Le criptovalute entrano nella dichiarazione dei redditi, ma è caos

Bitcoin, Ripple, Litecoin e tutte le altre “sorelle” entrano nella Dichiarazione dei Redditi e vengono tassate; a dirlo è la direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate della Lombardia in risposta a un’istanza di interpello di un contribuente. I possessori di monete virtuali, che magari hanno investito in questo settore proprio perché sembrava al di fuori di qualsiasi standard, dovranno, dunque, considerarle come valuta estera, compilare il quadro RW o RT della Dichiarazione e pagare le tasse al Fisco sui guadagni che hanno accumulato; nel dettaglio, inoltre, viene chiarito che se le criptovalute sono detenute da privati, vanno trattati come “redditi diversi”.

 

Ricordiamo che le cryptocurrency, a differenza delle monete classiche, sono create direttamente dai “miners”, gli utenti che fanno parte della blockchain che sta alla base del meccanismo che regge tutto il sistema, e non da un organo centralizzato, caratteristica, quest’ultima che, se da una parte rende molto volatile e per certi versi rischioso l’investimento in criptomonete, dall’altro permette di ottenere rendimenti molto sostanziosi in breve tempo, grazie alle numerose piattaforme di trading con il CFD, come 24Option, per fare un esempio su tutti(approfondimenti e dettagli su http://www.migliorcontocorrente.org/24option.htm). Le particolarità, e l’unicità, di questo tipo di moneta virtuale, avevano, finora, lasciato nel dubbio sia gli investitori sia gli operatori del settore, quantomeno sul delicato tema della tassazione; si comprende, dunque, perché la risposta arrivata dall’Agenzia delle Entrate sia di importanza centrale, in un periodo dell’anno come questo che vede i contribuenti italiani alle prese con scontrini e fatture da portare al commercialista.

 

La normativa di riferimento a cui si è appellato il Fisco è quella contenuta nell’articolo 67 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, che stabilisce come le plusvalenze derivanti dai redditi diversi debbano essere tassate con un imposta del 26% se la giacenza media sui conti correnti o sui conti deposito, o sui wallet, nel caso dei Bitcoin & Co, ha superato l’importo di 51.645,69 Euro per almeno sette giorni consecutivi durante l’anno d’imposta. In pratica non sono le valute virtuali a essere soggette a tassazione, ma il guadagno che da esse può derivare, se vengono vendute a un prezzo superiore rispetto a quello di acquisto.

 

Fin qui sembrerebbe tutto chiaro, se non fosse che gli esperti di Fisco si dimostrano molto scettici e, soprattutto, poco concordi nella lettura interpretativa del pronunciamento dell’Agenzia delle Entrate, che, se accettato, assumerebbe valore di legge, anche, se in effetti, una vera legge ancora non c’è. A ciò si aggiungono i dubbi sulla valutazione delle criptomonete come valute straniere, in quanto stabilire un paese d’acquisto e di vendita per transazioni che avvengono nell’apolide Web è quantomeno opinabile; da non dimenticare, infine, che gli investimenti nel criptomondo sono sempre stati considerati alla stregua dei “beni rifugio”, come i gioielli, le opere d’arte o i tappeti di pregio, per intendersi, da sempre esclusi dalla Dichiarazione dei Redditi, anche se, a volte, soprattutto quando generano un guadagno, con qualche capriola.

Insomma, la strada del caos è aperta e l’unica cosa certa per chi si ritrova un portafoglio virtuale è di rivolgersi a un professionista del settore, sperando che riesca, almeno lui, a capirci qualcosa.