Al Gloria continua FUORI MERCATO festival libero e indipendente, dedicato al cinema libero e indipendente foto

E’ iniziato giovedì allo Spazio Gloria di via Varesina la prima edizione di FUORI MERCATO – Como Independent Film Festival nato con l’obiettivo di promuovere registi emergenti e indipendenti, nel rispetto della loro autonomia e sensibilità creativa, offrendo la massima visibilità ad opere lontane dalla logica commerciale dell’industria cinematografica. “Indipendenza” come scelta produttiva, spirito e tema fondante dei film in concorso, per valorizzare una creatività varia e differente, e costruire uno spazio in cui condividere cinema libero dalle restrizioni del mercato. Fino a domenica quattro intensi  giorni di lungometraggi e cortometraggi dal mondo proiettati a ciclo (quasi) continuo e ad ingresso gratuito, con contributo volontario.

Quattro lungomentraggi in concorso e 27 corti nella sessione loro riservata costituiscono il menù multiculturale e multilinguistico (i film sono proiettati in lingua originale con cottotitoli), del festival. Anche oggi e domani un calendario serrato che inizia dal primo pomeriggio e prosegue fino alla sera con una pausa per l’aperitivo e qualche momento di incontro e discussione su quanto visto. Oggi si inizia alel 14.30 e domenica alle 15.30. Lunedì sera alle 21 il film vincitore verrà proiettato alle ore 21 sempre allo Spazio Gloria (questa proiezione sarà a pagamento).

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Conosciamo i quattro lungometraggi in concorso tra cui la giuria dovrà scegliere il vincitore di questa prima edizione.

Amerika Square presentato nel concorso lungometraggi al Trieste Film Festival, è il film diretto dal regista greco Yannis Sakaridis. E’ una storia corale che si muove, con qualche semplificazione, ma anche con una buona scrittura, lungo i temi dell’immigrazione e della crisi economica.

Atene 2016. Nakos è il tipico esempio di cittadino medio un po’ razzista che ne ha abbastanza delle migliaia di rifugiati che vivono nel suo quartiere. Tarek, siriano, sta cercando un modo per fuggire dalla Grecia con sua figlia. Billy, tatuatore, è innamorato di Tereza, una cantante africana che sta cercando anche lei un modo per fuggire via mare.

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Rispetto a quel che si agita nel cinema greco contemporaneo, si pensi a “Miss Violence” di Alexandros Avranas,  Amerika Square appare come un oggetto alieno, privo com’è dell’insistita dinamica del sadismo e della violenza incentivati dalla tragica crisi economica che ha scosso il paese in anni recenti, arriva a disarticolare ogni paradigma, sia narrativo che di banalissima verosimiglianza. Sakaridis opta per una soluzione decisamente più tradizionale, facilmente appuntabile di apparire ‘vecchia’.

Amerika Square infatti racconta quietamente l’incrociarsi, potenzialmente esplosivo, tra l’immigrazione in continuo aumento e la crisi che ha finito per disintegrare la classe media greca. E lo fa con una storia corale. La disillusione è quel che sostanzia l’animo dei tre protagonisti di Amerika Square: l’inoccupato Nakos (che odia i migranti), il tatuatore Billy (che invece li aiuta e li ama, visto che si innamora di una ragazza africana, ma che non può togliersi di dosso uno sconforto nei confronti dell’esistente di matrice bogartiana) e il siriano Tarek (non a caso il più colto dei tre, ma anche quello che vive nelle condizioni più disagiate, nella speranza di una via di fuga verso la Germania).
Va a finire allora che Amerika Square è una buona vecchia storia educativa, robusta e un po’ grossolana, semplice ma non semplicistica, un film popolare di cui ogni tanto c’è ancora bisogno. (da quinlan.it)

Una nube di drammaticità offuscante, che cattura un insieme numerico di persone abbastanza vasto. Il regista iraniano Mehdi Fard Ghaderi con il lungometraggio Immortality,  presentato all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella Selezione Ufficiale, tenta di rendere universale un malessere collettivo attraverso la rappresentazione, inusuale  di questi gruppi familiari atterriti nell’animo e nella mente. Con questo film è alla costante ricerca di una forma risolutiva per “abbattere” drasticamente il disagio in ogni sua forma.

In una notte piovosa, sei famiglie viaggiano in diversi compartimenti di un treno; le loro vite sono fatalmente connesse, i loro destini influenzati l’uno all’altro. Un disagio eterno che sembra non avere fine. Immortality è un lavoro sofisticato, non semplice da mettere in pratica narrativamente. In un reticolo senza fine, Ghaderi esegue una truce rappresentazione di un “multi-complesso” familiare abbattuto, che non riesce a trovare una soluzione. Con acutezza stilistica il regista offre un prodotto drammatico assolutamente atterrito, che presenta sofisticatezza e che è volutamente sedimentato in un limbo di tristezza che non ha sbocchi.

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La messa in scena di Immortality, nella sua andatura morigerata , è suggestiva, capace di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Ghaderi riesce a carpire l’interesse del pubblico attraverso un’intersezione coercitiva di questi protagonisti patinati, apatici nella loro esistenza. La narrazione senza eccezionalità è efficace, clamorosamente limpida nella sua espressione grazie alle interpretazioni che sono in linea col contesto proposto. Con una coralità di intenti notevole, la “trasmissione” di questo malessere collettivo è incisiva, abbattendo quasi chi la “percepisce”. Altra preziosa peculiarità, la valevole fotografia limpida ma dai contorni algidi in totale funzione con gli stati d’animo dei protagonisti.

Mehdi Fard Ghaderi esegue sostanzialmente una depressione filmica … a tratti “immortale”. Il film si “distende” su di un’immagine plumbea di una collettività in eterno conflitto, una voglia di trovare una soluzione, di sconfiggere le avversità attraverso l’unione. Un monito se vogliamo alla “mortalità” dell’”immortalità” …  facile da scrivere, difficile da comprendere. (da cinematographe.it)

 

Un western senza cavalli è un documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano sulla vita e sulla carriera di Mauro Mingardi, cineasta amatoriale bolognese particolarmente attivo nella seconda metà dello scorso secolo, venuto a mancare nel 2009. Nel corso della sua lunga carriera, Mingardi si è distinto per il suo cinema artigianale ma ricco di idee e passione, conquistando numerosi premi in festival nazionali e internazionali. Nonostante la stima di illustri colleghi come Roberto Rossellini e la strada spianata per il Centro Sperimentale di Cinematografia, Mauro Mingardi ha scelto di non lasciare mai la sua Bologna e di continuare a realizzare pellicole a zero budget con gli amici di sempre, unicamente per passione e diletto.

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Attraverso ricordi, interviste e immagini d’archivio attentamente selezionate dai registi, Un western senza cavalli mette in scena il racconto di una carriera spesa all’insegna della più pura libertà artistica e del più appassionato approccio alla settima arte. L’ultimo dei primi, o forse il primo degli ultimi, come amava definirsi lo stesso Mauro Mingardi, ribadendo al tempo stesso sia la propria autorialità che la propria lontananza dal cinema professionistico, fatto sì con maggiori mezzi economici e produttivi, ma anche con un occhio sempre rivolto ai finanziamenti e al profitto.

Dalle immagini e dalle parole di chi ha condiviso le avventure cinematografiche di Mauro, improvvisandosi mostro o indiano nel proprio tempo libero e partecipando a collette per pagare i pochi oggetti scenici, traspare il ritratto di un uomo perdutamente innamorato del cinema, al punto da scandagliarlo e viverlo in ogni suo aspetto, ma anche indissolubilmente legato alla propria terra e ai propri affetti, al punto da rifiutare il grande passo nel cinema dei grandi.

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Un western senza cavalli è però anche un viaggio nostalgico e malinconico lungo mezzo secolo di storia italiana (e nello specifico bolognese), durante il quale si percepisce nitidamente il cambiamento di epoca, costumi e paesaggi. Una spensieratezza forse andata perduta con la modernità e il progresso, ma capace di rivivere con la magia del cinema, e in particolare con le pellicole rustiche ma sincere di Mingardi. Davide Rizzo e Marzia Toscano riescono a trovare la giusta alchimia fra narrazione, ironia e riflessione, traendo il meglio dal materiale audiovisivo di Mauro e dalle parole di amici e parenti, onorando fra una lacrima e un sorriso la sua memoria e il suo prezioso lascito cinematografico. (da cinematographe.it)

 

Arriva dall’India il film To Let di Ra Chezhiyan. La storia si basa su un incidente realmente avvenuto. Nel 2007, nella città indiana di Chennai, l’espansione del settore tecnologico provoca un aumento improvviso e usurante del prezzo degli affitti. Ilango, aspirante sceneggiatore, la moglie Amutha e il piccolo Siddhu si rimboccano le maniche e cominciano la ricerca di una nuova casa. Al bambino piace disegnare, alla madre piacciono le piante e i fiori. Papà cerca di entrare nel mondo del cinema. Il proprietario del loro alloggio è un po’ troppo avido. Hanno solo trenta giorni per trovare una nuova case con il loro reddito modesto. In sella ai loro ciclomotori iniziano una corsa contro il tempo e ogni tipo di pregiudizio. Un piccolo dramma, intimo e universale, raccontato con un linguaggio fresco e moderno. Sullo sfondo, il futuro avanza inarrestabile.

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Questa è invece la sezione dei corti in concorso

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La giuria chiamata a scegliere il miglior film e il miglior corto  è composta da DANIELE GAGLIANONE (regista), AGOSTINO CASTIGLIONI (direttore della fotografia), ROBERTO ROVERSI (presidente dell’associazione nazionale UCCA Unione Circoli Cinematografici Arci), EDOARDO COLOMBO (docente di cinema e sceneggiatore). ENRICO GABRIELLI (musicista dei Calibro 35, scrittore e disegnatore).