Cerutti ci racconta la sua Dakar 2019:”Polvere, caduta e ciao. Ma indietro non si torna….” foto

Ecco cosa è successo nel deserto del Perù. Il pilota comasco costretto all'abbandono per una brutta caduta. Tutto il dettaglio.

Una lunga lettera aperta ai suoi amici e tifosi. Chiamata “La mia storia: Dakar 2019″. Jacopo Cerutti, il pilota di Montorfano sfortunato protagonista nel raid in Perù, spiega e precisa. Rilancia la sfida in vista del prossimo anno:”Indietro non si torna – aggiunge – si va solo avanti”. E tra pochi giorno il suo abbigliamento sarà messo in vendita: asta di beneficenza per devolvere il ricavato ad un bellissimo progetto che lui sta sostenendo.

jacopo cerutti abbandona la dakar 2019 per una brutta caduta sue foto e della moto

Qui di seguito il suo racconto

 

“Non sono uno di molte parole solitamente, ma mi piace raccontare e vorrei rendervi partecipi della mia Dakar. Sono in aereo, di ritorno da Lima verso l’Italia. Siamo partiti da 10 giorni, ma mi sembrano 2 mesi da tanto ti spreme la Dakar. I ritmi, lo stress e gli orari pazzeschi ti fanno sembrare le giornate infinite e le notti sempre troppo corte. Quando parliamo tra piloti delle giornate di gara diciamo “la tappa di Arequipa…” “ah si quella di ieri!” “di ieri? Ma mi sembra di 4 giorni fa..”. Comunque secondo il mio ragionamento la mia Dakar sarebbe dovuta durare 4 mesi, non 2. Questo perché dopo metà gara sto già tornando a casa… 

 

I giorni che precedono la gara sono qualcosa di incredibilmente stressante. C’è da preparare le moto, adesivarle, gommarle, provarle, fare tutte le verifiche tecniche e amministrative e nel frattempo riposare,  mangiare e acclimatarsi nel miglior modo possibile. Cose che risultano quasi impossibile da fare. Sulla tabella di marcia perdiamo un giorno intero perché il nostro Team è su un volo in partenza da Madrid che viene ritardato di 9h. Quale è la parte del programma che è fondamentale ma non è indispensabile e che quindi si salterà a piedi pari? Il test della moto ovviamente. Quindi si parte alla cieca, sperando che la moto si comporti bene da subito. 

 

Dopo aver sistemato i mezzi in una giornata intera, andiamo alle verifiche. Lì ancora un po’ e ti controllano anche il taglio di capelli! Il tutto con orari obbligati da rispettare, pena penalizzazioni etc. Si parte dalle amministrative: licenza, patente, assicurazione, nulla osta, pagamenti vari etcc e così ci smeni qualche ora. Poi è la volta delle tecniche: iritrack, ertf  e altre dieci sigle diverse per ogni sistema di sicurezza della moto. E ancora il kit di sopravvivenza, acqua, razzi, coperta termica, fischietto, bussola (a cosa serve nel 2019?), medicine obbligatorie, camelback, pettorina, caschi, antiacqua, balise. Tutte queste cose dovranno essere tenute obbligatoriamente con noi per tutta la gara. Poi ci controllano le moto a fondo e le punzonano anche perché io e Gerini siamo iscritti alla categoria Maschile rathon, ovvero corriamo con moto strettamente di serie, a parte le gomme Goldentyre e la taratura sospensioni di XRace. Dopo il podio di partenza in mezzo a migliaia di persone, finalmente si comincia a fare sul serio. Il primo stage di 84km è molto bello, quasi tutto nelle dune e ottimo per vedere come reagisce la moto. Vado abbastanza cauto ma finisco comunque in una buona posizione per la partenza del giorno dopo. Due modifiche alla moto e siamo finalmente day2 di gara. Pisco- San Juan de Marcona è la tappa. Nella stessa speciale dello scorso anno, a 50 metri dal convalidare l’ultimo waypoint e a 200 metri dalla fine finisco la benzina perché il tubo che collega i due serbatoi anteriori rendendoli comunicanti si era staccato. Avevo perso 10 minuti. 

 

Parto bene e a parte qualche errore di navigazione all’inizio riprendo il ritmo subito e insieme a un altro pilota risalgo un po’ di posizioni. Vediamo paesaggi mozzafiato, compresi diversi km accanto all’oceano incontaminato. Finalmente in gara! Dopo mesi a preparare la Dakar, è bello essere lì nella sabbia a sudare e smanettare scaricando la tensione. Al km 200 vedo la spia della riserva del serbatoio anteriore accesa. Il posteriore l’avevo già terminato da un po’ di tempo. Vuoi vedere che? No non è possibile dai. E se fosse? No dai, due anni di fila lo stesso problema nella stessa tappa è assurdo. Mancano 30 km al refuelling vedrai che ce la faccio. Neanche il tempo di dirlo che al km 203 sono già fermo. Mi immagino il karma che ride e mi fa il dito medio. Tolgo il tubo da 1 metro per i travasi che ho nella tasca della giacca e inizio a ciucciare benzina per travasarla dal serbatoio pieno all’altro vuoto. Oltre a farmi venire i conati di vomito la tecnica funziona poco perché la benzina scende pianissimo. In più un getto di benzina pura finisce negli occhiali dritti sulla lente. Mi maledico perché mi avevano già raccontato di piloti che a causa di un po’ di benzina corrosiva sulla lente avevano corso senza occhiali la tappa intera. La pulisco immediatamente e guardo dentro. Sembrano ancora più puliti di prima, la benzina non gli ha lasciato nemmeno un alone, accenderò un cero per St.Oakley. Riparto a manetta sperando che basti il travaso che ho fatto ma credo di essermi rifermato già al km 203,7. Forse 203,8. Allora tolgo la borsa degli attrezzi smonto il paramotore e ricollego il tubo. Era la soluzione più efficace a quanto pare. Riparto e concludo la tappa con un po’ di ritardo, ma la gara è lunga. Il day3 parte nella nebbia come sempre da quelle parti.

 

Quando saliamo sulle dune a 1000/2000 metri c’è una nebbiolina pazzesca, sono insieme a Gerini e insieme ci sentiamo degli incapaci con quella visibilità. Sembra di stare in un mare in tempesta, non sai più quando sali o quando scendi. Addirittura facciamo uno sterrato sulle creste, in montagna, dove a 40kmh sembrava di essere a 130 da tanto non c era visibilità. Melegnano in Perù. Scendiamo al e refuelling non vedo nessuno davanti a me, ho azzeccato una nota difficile qualche km prima e ho fatto un bel salto in avanti. Finisco i restanti 140 km in completa solitudine compresi i 14km di spiaggia godendomi la gara, arrivando 16° di tappa. Una speciale molto bella, divertente e navigata. Poi trasferimento altri 467km fino ad Arequipa, un mal di culo…A proposito di aneddoti: parlando con un altro pilota, mi dice che è stato raggiunto a fine speciale dalla Mini. I primi delle auto, come quasi tutti i piloti ufficiali in moto, hanno il Map Man: una persona che tramite Google Earth ricrea la speciale alla sera prima e gli da indicazioni aggiuntive sul percorso o possibili tagli da fare. Quando vede la Mini che svolta a dx nelle dune al posto che andare dritta non ha indugi e la segue. Arriva così al traguardo con 4km percorsi in meno rispetto al Road Book…Mica male! Al mattino dopo c’è la prima giornata marathon. La nebbia al mattino in trasferimento è talmente fitta che sembra pioggia in alcuni punti. La speciale di 350km non è particolarmente impegnativa, ma i tanti km di fuoripista nel fesh fesh a inizio PS mi stressano parecchio mentalmente. I paesaggi in Peru sono spesso molto “scuri” a causa della terra nera/marrone di alcune zone e il sole non sempre c’è, rendendo molto cupi e marziani i paesaggi. Gli ultimi 50 km sono tra sterrati stretti e greti di fiume con i sassi, più enduristici. Lì alzo il ritmo e nonostante uno sbaglio a uscire dal fiume finale vedo che reagisco bene e finisco ancora 16°. Sono sulla strada giusta, dopo essere stato male lo scorso anno voglio fare una bella gara e aspetto la seconda settimana per provarci, visto che si preannuncia molto dura. Meno male che con Gerry, Franco e Minelli ridiamo e scherziamo alla grande stemperando la tensione. Andiamo tutti a dormire in una palestra, essendo tappa marathon si resta senza assistenza e si dorme tutti insieme per terra. In teoria almeno, visto che i primi vanno quasi tutti a dormire in hotel lì vicino. Che senso ha permettere questo mi chiedo? Per noi 5h di sonno su un materassino e una nuova giornata è alle porte. Il day5 è con la partenza in linee di 10 piloti alla volta, 5 km di spiaggia a 150kmh e poi subito curva a 90° e via nel fesh fesh con un livello di pericolosità molto alto. Voci di paddock dicevano che la partenza in linea nel fesh fesh era una scelta voluta, per fare selezione dei piloti davanti (praticamente infortunarne un po’…). 

 

Per questo parto concentrato da subito. In fondo al rettilineo sono 4° ma mi sfilano di nuovo nel fesh fesh. I 3/4 davanti a me lì tengo a distanza ma senza staccarmi, visto che alla fine ci saranno tanti km di dune e lì può essere più facile recuperare. Al km 158 vedo Goncalves a terra e mi ricordo di quanto sia una tappa insidiosa. Siamo da diversi km su un piattone di fesh fesh immenso, con sassi disseminati ovunque e una polvere incredibile. Mi sposto a sinistra di un centinaio di metri, perché a destra la polvere è troppa e non vedo davvero niente. Andiamo via a 120/130/140kmh. Così ho un po’ di visibilità in più davanti e a sx ma a dx vedo comunque poco. Tempo 2 km e mi passa un pilota a sinistra molto (troppo) vicino, non l’avevo visto arrivare. Che cazzo fa questo? Mi fa una nube di polvere che non vedo niente. Cazzo! Ho un blackout di 50 metri. E adesso dove vado? Mentre formulo il pensiero sono già in aria. Ho preso un sasso enorme in pieno, deduco. L’atterraggio non è dei più confortevoli. Rotolo come una trottola. Porca puttana che botta! Mi muovo lentamente e sento che non ho rotto niente a quanto pare.

 

Fantastico, ho la terra anche nelle mutande e la cerniera dei pantaloni si è aperta ma sono sano. Il primo pensiero e di ripartire sperando di poter finire la tappa con la moto messa così male. È finita a 30 metri buoni dal sasso che ho preso e non se la passa bene a vederla. Quando la sollevo non ci voglio credere, i cerchi sono entrambi piegati e finire la tappa è impossibile. Dakar finita, game over. Ma come? Cosa ho sbagliato? Nella terra ci sono due grossi buchi a 20 metri dal sasso, uno con dentro un pezzo di cupolino anteriore e uno con dentro l’intero parafango posteriore. Chiamo l’organizzazione e mi ritiro. Aspetto sotto il sole il camion balais per 1h30’ e rifletto. Questa gara è cosi. Gioia e dolore, amore e odio. Io penso che ognuno si crei la propria fortuna e se voglio vedere il bicchiere mezzo pieno penso che la mia sia quella di uscirne illeso. Volevo che fosse la mia gara del riscatto, quello personale, correndo senza pressioni, perché so cosa posso fare e so quanto mi sono impegnato per ottenerlo. Stare lì vicino ai primi 15, con una moto di serie e un Team super privato era già un bell’inizio, poi chissà. Fare le gare per finire 30° non mi interessa, non mi è mai interessato. La Dakar però dura 10 giorni, non 5! 

Indietro non si torna. Si va solo avanti. E allora andiamo, che mi è restata voglia!

Grazie a tutti voi!

Jacopo

 

P.S. tra poco il mio abbigliamento gara verrà messo all’asta e il ricavato andrà al progetto Bambini Fragili della ONLUS SILVIA! A breve maggiori news, mi raccomando!!”