Festival internazionale di Arzo, dal 29 agosto un’edizione speciale: vent’anni di Festival foto

Agosto 1999, nasce il Festival internazionale di narrazione di Arzo. 2019, il Festival è pronto per l’importante traguardo: la ventesima edizione.
Nato da un pensiero coraggioso, che non ha mai smesso di crescere, il Festival che ha la sua casa nel caratteristico quartiere sopra Mendrisio, ha oggi raggiunto una meta importante, da celebrare con un’edizione ricca ed emozionante. A festeggiare questo compleanno particolare ci saranno tanti artisti, spettacoli, appuntamenti e sorprese.
Al centro di tutto rimane “la narrazione”, intesa come occasione per creare connessioni e approfondimenti, restituita in una proposta articolata e inclusiva, che pensa a tutti: bambini, ragazzi, adulti.

festival di arzo

Quest’anno, a ospitare gli spettacoli e i loro narratori, in aggiunta alle tradizionali corti del paese, verrà riproposta la cornice d’eccezione delle cave di marmo.
Proprio in cava Broccatello, si aprirà la nuova edizione, la sera di giovedì 29 agosto, con lo spettacolo Metamorfosi – indistinto racconto di e con Gaetano Colella, Enrico Messina e Daria Paoletta, prodotto da Armamaxa teatro/PagineBiancheTeatro e realizzato con il sostegno di un Crowdfunding, in collaborazione con Il Festival di Arzo e con la Compagnia Burambò.
Lo spettacolo porta in scena le storie narrate da Ovidio, storie mitiche di eroi, dei e mortali, storie di amori, rivalità, sofferenze. Un’operazione che valorizza il mito in quanto elemento vivo, presente in ogni società ed epoca. Un lavoro che riflette sul concetto di “metamorfosi” come trasformazione che genera non solo teatro, ma anche vita.

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Molti saranno gli artisti pronti ad alternarsi nelle corti e nelle cave per festeggiare l’atteso compleanno. Tra i temi più raccontati, ci sarà il rapporto con il confine. La frontiera e il limite, che spesso trovano corrispondenza in precisi elementi naturali, sono narrati in due lavori dell’artista Stefano Beghi, prodotti in collaborazione con Karakorum Teatro: Simplon e Rimanendo sul confine.

Simplon, in scena sabato 31 agosto, alle ore 18.00, in Cava Broccatelo, racconta la storia di Leone, che nel 1898 cerca fortuna in uno dei più grandi cantieri dell’epoca: gli scavi per il traforo del Sempione. Il cantiere si rivela il condensato delle contraddizioni di un periodo turbolento: da un lato la giovane Italia, con la sua voglia di andare oltre; dall’altro la montagna, elemento naturale e simbolico del limite. Ambientata quasi cent’anni dopo, nel 1973, è la storia di Rimanendo sul confine, in scena domenica 1 settembre, alle ore 18.30, nei giardini della scuola. L’avventura di un uomo semplice, cresciuto tra Italia e Svizzera, si intreccia con le storie di contrabbando ed è così ancora un modo per riflettere sulle frontiere, reali e simboliche, e sul tema, inevitabile, della scelta.

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Altri artisti pronti a proseguire l’indagine sono Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi, della Compagnia degli (S)legati, che hanno dedicato due lavori alla narrazione delle imprese alpinistiche. La montagna e la scalata rappresentano, da sempre, metafore esistenziali e permettono di ritrovare in quelle esperienze il confronto con sé stessi e il senso dei legami umani di fronte alle sfide. Un altr(o) Everest sabato sera, in Cava Broccatello racconta la storia vera di Jim Davidson e Mike Price, due amici che nel 1992 decidono di scalare il Monte Rainier: un passaggio obbligato per chi, in America, vuole definirsi Alpinista. Nella sua spietata semplicità, il racconto si fa emblema della storia di un’indissolubile amicizia.

Domenica mattina, alle ore 11.00, in Cava Allio, il pubblico potrà assistere a (S)legati, tratto dal best seller La Morte sospesa di Joe Simpson. La compagnia sarà inoltre ospite della Corte dei miracoli, domenica pomeriggio, in un incontro con il pubblico in cui si confronterà con lo scrittore e alpinista Enrico Camanni sull’esperienza di vivere e raccontare la montagna.

Molte voci femminili al Festival di quest’anno. Cos’è, oggi, il femminismo? Un pensiero superato? O un’esigenza ancora viva e necessaria? Marta Cuscunà, artista e performer marchigiana, finalista del Premio Ubu 2016, dedica un progetto al recupero di figure femminili che, nella storia, hanno ripensato e scardinato i dogmi della cultura dominante.

Uno dei capitoli del progetto, La semplicità ingannata, è in scena ad Arzo, venerdì 30 agosto alle 21.30. Lo spettacolo è ambientato nel Cinquecento, nel monastero di Santa Chiara di Udine, e racconta la storia di un’antica resistenza femminile. Nel convento, secondo l’usanza del tempo, venivano costrette alla monacazione le figlie delle famiglie più importanti, escluse così da ogni aspetto politico e sociale. Un gruppo di monache, però, decide di reagire e trasformare il monastero in uno spazio di contestazione e di libertà di pensiero. Nello spettacolo la storia delle Clarisse diventa il trampolino per un discorso più profondo sul «destino di generazioni di donne» e sulla «possibilità di farsi coro per cambiarlo». Per approfondire la riflessione, l’attrice insieme alla studiosa Francesca Medioli, curatrice di L’Inferno monacale di Arcangela Tarabotti, incontrerà il pubblico sabato 31 agosto, presso la Corte dei Miracoli.

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Una storia al femminile è anche quella narrata da Elisabetta Salvatori che, dopo il successo  dello scorso anno, torna al Festival sabato 31 agosto alle 11.00, con La bimba che aspetta. Affiancata dal musicista Matteo Ceramelli (violino e chitarra), Salvatori porta in scena la storia dell’omonima e celebre statua ottocentesca, situata a Viareggio, che ha ispirato voci, leggende e pellegrinaggi. Le storie della misteriosa bimba che ha posato come modella e dello scultore ferrarese che l’ha ritratta, danno vita a un racconto che restituisce uno spaccato misterioso della Versilia antica.

Ma non solo personaggi femminili. Nello spettacolo Piccolo come le stelle, in scena domenica alle ore 18.30, la storia narrata è quella di uno dei più grandi musicisti di sempre: Giacomo Puccini. Partendo dallo studio delle sue lettere Salvatori, in scena con il violinista Matteo Ceramelli, ricostruisce le incredibili fragilità del compositore lucchese. Una narrazione che ricorda come «anche le stelle, viste da qui, siano piccole».

Il Festival di Arzo, nella sua ventesima edizione, si riconferma un polo di incontro tra culture, visioni e poetiche. Sabato 31 agosto e domenica 1 settembre, alle ore 14.30, andrà in scena Thioro. Un cappuccetto rosso senegalese per la regia di Alessandro Argnani, con Fallou Diop, Adama Gueye e Andrea Carella. Nato dal laboratorio tenuto dal Teatro delle Albe a Diol Kadd, in Senegal, Thioro è un’operazione teatrale meticcia, che ha unito culture e sensibilità artistiche diverse. Reinvenzione dal respiro africano della celebre fiaba popolare, lo spettacolo con un ritmo pulsante intreccia diverse lingue, strumenti e immaginari e conduce lo spettatore – non per il bosco, ma per la savana – in un viaggio bruciante attraverso l’Africa. Sabato 31 agosto, alle ore 16.15, presso la Corte dei Miracoli, gli attori insieme a Maria Martinelli, regista del documentario tratto dallo spettacolo, incontreranno il pubblico per raccontare il progetto. L’evento è sostenuto dal Programma integrazione cantonale del Dipartimento delle Istituzioni della Repubblica e Cantone Ticino.

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Nelle stesse giornate di sabato 31 e domenica 1, alle ore 18.30, il pubblico potrà assistere a Conference des choses di François Gremaud e Pierre Mifsud, una produzione 2b company. Narrazione ludica e imprevedibile, lo spettacolo è una “disgressione senza fine” che mette al centro le storie delle cose: il corpo dell’attore Pierre Mifsud, come un’enciclopedia vivente, episodio dopo episodio – da Cartesio alle caramelle Haribo – apre impensabili collegamenti e finestre inopportune. Senza effetto, senza filo, senza tecnica, Conference de choses è un’incredibile performance interamente in lingua francese.