qual è l’affinità fra i due strumenti. La storia di questo passaggio arriva da lontano. Ero in un momento particolare della mia vita, avevo lasciato la musica da un anno e mezzo e, in quel periodo, avevo altre aspirazioni.

Un periodo in cui la musica rappresentava per te soltanto qualcosa di amatoriale

Sì, a poco più di vent’anni avevo gettato la spugna; stavo facendo lettere all’università e volevo scrivere un libro, pensavo di essere destinato ad altro. Strana cosa il destino. Poi faccio un viaggio in Irlanda e vedo questo strumento e ti assicuro che l’ispirazione è stata grande. Come ho assecondato il desiderio di suonarla cominciando a studiarla, ho avuto accesso a un intero linguaggio musicale. A quel punto ho capito che era questo che cercavo veramente nel mio viaggio, e che poteva essere qualcosa di significativo non solo per me ma anche per gli altri. Il destino è qualcosa che tutti abbiamo, strade che possiamo percorrere o meno, occasioni prese oppure lasciate. Evidentemente una delle mie era questa. Questa strada alla fine è stata così attrattiva da non lasciarmi scelta, e tutto quello che è venuto dopo è accaduto quasi senza che lo volessi.

Sono cominciati così i primi concerti

Mi sono trovato ad avere concerti ancor prima di essere realmente pronto, c’era talmente tanto interesse che ho dovuto accelerare i tempi, vedere insegnanti, mi sono formato sul campo. Ma i sedici anni di musica precedenti, sia dal punto di vista teorico sia da quello pratico – quello della disciplina e dell’organizzazione per intenderci – mi hanno aiutato molto. E non dimentichiamoci il metodo: quando pensiamo a un artista ci viene in mente l’ispirazione, il momento creativo, insomma l’aspetto romantico della cosa, ma ciò che tiene in piedi una persona che vive della propria arte è la sua capacità di organizzarsi. Creatività e fantasia si poggiano sul tempo passato a studiare, sulla chiarezza con cui si rivede in continuazione la teoria, sul numero di ripetizioni di esercizi nella pratica.

“Scrivete tutti i giorni” dicono a volte agli scrittori e, quello che non vi convince, buttatelo via. È così anche per la musica?

È difficile buttare via le cose che si fanno. Qui entriamo nel campo della difficoltà umana a lasciare andare. Persone, creazioni, qualsiasi cosa facciamo è sempre una gran fatica riuscire a lasciarla andare.

I pezzi che non utilizzi subito li tieni o li lasci andare?

Quello che vede la luce è un quinto, un sesto di quello che è stato scritto; ce ne sono alcuni, però, a cui tengo moltissimo. Ecco questi me li tengo stretti e li mostro poco. «Perché le cose più belle non le vuoi mostrare?», mi dice qualche volta la mia manager. «Perché sono molto personali», rispondo di solito; anche se quest’anno ho deciso di proporre un concerto a me molto caro, quello di Dante, che faremo a Como l’8 maggio all’Officina della Musica. Dante’s Dream, le liriche di Dante musicate e fatte cantare alla nostra soprano Donatella Bordone.

Prima mi raccontavi che quelle che noi leggiamo oggi come poesie per la maggior parte, in origine, erano brani cantati 

Sì, e questa cosa all’inizio mi aveva un po’ sconvolto. «Ma come» mi dicevo, «leggo un brano di Petrarca e scopro che ai tempi era una canzone». Anche nella prosodia greca: tutti pezzi che venivano cantati, anche per fare in modo che venissero ricordati meglio; è più facile ricordare una canzone di una poesia, perché per ricordare una canzone si mettono in campo altre risorse del cervello. «Ma quanto ci perdiamo» ho pensato nel vedere il testo di un madrigale di Petrarca; purtroppo oggi abbiamo relegato la canzone a un linguaggio abituale, quotidiano, quello dei testi delle canzoni attuali non è un linguaggio alto, a parte qualche eccezione. Abbiamo prodotti musicali “dolci”, che io chiamo “lecca lecca”: sono appetibili ma non hanno nutrienti. Anche a me piace ascoltare questa musica, così come mi piace mangiare una barretta di cioccolato; però credo che abbiamo anche bisogno di nutrire qualcosa dentro di noi, i nostri sentimenti, la nostra visione emotiva della vita; alcuni lo fanno, altri no. Nei brani di oggi si parla come si parlerebbe a un nostro amico, è tutto piuttosto piatto; attraverso la curiosità di studiare quei testi, invece, ho riscoperto la musicalità e la metrica che a scuola non avevo colto. Le allitterazioni, il senso delle figure retoriche accompagnate da una musica che sia ascoltabile secondo i nostri canoni attuali – perché riproporre le melodie del 1200 o 1300 risulterebbe un po’ troppo lontano per il nostro orecchio – tutto questo ha suscitato anche molto interesse in chi ascolta. E oggi, a tre giorni dalla fine del festival, mi chiedo: come avrebbe cantato Dante a Sanremo?

Come avrebbe cantato Dante a Sanremo è una bella domanda  

Non ci sarebbe andato, penso. Ma, nel caso, come avrebbe raccontato in musica la storia di Paolo e Francesca, il dramma di Ugolino, l’incantesimo di Ulisse? Queste sono delle pagine bellissime della nostra letteratura, pagine mai superate e vorrei che si sentissero anche al di fuori dai banchi di scuola.

Anche questo un altro progetto interessante

Sono tutte canzoni, abbiamo fatto delle riduzioni da diversi canti – i già citati Ulisse, Ugolino, Paolo e Francesca – mettendoli in una metrica adeguata; questa è stata una delle cose più divertenti, perché con Dante parliamo di tre e di undici, terzine ed endecasillabi, mentre la musica oggi è basata sul numero quattro. Quindi abbiamo dovuto far quadrare i numeri dispari – le sillabe di Dante e le sue terzine incatenate – con la musica strutturata in termini di quattro.

E a incastrare il tre nel quattro succede che

Abbiamo ottenuto una specie di dodici. È stata una sfida divertente e importante, vissuta con chi ci ha sostenuto con simpatia e dato coraggio. Ricordo le lettere ricevute da Benigni, da Vittorio Sermonti – era il periodo in cui faceva le letture dei Canti dell’Inferno in Duomo a Milano, una decina d’anni fa – dal Presidente della Repubblica; per il momento si tratta di un lavoro soltanto live, più avanti verrà pubblicato come uscita discografica. Cercalo online, cerca Dante’s Dream. Ne faremo un cd e anche un Lp.

Un’altra parte molto apprezzata della tua musica sono le “contaminazioni” che metti nei tuoi concerti

Quelle che chiami contaminazioni per me sono inevitabili incontri tra storie diverse che arricchiscono le culture coinvolte; la bellezza del nostro tempo è che sono diventate a portata di mano. La cosa importante è che non si mescolino in un’unica forma musicale, perché il concetto del pensiero unico è un pericolo anche per la musica. Stiamo bene insieme finché manteniamo i nostri colori. Hai mai giocato con le vernici? Mischiando i colori si ottiene di tutto ma se li mischi male viene fuori il solito, banale grigio-marroncino. Quello che mi piacerebbe evitare è il grigio marroncino della cultura. Culture diverse va bene, ma mantenendo ognuno i suoi colori.

Un’ultima cosa che mi preme dire è la parentela del romanticismo e tardo romanticismo inglese con la musica celtica attuale. Una musica epica, da colonna sonora, che ha preso tantissimo dai compositori nordici e russi, da Wagner, Grieg, Čajkovskij, oltre che dagli inglesi quando riportano temi della musica tradizionale scozzese e irlandese. C’è un collegamento tra la musica celtica moderna – non soltanto la musica popolare locale – e la musica d’ambiente.

Tornando al prossimo concerto di Vercelli, quale sarà la formazione sul palco?

Saremo 26 arpe con flauti, clarinetto, contrabbasso, violoncello, fisarmonica, coro femminile, chitarra e mandolino.

Ci anticipi una delle storie che racconterete in musica?

La storia di Liadan, una sorta di Abelardo ed Eloise del medioevo irlandese. Poetessa e scrittrice lei, artista e scrittore lui, si innamorarono ma – nonostante passarono una vita a rincorrersi – non riuscirono mai a rimanere insieme. Cuirithir, da ubriaco e in una taverna, le propose di sposarsi, lei gli disse: “Accetto, però me lo devi chiedere da sobrio, e davanti ai miei genitori”. Passarono comunque la notte insieme. Ma pare che dopo Liadan abbia cambiato idea, e sia andata dove andavano tutte le donne quando, a qui tempi, cambiavano idea: in un monastero.

Una bella via di fuga per l’epoca: non volevi più fare una cosa e dove andavi? In monastero

Si dice però che lei sia andata lì per studiare: c’erano i libri e avevi l’opportunità di leggere; anche Cuirithir, per non perderla, entrò in monastero. Soltanto che non riuscì a tener fede al voto di castità – non con lei purtroppo. I due litigarono, lui se ne andò e non tornò mai più. Entrambi, però, continuarono a scrivere l’uno dell’altro nelle loro composizioni. Per tutta la vita.

Ma in che termini? Quello della rabbia, della malinconia, dell’amore mancato?

Lei, che rimase sempre fedele ai suoi sentimenti, in un componimento scrisse: “La voce dei boschi cantava quando ero con Cuirithir, il mare diventava di fuoco, una freccia infiammata ha trafitto il mio cuore, senza di lui non vivrà”.

Fabius ci manda anche un video saluto

 

Appuntamento quindi a Vercelli nella Basilica di Sant’Andrea che, oltre a essere un luogo di interesse artistico e storico, è una location d’eccezione perché, racconta Fabius, in questa chiesa gotica – la prima interamente gotica in Italia – c’è un’acustica davvero speciale, con un riverbero peculiare. Per uno spettacolo che è anche un viaggio nel canto e nelle musiche del medioevo europeo, Scozia, Inghilterra e Irlanda ma non solo: per l’occasione verranno riproposte musiche che fanno parte della storia della Celtic Harp Orchestra e in più una composizione originale per ricordare la figura del cardinale Guala Bicchieri.

Sabato 22 febbraio ore 21, basilica di Sant’Andrea: un concerto che la Musica dedica alla Storia.

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