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UNA CUPA GIOVENTÙ – Incontro con Aronne Pleuteri e il suo universo pittorico

“Genio è saggezza e gioventù”
[E. L. Masters, Alexander Throckmorton]

Avevo già visto una (piccola) mostra di Aronne Pleuteri (fior di Brianza, classe 2001 – ebbene sì, siòre e siòri, abbiamo a che fare con un teenager), e mi aveva convinto già allora. L’avevo poi contattato sui social, dimostrato la mia stima, non c’era nessuna apparente ragione per la quale io sarei dovuto andare a vedere (tantomeno scrivere un pezzo su) la sua esposizione personale presso il Museo Vignoli di Seregno, “Manifesto del cupismo”. E invece, con aria di sufficienza, da sedicente critico, mi sono presentato lì ieri pomeriggio, sciorinando in faccia all’autore parole come “volumetrie“, “Guttuso“, “strategia di occultamento dell’io“, “stesura ondulatoria“, “Munch“, “stilemi” e altre amene idiozie. Lui mi guarda dal basso in alto, attraverso gli occhiali, da sotto una massa di boccoli scuri, e abbozza un sorriso, risponde a monosillabi. Si è – forse – preparato un discorso sul desiderio di esprimere una nostalgia preadolescenziale, da enfant sauvage, che si ritrova in certi tratti del suo immaginario (le magliette a righe, le magliette a pois, le margherite), ma si capisce che non è questo il campo in cui si sente forte, tanto più con un pedante – io – che ad ogni quadro gli fa domande. E ha ragione, perché non c’è cosa più stupida che intervistare un artista sulla sua arte. Incasso il primo colpo alla mia inutile autostima, e continuo.

Mostra Aronne Pleuteri

Passo in rassegna ogni tavola esposta (tele, perché, in fondo, è “il supporto più classico per la pittura”, ipse dixit), guardo sullo schermo presente tutte le opere di videoarte, sfoglio i disegni (tanti, tantissimi, infiniti) con i quali riempie centinaia di fogli, raccolti in volumi che sembrano uscire da una biblioteca di magia, o sparsi in un istallazione. Mi mangio tutto. Ed è a un certo punto – non so quale con precisione, ma forse è quando mi siedo su un divanetto, stanco, come ogni mangione – che capisco. Noi – io ed Aronne – non siamo soli in quella grande sala riecheggiante. Abbiamo i Nirvana, a guardarci; Satana; l’uomo nero; conigli giganti; volti senza occhi; ragazzi nudi dai lineamenti cancellati; appesi; strane creature aliene che occhieggiano nel buio; ominidi androgini dal capo rasato; feti. Sono tutte creature inquietanti – ironicamente il suo stile è stato chiamato “cupismo” – eppure nessuna di esse fa veramente paura, al contrario: loro hanno paura di noi. Hanno paura di essere guardate, o non hanno il coraggio di chiederci di farlo, o non hanno occhi per sapere che stiamo loro di fronte. Uno solo è ben consapevole della nostra presenza: Aronne. Non il giovane artista impacciato accanto a me, ma l’Aronne che compare in centinaia di autoritratti, a tempera, a matita, a inchiostro: lui ha occhi per guardarci, ha labbra serrate, lungo collo fascinoso. Non ha occhi che per noi: lui una certezza ce l’ha.

Mostra Aronne Pleuteri

“Perché tutti questi autoritratti?”
“Appartengono a un periodo in cui nulla mi sembrava bello che non contenesse il mio volto”

Incasso il secondo colpo, ma non demordo. Quando credo di cogliere un nervo scoperto, è lui ad affondare il fioretto. L’Aronne dei ritratti (senza cornice, alcuni addirittura nemmeno appesi, ma poggiati a terra, come negli atelier) sembra compiaciuto del suo creatore in carne ed ossa. L’artista, invece, sembra quasi scusarsi per la risposta. Eppure le risposte che dà, sono tutte di questo genere: è sincero, in maniera semplice e splendida.

“C’è un colore che usi di più?”
“Il rosa. E poi il nero e il giallo”
“Hanno dei significati particolari?”
“Mi piacciono”.

Mostra Aronne Pleuteri

Eh già, che domanda ridicola: dopo cent’anni di arte incomunicabile, dell’esclusione, della frammentazione, di tutti questi paroloni spesso vuoti, spesso usati a sproposito, la verità sull’arte contemporanea ha il coraggio di dirmela un ragazzo nemmeno maggiorenne che studia al Liceo Artistico di Giussano, e che, beninteso, disegna divinamente, con una maestria che non si vede in giro da trent’anni buoni, almeno in Italia. Incasso il terzo colpo, e sono quasi k.o. Aspetto che mi finisca? No, mi arrendo io. Mi perdo a guardare i disegni preparatori della sua serie di tarocchi, quelli della crocifissione (“Mi affascina il misticismo”) e poi ancora autoritratti, a figura intera o mezzobusto, col maglione con la scritta I am a loser (“Non ne ho uno davvero, ma lo vorrei”), o nudo. Abbassando così le difese, capisco che ho un privilegio inusuale: sto guardando una mostra d’arte accompagnato dall’artista, che però è anche in buona parte il soggetto di questi quadri. Non mi rendo più conto se dovrei rivolgermi all’Aronne disegnato o al disegnatore. Allora capisco di essermi davvero sbagliato di grosso: non sono io ad essermi mangiato tutto, ma sono queste opere ad aver mangiato me, a masticarmi e deglutirmi con lentezza inesorabile.

Mostra Aronne Pleuteri

E ancora mentre scrivo, e son passate quattro ore, ripenso al video “Luce”, struggente. Ripenso a uno dei “feti”, che non sono neonati prenatali, ma “persone che rinascono senza più costrizioni sociali”, e quindi deboli, come tutte le persone che oggi riescono ad essere libere, come tutti i freaks che abitano l’universo dell’artista. La sua è una poetica della fragilità, dell’incertezza, nonostante l’uso potente delle cromie; nonostante la mano spesso decisa, il suo è un tratto frastagliato, tremante: una linea che flebile però si accartoccia, si avviluppa, si annoda, e così ritorta genera altre linee. È il big bang, la sequenza di amminoacidi che si allineano per creare le sequenze primarie, che creano le proteine, che creano le cellule: e da queste si creano volti, corpi, figure umane devastate, scarnificate, ma vive, non cadaveri, ma feti. Non vite passate, ma vite future. Siamo di fronte a un umanismo, una celebrazione dell’Umano nella sua connotazione primaria: il corpo, deperibile, mutilabile, ma primigenio elemento identitario. Il corpo si staglia nella produzione di Pleuteri non di per sé, ma in quanto misura dello spirito, corpus di riconoscimento, di esperienza – gli arti spropositatamente lunghi, i lineamenti deformati, gli ibridi umano/animale. Non siamo di fronte a un’Apocalisse, ma a una post-Apocalisse, a una Rinascenza allucinata, non ancora formata del tutto, ma in fieri. E non poteva che essere questo il mondo di un artista di quasi diciotto anni: un mondo in fin dei conti speranzoso, ma di una speranza fragile e baluginante, in un dio che non ci creerà migliori, ma forse liberi, o forse non ci creerà proprio, per lasciare che ci creiamo noi, deformi e imperfetti, ma con una maglietta a righe, stesi in un campo di margherite, ad aspettare che s sia il sole ad ucciderci di nuovo. Perché se morire si deve, che questo sia di troppa vita, non soffocati dalla polvere.

Non esiste morale migliore, che si abbiano diciassette o novantasette anni. Aronne Pleuteri sembra averlo capito – ma non chiedetegli conferma, si imbarazzerebbe, poiché non è solo giovane, ma anche estremamente ben educato. A noi dà la possibilità di rifletterci, con una schiettezza che potremmo già non possedere più. Non perdete questa occasione.

Mostra Aronne Pleuteri

La mostra

“Manifesto del cupismo” dal 10 al 17 Marzo
Museo Vignoli, via Santino Denova 26, Seregno (MB)
Orari: 16.00 – 19.00; domenica anche 10.30-12.30.

Ingresso Libero

L’artista

Aronne Pleuteri (Erba, 2001) studia al Liceo Artistico “Modigliani” di Giussano (MB). Nel 2015 vince il premio regionale, categoria senior, nell’ambito del 13° concorso internazionale di disegno “Diritti a colori”, organizzato dalla Fondazione Malagutti di Curtatone (MN). I lavori partecipanti al concorso vengno esposti al Palazzo Ducale di Mantova in occasione dell’ “International Children’s Rights Festival”. Nel 2016, al 14° concorso a carattere internazionale, la tela di Aronne “Il non così Piccolo Principe” è tra le venti scelte, tra le innumerevoli in gara, per essere esposte al Palazzo Ducale di Genova in occasione dell’iniziativa “Versi d’incontro – Poesia dell’affido”. Nel 2017 viene segnalato al 26° Premio di Pittura dell’Associazione Amici del Palazzo e Parco Arese Borromeo di Cesano Maderno (MB). Nello stesso anno viene selezionato dalla scuola per partecipare alla seconda Biennale dei Licei Artistici Italiani di Roma, mostra – concorso a tema organizzata dal MIUR. A novembre 2017 inizia a esporre le sue tele in varie mostre collettive di giovani artisti dell’erbese, riuniti sotto il nome di “Artinzone” e sostenuti dall’associazione culturale Opificio Zappa di Erba – tra i più importanti spazi espositivi figurano Lariofiere a Erba e Spazio Natta a Como. Nel settembre 2018 il Comune di Alzate Brianza (CO) organizza una mostra collettiva di artisti locali e lo invita a esporre nella torre secolare del paese. Nel gennaio 2019 i suoi quadri e disegni vengo ospitati in una mostra personale dal titolo “Cupismo” presso il Teatro San Teodoro di Cantù.

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