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INCONTRI: Tony D’Alessio e il suo viaggio straordinario

Dai Guernica alla Transiberiana, passando per X-Factor e Asgard. Un viaggio straordinario, quello di Tony D’Alessio, che vanta una lunga serie di collaborazioni con gruppi musicali dal metal estremo al cross-over e al rock progressivo, anche come produttore artistico-esecutivo.

Cantante dei Guernica, finalista nel 2013 di X-Factor con gli Ape Escape, dal 2015 voce dei Banco del Mutuo Soccorso, è stato investito del ruolo di Odino nel musical: “La Leggenda di Thor”, uno spettacolo teatrale dalle grandi emozioni dove scoprire, attraverso scontri, battaglie e rapimenti, che gli dei posseggono, anche loro, una natura umana.

“Nella musica, come nella vita, non si finisce mai di viaggiare”, dice Tony D’Alessio. Ed è proprio a lui che chiedo di raccontarci qualche tappa del suo viaggio, a cominciare dall’avventura più recente, quella del teatro.

 

Tony come hai vissuto l’esperienza del musical e come ti sei sentito in questo ruolo? 

Con Odino ho potuto incarnare quelle caratteristiche paterne che ho sentito mie all’interno di questo gruppo di artisti più giovani, anche se io sono una persona molto più fisica e materiale e quindi, sotto questo aspetto, ho dovuto lavorare parecchio per entrare nel personaggio, più etereo, di un dio; posso dire che si è trattato di una vera e propria sfida perché, nonostante nella mia carriera abbia lavorato anche in teatro, spesso l’ho fatto stando dietro le quinte, come direttore artistico; quindi all’inizio ho avuto qualche perplessità ad accettare il ruolo, perché salire sul palco era una cosa che non facevo da tempo. Poi, e di questo devo ringraziare Edoardo Lombardi e gli altri produttori di Ema Eventi che hanno insistito, ho accettato la sfida.

 

Come sei stato durante i mesi di prova, come hai vissuto l’apertura del sipario? 

Nonostante fosse la prima volta che mi cimentavo con un musical, nonostante sia sempre molto severo ed esigente con me stesso, mi sono affidato totalmente alle direttive di produzione, e questa è stata la carta vincente che mi ha permesso di trovare quella serenità, quella che regala momenti di divertimento e di condivisione in questa esperienza straordinaria. Da un certo punto di vista sono tornato un po’ il ragazzo che si fa guidare e cerca di integrarsi al massimo alle proposte della produzione. Nel musical, oltre al mio ruolo di Odino, sono stato il vocal coach, quindi ho dovuto concentrarmi molto anche sugli altri, oltre che su me stesso. Figurati che, a un paio di settimane dal debutto, dovevo ancora finire di preparare la mia parte cosa che, in altre circostanze, mi avrebbe davvero preoccupato. Poi però ho avuto fiducia, mi hanno dato fiducia, e ho cominciato a vedermi con occhi diversi, l’attore e il preparatore, e tutto è andato avanti nel migliore dei modi.

 

Come ci si prepara per un musical, dove bisogna concentrarsi su recitazione e canto allo stesso tempo? 

Da un punto di vista tecnico, per la preparazione della voce, sono stato il vocal coach di me stesso: ho cercato di tenere un’impostazione classica, nello standard, con vocalità da doppiatore anche nel recitato; forse la difficoltà maggiore che ho trovato è stata quella di “togliere” un po’ di Tony dalla parte, sia nella recitazione sia nel canto, invece di portarlo come cerco di fare di solito.

 

Leggendo la trama emerge il tema della difficoltà che attraversa l’umano come il divino: può uno spettacolo dal genere fantastico, avvicinarsi ai grandi interrogativi della nostra vita di tutti i giorni?

Questo è stato proprio il tema centrale: nel musical Idunn, la dea dell’eterna giovinezza, viene rapita. Gli dei senza di lei diventano mortali e questo apre a uno scenario completamente nuovo, perché porta la fragilità in queste figure: gli dei che diventano vulnerabili, come noi, esseri umani, con le nostre paure, difficoltà, scontri generazionali, il tutto all’interno di un ambiente fantastico. Sono contenuti interessanti, di spessore, e il merito di uno spettacolo di questo tipo, un musical, può essere proprio quello di trattare temi importanti con la leggerezza che permette loro di raggiungere gli spettatori di qualsiasi età. E di questo bisogna ringraziare la regia di Antonello Ronga, le scenografie di Antonello Risati; grazie al grande Emiliano Branda, compositore e autore di gran parte della musica e delle sigle RAI. Uno dei nostri punti forti è stata proprio la musica, e l’equilibrio delle sue composizioni che sanno abbracciare classico e moderno.

 

Tony, come nasce la tua avventura con i Guernica, tuo gruppo storico?

L’avventura con i Guernica nasce da un’amicizia profonda e dalla voglia di scrivere pagine di verità, senza imboccare scelte stilistiche condizionate dal mercato, quindi completamente libere da barriere e paraocchi legate alle mode. Tre album molto ben accolti dall’underground mondiale, recensioni sempre eccellenti sulla stampa settoriale italiana e internazionale. Un quarto doppio album, di cui ho scritto tutti i testi e composto le melodie, compresi arrangiamenti corali eseguiti da me, resta per ora nel cassetto dal 2013, pronto ma mai tirato fuori perché non voglio che la gente pensi che io usi la popolarità acquisita col mio secondo posto a X-Factor o dal Banco del Mutuo Soccorso per lanciare un mio prodotto. Si tratta di pagine di me, dove mi racconto attraverso brani -11 acustici e 11 elettrici inediti – scritti con sincerità e non per fare soldi. Un giorno mi piacerebbe ristampare i tre album con l’aggiunta del doppio album ancora inedito per chiudere il nostro racconto. Ormai da tre anni ho sospeso la mia attività live con loro, gli altri impegni mi impediscono di continuare a impiegare tempo ed energie anche per questa splendida avventura.

 

Partecipare a un contest come X-Factor, gara che non ti ha impedito dall’indossare, sul palco in pieno inverno, le tue infradito preferite.  

“Sono sempre stato me stesso”, hai detto, “forse anche peggio”. Quanto è importante, per te, il tema dell’autenticità. 

Il tema dell’autenticità è fondamentale. Non devi fingere di essere qualcosa di diverso, è come costruire un castello di carta, e poi questo viene giù. Se porti sul palco la tua onestà, nessuno può farla crollare. L’autenticità è il dovere di ogni artista, è l’opportunità che ha a sua disposizione per raggiungere sé stesso e gli altri in una dimensione vera. Gli atteggiamenti esteriori, alla prova del pubblico, non reggono. Perdere la propria identità per inseguire un effimero successo è un peccato, e non porta a niente. A X- Factor volevo portare la mia voce, e credo di esserci riuscito.

 

Dal 18 gennaio 2015 sei il nuovo frontman della band storica del prog internazionale il Banco del Mutuo Soccorso. 

 “Ci vuole talento, sensibilità, e anche un bel fegato a prendere l’eredità di Francesco di Giacomo”, ha detto, nel presentarti durante un concerto, Vittorio Nocenzi. Come stai vivendo questa esperienza? 

Per me è un ruolo di straordinaria importanza, che mi porta a cercare di incarnare tutte le aspettative, sia di chi viene a sentire le canzoni del Banco, sia della stessa band e di Vittorio Nocenzi, per il quale ho grandissima stima e ammirazione. Anche qui sono tornato ragazzo e ho cercato di mettere i miei anni di esperienza nelle sue mani, facendomi guidare dalla sua, di esperienza; perché con il Banco si lavora in un presente che vanta lo spessore di mezzo secolo di cultura musicale italiana.

Pendo dalle sue labbra, sono al servizio del Banco, tutto ha una tessitura e deve essere equilibrato, e modulo la mia voce a seconda della necessità della band e della sua storia.

 

Da Mosca a Pechino, la Transiberiana è la più lunga linea ferroviaria che dà il titolo all’album di prossima uscita del Banco: cos’è per te la Transiberiana? 

Nella musica, come nella vita, non si finisce mai di viaggiare; ogni tappa del viaggio è un’emozione, raccontata attraverso note e parole. Qui c’è tutto. Un percorso che viaggia non solo nei luoghi ma nel tempo, con le gioie, i dubbi che la vita ti pone, i dolori di aver perso persone care e il desiderio che, comunque, queste persone continuino a viaggiare insieme a te. Quella di Vittorio Nocenzi è stata un’esperienza straordinaria, ed è straordinaria la forza, la tenacia con cui, attraverso paesaggi antichi e nuovi, vuole ancora condurci.

Il Banco è in divenire, e la Transiberiana è il viaggio che ci porterà nei luoghi che ci aspettano.

 

La formazione dei giovani attraverso La Mela di Odessa, scuola di musica il cui nome è un omaggio a un altro grande gruppo prog degli anni settanta, gli Area: cosa regala l’insegnamento? 

Demetrio Stratos è stato un faro e lo è ancora. Pensa che mi avvicinai al grande Francesco Di Giacomo al concerto di San Martino Valle Caudina; io sono sempre stato un fan del Banco, e cominciai a parlare con lui di Demetrio, di lui come persona, non solo come artista. Sapevo che l’aveva conosciuto, sapevo che solo Francesco avrebbe potuto raccontarmi cose della sua vita e della sua carriera che non avrei mai trovato da nessuna parte. Ecco, anche in questa occasione, Demetrio è stato il mio faro. Quella sera, infatti, da quella chiacchierata che è durata per più di un’ora, tanto che Francesco si è perso quasi tutto il soundcheck, ecco da allora è nato il mio straordinario rapporto con il Banco, un rapporto di anni cominciato con un primo casting da parte di Filippo Marcheggiani per gli Scenario, la sua band.

Vedi quanti ricordi si aprono in un attimo. Per tornare alla tua domanda, amo l’insegnamento e mi dispiace che, in questo periodo, non riesca a dedicargli il tempo che vorrei. Anche perché è un’attività che ti prende, quando la cominci ti assorbe al cento per cento. Gli studenti della scuola arrivano da tutta Italia, per seguire lezioni dove l’oriente si fonde con l’occidente, e si abbracciano tecniche che vanno dalla meditazione, allo yoga, al chi kung; secondo noi il canto si esprime con tutto il corpo, la postura, i muscoli volontari e involontari, l’assenza delle tensioni negative, il ricorso a quelle corde particolari, quelle dell’anima, che devono cantare insieme a tutto il resto. Soprattutto il canto deve rendere felici, deve far stare bene le persone, e questo è l’obiettivo della scuola. Cerco di trasferire la mia esperienza e aiutare i giovani nella loro formazione e, se fra qualche anno li incontrerò di nuovo, mi piacerebbe mi regalassero un abbraccio.

 

Ringrazio Tony D’Alessio che con grande disponibilità e simpatia, ha ripercorso con noi una parte del suo viaggio.

“Nella musica, come nella vita, non si finisce mai di viaggiare”, dice Tony, e poi aggiunge: “le direzioni cambiano, il viaggio è la meta”.

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