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L'intervista

Ezio Guaitamacchi presenta a Parolario “Woodstock. 50 anni di pace, amore, musica”.

parolario 2019

“Woodstock oggi non è soltanto nostalgia, ma un luogo dove gli artisti vivono ancora”, mi racconta Ezio Guaitamacchi.

Giornalista, scrittore, musicista e autore radiotelevisivo, laureato alla Bocconi in Economia Aziendale, Ezio Guaitamacchi ha collaborato, nel 1985, con Renzo Arbore per il programma cult ‘Quelli della notte’, e curato nel 1987 la consulenza artistica della trasmissione televisiva ‘DOC’. Nel 1990 è stato autore con Enzo Gentile del programma ‘Born in the Usa’ e, a partire dal 1994, fondatore del mensile musicale ‘Jam’; è stato direttore della casa editrice Arcana per cinque anni e della sezione editoriale ‘Musica’ di Editori Riuniti per otto. Dal 2003 è direttore del Master in Giornalismo e Critica Musicale del Centro Professionale Musica di Milano. Al suo attivo ha la realizzazione di numerosi saggi e guide sulla storia del rock.

Siamo nel bellissimo parco di Villa Olmo e fra poche ore Ezio Guaitamacchi prenderà parte allo spettacolo “Woodstock. 50 anni di pace, amore, musica”, insieme a Brunella Boschetti Venturi (voce) e Andrea Mirò (voce e pianoforte); dialogheranno con lui Gianni Berardinis e Alessio Brunialti.

“Stasera celebriamo i 50 anni di Woodstock”, continua Ezio, “e lo faremo parlando e presentando un libro scritto da due autori americani, Mike Evans e Paul Kingsbury, uscito il mese scorso per la collana di musica che dirigo alla Hoeply, libro che vanta la prefazione di Martin Scorsese: ‘Woodstock i tre giorni che hanno cambiato il mondo’, di cui ho curato l’edizione italiana. Contemporaneamente stiamo portando in giro lo spettacolo che vedrai più tardi: racconti, proiezioni e musica dal vivo. Faremo molte delle canzoni dello spettacolo e, con i giornalisti Alessio Brunialti e Gianni De Berardinis converseremo su quelli che sono i punti principali della storia di Woodstock.

La prima curiosità su Woodstock è il motivo per cui si decise di organizzare un Festival di quelle proporzioni in un paese di poche anime che dista un’ora e mezza dalla città di New York. Come mai questa scelta?

 Di fatto Woodstock era già una colonia di artisti e, da quando Bob Dylan era andato lì ad abitare, il nome della cittadina era cominciato a rimbalzare sulla bocca degli appassionati. Si trattava di una zona molto bella, simile al lago di Como; campagna, colline, tutto come qui ma senza lago.

Il periodo che Bob Dylan ha passato a Woodstock ha un notevole numero di aneddoti, di cose che sono successe, fu qui che Dylan ebbe un incidente di moto e rimase ferito, anche se non si sa quanto gravemente; quello che passò alla storia fu che il cantautore si concesse un periodo di pausa per ‘staccare la spina’, prendendo le distanze da tutti, compreso il suo manager di allora, Albert Grossman, con il quale stava passando un momento di crisi; infatti il contratto di collaborazione fra i due venne sciolto nel 1970. Fu a Woodstock che, si dice, si trovassero Joan Baez e il cantautore, nel famoso locale ‘The Café Espresso’.

Una curiosità che non tutti sanno di questo Festival, è che in realtà non si tenne a Woodstock, ma in una frazione a un’ora e un quarto in direzione ovest nella medesima contea, Bethel; questo perché le autorità politiche di Woodstock, temendo un’invasione di hyppies, decisero di spostare la manifestazione.

Oggi gli americani, con la loro attenzione particolare per tutto quello che riguarda la storia, hanno cintato il luogo del Festival creando il ‘Bethel Woods Center for the Arts’ un anfiteatro di importanza nazionale, un centro per le arti dello spettacolo e un museo, situato nel sito della Woodstock Music & Art Fair del 1969 a Bethel, New York. Sia nel libro sia con lo spettacolo, oltre alla sua storia, vogliamo raccontare com’è, oggi, Woodstock.

 

Ezio come mai questo forte legame con Woodstock, da dove nasce la tua passione?

Da ragazzino frequentavo come tanti coetanei della generazione rock degli anni settanta il cinema teatro Leonardo, vicino al Politecnico di Milano. Il cinema faceva, in quegli anni, rassegne di film rock, specialmente la mattina, l’orario ideale per chi voleva saltare lezione. Quel film l’avrò visto almeno cinquanta volte e, per 25 anni, ho sempre creduto che fosse l’esatta fotografia di quanto era successo, esattamente in quella sequenza.  In realtà, come ho scoperto più tardi, si trattava di frammenti montati senza un ordine cronologico. Ciò che mi ricordo benissimo, di quelle visioni mattutine, era l’attesa di veder comparire i nostri idoli. Il mio era Jimi Hendrix. Da ragazzino non solo amavo Hendrix, volevo essere lui, per me rappresentava l’amore puro. L’altro momento clou del film era l’inquadratura di Pete Towshend, il simpaticissimo chitarrista degli Who, che faceva un salto a rallentatore: un attimo da brivido.

 

Fu in quel periodo che cominciò la tua passione per la chitarra?

 Ho iniziato per emulare mio fratello maggiore, che suonava la batteria in un gruppo e io ero affascinato da un chitarrista che suonava con lui; no, non ho preso lezioni di musica, ho cominciato come autodidatta e continuo ad ‘autodidattare’. La mia passione per Hendrix di quegli anni mi aveva portato a una sorta di fissa per le frange, e costringevo mia mamma a cercare giacche, pantaloni di velluto, addirittura scarpe che le avessero.

Una volta adulto, come giornalista ho avuto la fortuna di incontrare quelli che erano stati i miei eroi e, negli anni, sono riuscito a intervistarli. Nel 1994 ci fu una grandissima celebrazione a Woodstock e il fatto che ci fosse una regolare vendita di biglietti permise di dare una dimensione all’evento: 400.000 persone certificate. Andai e vi rimasi per due giorni. Ci sono tornato altre due volte: una per il compleanno di un amico jazzista, l’altra, e questa è una super chicca, per acquistare una chitarra, una di quelle che suonerò stasera, che è stata costruita da un liutaio proprio a Woodstock. Tutte le volte che ci sono tornato, comunque, la suggestione di visitare quei luoghi è stata davvero grande. Una volta, parlando con Joan Baez, mi ha raccontato di come, pochi giorni prima, avesse incontrato il pilota dell’elicottero che aveva portato lei e Janis Joplin da New York a Woodstock cinquant’anni prima. ‘Ma cosa ci facevi, tu, con Janis?’ le ho chiesto. ‘Lei era simpaticissima’, mi ha detto, ‘però beveva un casino; e io, per non scontentarla, bevevo insieme a lei. Il thè’.

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La prefazione del libro ha una firma eccellente, quella di Martin Scorsese. Cosa ci faceva Martin Scorsese a Woodstock?

Fu lì che iniziò la sua carriera cinematografica come assistente al montaggio del film documentario di cui parlavamo prima, che permise la divulgazione del Festival e del suo spirito in tutto il mondo. Eravamo nel 1969, in un mondo completamente diverso dal punto di vista della comunicazione.

“Sono rimasto confinato su una piattaforma di circa tre metri di larghezza, proprio a destra del palco, appena dietro una pila di amplificatori, tutto concentrato sui musicisti e le loro performance. Ero uno dei montatori del film che stavano girando, il mio compito era individuare le sequenze che sarebbero servite al momento di montare la pellicola… dovevo mantenere l’equilibrio in quello spazio stretto e strapieno di persone. Dipendevamo gli uni dagli altri, per la nostra incolumità. Se qualcuno mi avesse spintonato per farsi largo sarei potuto cadere dalla piattaforma. Ma non è successo nulla di tutto ciò – a nessuno di noi”. (Martin Scorsese).

 

Ringrazio Ezio Guaitamacchi che, a poche ore dall’inizio della serata organizzata da Parolario, mi ha dedicato il suo tempo con gentilezza e disponibilità.

Lo spettacolo comincia con la bravissima Andrea Mirò che si esibisce al pianoforte, poi la grande voce di Brunella Boschetti e le chitarre di Ezio Guaitamacchi; la musica è splendida, i brani sono quelli di Joni Mitchell, Bob Dylan and the Band, Janis Joplin, ‘With a little help from my friends’ dei Beatles (nella versione di Joe Cocker); un pubblico riportato indietro di cinquant’anni dai racconti e gli aneddoti affascinanti di Ezio Guaitamacchi e le considerazioni di Gianni De Berardinis, con l’intervista di Alessio Brunialti.

Una serata ricca di divertimento, storia, emozioni e musica quella di ieri a Parolario,

Era musica densa, che veniva da una grande ispirazione, una musica imperfetta che sapeva comunicare perfettamente”. (Gianni De Berardinis).

Sabrina Sigon

 

 

 

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