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INCONTRI: Alessio Brunialti racconta (e non solo): De Andrè – 2°parte

di Sabrina Sigon

Mercoledì 6 novembre Alessio Brunialti racconta (e non solo) De André – take 3 – all’Officina della Musica di via Giulini 14. «Un modo per ricordare questo grande cantautore», dice Alessio Brunialti, critico musicale e giornalista del quotidiano La Provincia di Como, «e, attraverso undici appuntamenti, ricostruirne non solo la discografia ma anche l’importanza fondamentale nel paesaggio musicale italiano».

Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”, scrive Fabrizio De André all’indomani del funerale di Luigi Tenco

Era appena morto Luigi Tenco, De André va al suo funerale e poi scrive questa canzone dal titolo Preghiera in gennaio dove, richiamandosi anche a un brano pubblicato precedentemente, la Ballata del Miché, – che si impicca e viene sepolto fuori dalla chiesa “senza un prete e la messa perché d’un suicida non hanno pietà” – canta il suo profondo dolore per chi ha deciso di togliersi la vita. De André, in quegli anni, ha contribuito insieme ad altri artisti, canzone dopo canzone, a smontare il nostro sistema sociale e morale di allora, che era abbastanza repressivo e represso, patriarcale, un sistema dove i figli dovevano seguire le orme dei padri senza possibilità di scampo. “Teen Agers” è un termine che nasce negli anni cinquanta; prima di allora non avevi un’età di mezzo, eri bambino e poi subito adulto. Se tuo padre faceva il contadino tu avresti fatto il contadino, non c’era nemmeno da discutere; così come nei rapporti d’amore, se tu vivevi in un posto di provincia, tua moglie era quella che aveva la tua età, che conoscevi fin da piccolo: ci giocavi insieme e, a un certo punto, te la sposavi.

Una realtà, quella di quegli anni, che ha ispirato molti film

C’è un bel film di Ermanno Olmi che descrive molto bene la società di allora: uno dei primi che ha fatto e si intitola “Il posto”, e racconta del passaggio dalla vita in campagna a quella cittadina, un po’ come “Rocco e i suoi fratelli”. Il film di Olmi parla di questo ragazzino che vive nella campagna milanese e, dopo la vincita di un concorso, si sposta a lavorare in una grande città, per quel “posto” allora tanto ambito. Nel film lo vedi passare da questa casa di cortile, fra le oche e tutto quanto, alla vita urbana, che comporta l’acquisto dell’abito buono, perché dovrà andare a fare l’impiegato; da quel viaggio in treno in terza classe – quei vagoni che, non so se ti ricordi, avevano le panche di legno – arriva diretto nel concetto pasoliniano di “inurbamento” (fra le letture di De André c’è senz’altro anche Pasolini, al cui omicidio dedicherà il pezzo: “Una storia sbagliata”). Con l’arrivo in città compaiono anche nuovi desideri e bisogni, come quello di avere una macchina, cosa di cui in campagna poteva fare tranquillamente a meno, una macchina che corrisponda però a un certo standard, pena l’essere annoverato nella categoria degli sfigati. Tutto questo ci dà lo spaccato di un’epoca che noi abbiamo perso e che riviviamo parzialmente attraverso questi film, ma anche attraverso la musica di autori come De André che, raccontandola, hanno contribuito a mettere in evidenza tutti quegli aspetti che sono serviti alle nuove generazioni per riflettere, che hanno contribuito all’emancipazione da una mentalità vecchia e superata.

La musica che si fa portavoce del cambiamento

La nascita dei primi cantautori – in un periodo in cui la loro figura e il loro ruolo non erano ancora ben codificati, periodo in cui furono loro stessi a darsi fisionomia e visibilità – si alimentò della proficua interazione con una generazione che aveva bisogno di sentirsi dire determinate cose, di sentirsi autorizzata a pensarle. Quando si è visto che c’è stata una risposta alle loro canzoni, anche il mercato discografico si è spostato su di loro. Altrimenti saremmo andati avanti ancora per anni con gli emuli di Sinatra.

Un nuovo linguaggio quello di De André

Fabrizio De André ha alzato letteralmente l’asticella del linguaggio nelle canzoni: se prendi, ad esempio, Gino Paoli, che è un grandissimo poeta e, della famosa “Scuola genovese” di cui facevano parte anche Umberto Bindi, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, e Luigi Tenco, l’unico a essere rimasto ancora vivo e operativo (ha la bellezza di 85 anni ed è ancora in giro a fare concerti), se tu prendi il testo del bellissimo brano Il Cielo in una stanza capisci subito che si tratta di un testo ancora un po’ alla Modugno (che, va detto, fu comunque innovatore al Festival di Sanremo con “Volare”). De André fu tra i primi a prendere Georges Brassens (uno dei più grandi maestri della canzone d’autore francese degli anni cinquanta del secolo scorso) come modello; già dai primi momenti dei suoi esordi fu suo debitore in alcuni pezzi, nei testi o nella musica. Un altro pregio di De André fu quello di collaborare con autori del calibro di Nicola Piovani – importante autore di colonne sonore nonché uno degli ultimi musicisti con cui collaborò Fellini – o con il giornalista Giuseppe Bentivoglio. Ha scritto un disco con De Gregori, due dischi con Massimo Bubola, due dischi con Mauro Pagani e l’ultimo con Ivano Fossati (con testi ispirati agli scritti di Álvaro Mutis). Invece in Crêuza de mä, album cantato in un genovese aulico e antico con cui si è aggiudicato la Targa Tenco, i testi sono suoi.

De André è stato dunque uno dei primi

Una cosa importante di De André è che tutti i cantautori successivi non possono prescindere da lui. Come i Beatles: tu puoi anche odiarli, ma se li odi vuol dire che stai reagendo a loro, quindi ti stai rapportando. Se di De André dici “Che menata con tutti questi morti, io scriverò diversamente”, vuol dire che con lui, comunque, ti sei confrontato, l’hai preso in considerazione e poi hai deciso di seguire un’altra strada; quindi, che tu lo voglia o meno, ti ha comunque influenzato.

Anche i grandi hanno preso da lui

De Gregori ha ammesso di aver cominciato con De André; nei dischi in cui Claudio Baglioni fa dei pezzi con altri, De André non manca mai; anzi la prima canzone che Baglioni ha portato in televisione, alla fine degli anni sessanta, si intitola “Marinetta”, un pezzo di Brassens tradotto da lui, e quindi il collegamento con Fabrizio è immediato.

Un nuovo mestiere, quello del cantautore

De André è uno dei primi che si mantiene facendo questo mestiere, ecco un’altra cosa che cambia in quegli anni; se i tuoi genitori non erano d’accordo, potevi mettergli davanti lui, la sua esperienza e il fatto che ce l’aveva fatta. Uno dei primi perché, se pensi per esempio a Modugno, pensi a un artista che faceva anche teatro, le commedie con Garinei e Giovannini, Rinaldo in campo, oltre a una serie di film; e come lui tanti altri, che si muovevano attraverso una gamma di lavori piuttosto vasta. De André è uno dei primi a dedicarsi completamente alla musica, a partire da quei concerti che, chitarrista solo sul palco, non amava particolarmente. Ma questa era la sua strada, il suo pane, e questo era quello che cercava di fare al meglio, con l’attenzione e il puntiglio di chi vuole sempre fare le cose per bene, per sé e per il suo pubblico.

Tutti morimmo a stento è il secondo album di inediti registrato da Fabrizio De André per Bluebell Records, pubblicato nel 1968, uno dei primi concept album in Italia, realizzato in collaborazione con Gianfranco Reverberi e Gian Piero Reverberi nell’orchestrazione, e nei testi con Riccardo Mannerini (Il cantico dei drogati) e Giuseppe Bentivoglio (La ballata degli impiccati). Tema portante di questo concept album la morte psicologica dell’individuo.

Tutti morimmo a stento, ingoiando l’ultima voce, tirando calci al vento, vedemmo sfumare la luce…” (Fabrizio De André).

 

tutti morimmo a stento

L’appuntamento “Alessio Brunialti racconta (e non solo): De André” – take 3 – è per domani, mercoledì 6 novembre, ore 21.00, all’Officina della Musica in via Giulini 14

Ingresso:

Eur 8,00 (soci)

Eur 10,00 (non soci)

Info e prenotazioni

3492803945

 

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