Finisce con il divertente “Gianni Schicchi” di Puccini la stagione lirica del Sociale

di Sabrina Sigon

teatro sociale gianni schicchi

Come ha potuto un episodio del trentesimo canto dell’Inferno di Dante essere stato fonte d’ispirazione di un’opera comica di Giovacchino Forzano ed essere poi diventato un’opera lirica di Giacomo Puccini? E ancora, come è riuscito a fare il paio con la farsa boccaccesca dal titolo “L’Heure Espagnole” – opera di Franc-Nohain con musiche di Maurice Ravel?

Tutto questo ieri sera, in occasione della chiusura della Stagione d’Opera al Teatro Sociale di Como.

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Era il 14 dicembre del 1918 quando, al Metropolitan di New York, debuttò per la prima volta “Gianni Schicchi”, opera comica in atto unico musicata da Puccini sviluppando alcuni temi del Verismo musicale, una tradizione operistica post-romantica che trae le sue origini dall’omonimo movimento letterario italiano di quegli anni. Movimento che cercava di rappresentare il mondo con il maggior realismo possibile e che, fra i maggiori esponenti letterari, annovera autori come Giovanni Verga. Da un punto di vista del soggetto, si tratta di opere che prendono le distanze da figure divine o mitologiche e mettono a fuoco, invece, l’uomo e la donna del tempo con i loro problemi, spesso di natura amorosa. Da un punto di vista musicale i compositori cercavano di integrare dramma e musica, abbandonando le strutture recitative e scenografiche e privilegiando testi integrati alle scene, cantati con poche pause e in modo continuativo, con arie che potessero rappresentare anche brani a sé stanti.

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Il tema che tratta quest’opera è quello dell’avidità, dell’uso della parola per tessere inganni, e di come il faccendiere Gianni Schicchi finga di aiutare un gruppo di parenti dell’appena trapassato Buoso Donati – ricco mercante di Firenze – a riappropriarsi dell’eredità che il neo defunto aveva lasciato a un convento di frati, per trarne a sua volta vantaggio. Oltre alla questione economica, però, come nella migliore tradizione c’entra anche l’amore, quello fra la figlia di Schicchi e il nipote del ricco e compianto mercante.

 

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E sempre l’amore, questa volta giocoso e decisamente più scabroso, è quello raccontato attraverso le peripezie di Concepción, giovane sposa dell’orologiaio Torquemada di Toledo, alle prese con pendole e amanti – uno sciocco, giovane e poeta e l’altro grasso, borioso e banchiere (anche se, in ultima analisi, “l’amante più giusto è quello che ha successo”) – in un crescendo di colpi di scena che non finiscono di incuriosire lo spettatore. Ma è anche l’enigmatico confronto fra gli automi e gli esseri umani a essere messo in scena, che in alcuni momenti sposta il focus dell’opera su una dimensione temporale diversa, che ha a che fare con i sentimenti e la loro assenza, la ripetizione senza ragione apparente, la continua – ma soltanto a tratti davvero compresa – danza con la morte.

 

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È questa L’Heure Espagnole, opera in un atto, eseguita per la prima volta al Théâtre National de l’Opéra-Comique di Parigi il 19 maggio del 1911, che Maurice Ravel compose nel 1907 per compiacere il padre, che lo aveva sempre sostenuto nella carriera musicale, e amava l’opera lirica. Cinque voci soliste e un’orchestra di flauti, oboe, fagotti, corni, trombe, xilofono, celesta, arpe che concorrono a creare suoni brillanti dal sapore spagnolo, che si uniscono alla narrazione e ne sottolineano malizia e bellezza. Alcune sonorità intriganti e intrise di una certa malinconia – melodie che accompagnano l’ascoltatore attraverso le emozioni della storia – costituiscono un importante cambiamento della musica legata al racconto e precorrono quei tempi che vedranno il cinema legarsi allo spartito, attraverso un genere nato con l’opera “The Black Crook” dall’unione di una compagnia di canto e ballo e una compagnia di prosa: il Musical (Stati Uniti, 1866).   

Entrambe opere divertenti – anche se in modo diverso – che ben accompagnano lo spettatore attraverso gli aspetti più scabrosi della vita, come il tradimento e le azioni illecite compiute per avidità, con il desiderio di raccontare ma anche divertire, senza mai perdere di vista i lati comici dell’essere umano che gli artisti fanno emergere con grande abilità. Protagonisti il tempo, l’amore, la virtù e la sua perdita ma, in ultima analisi, un poco di indulgenza verso gli umani vizi.

 

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Quello che colpisce di entrambe le commedie è che mentre siamo seduti in platea a guardare, e ridiamo, e apprezziamo l’ottimo lavoro e la musica e le scenografie, ecco, a un certo punto non siamo più noi a guardare ma ci sentiamo guardati. Come se tutti gli attori si fermassero, mentre le storie continuano il loro corso, per interrogarci con lo sguardo, per entrare nei nostri sentimenti, nei meandri delle nostre vite abitate da vizi e virtù. Uno sguardo che ci interroga e ci obbliga a domandarci – non importa cosa – a domandarci.

L’applauso finale regala il sollievo di chi è stato capito e, in qualche modo, perdonato. La commedia che più ci inchioda è quella dove, nel bene o nel male, sentiamo di avere anche noi una parte. 

 «Ditemi Voi, Signori», dice nell’ultima scena Gianni Schicchi, «se i quattrini di Buoso potevan finir meglio di così. Per questa bizzarria m’han cacciato all’ inferno, e così sia! Ma… con speranza del gran padre Dante, se stasera vi siete divertiti, concedetemi voi… l’Attenuante!!»

 

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Ed è con Ravel e Puccini che si chiude il sipario sulla Stagione d’Opera al Teatro Sociale di Como. Con loro, e il grande applauso che tutta una splendida stagione si è giustamente meritata.

 

L’Heure Espagnole di Maurice Ravel e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini 

Maestro concertatore e Direttore: Sergio Alapont

 

Orchestra Pomeriggi Musicali

Coproduzione Teatri di OperaLombardia