Il violino di Francesca Dego per le musiche di Mendelsshon e dei compositori armeni foto

Affascinante prodigio del violino (ha iniziato a studiarlo a tre anni), nata e cresciuta sull’altro ramo del lago di Como, a Lecco, nel 1989, la giovane e bionda FRANCESCA DEGO si esibirà al Teatro Sociale di Como domenica 25 marzo alle ore 17.00.

Regolarmente ospite delle più prestigiose orchestre internazionali, ha all’attivo diverse incisioni per l’etichetta discografica Deutsche Grammophon. Salvatore Accardo, suo insegnante e mentore, dice di lei: «è uno dei talenti più straordinari che io abbia incontrato». Bella e talentuosa, ma anche semplice, gentile e sorridente, Francesca si esibirà accompagnata dallìOrchestra dei Pomeriggi Musicali diretti dall’armeno Karen Durgaryan nello splendido Concerto di Mendelssohn. Il Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 di Mendelsshon fu e rimane uno degli evergreen dei repertori internazionali e uno dei capisaldi della letteratura per lo strumento.

Biglietti per lo spettacolo in vendita presso la biglietteria del Teatro e online su www.teatrosocialecomo.it. Posto unico 25€ + prevendita.

 

TEATRO SOCIALE DI COMO

domenica, 25 marzo 2018 – ore 17.00

 

FRANCESCA DEGO

 

Ghazaros Saryan

Garni

 

Ruben Altunyan

Berd Dance

 

Padre Komitas

Vagharshapati

 

Felix Mendelssohn

Concerto in mi minore per violino op. 64

Allegro molto appassionato

Andante

Allegretto non troppo – Allegro molto vivace

 

Jean Sibelius

Pelléas et Mélisande, suite dalle musiche di scena op. 46

Alle porte del castello

            Mélisande

            In riva al mare

            Una fontana nel parco

            Tre sorelle cieche

            Pastorale

            Mélisande all’arcolaio

            Intermezzo

            Morte di Mélisande

 

 

Violino Francesca Dego

Direttore Karen Durgaryan

Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

 

FRANCESCA DEGO è considerata fra le migliori interpreti italiane di oggi. Nata a Lecco nel 1989, debutta da solista a soli 7 anni in California, in Italia a 14 e l’anno dopo esegue la Sinfonia concertante di Mozart con Shlomo Mintz al Teatro d’Opera di Tel Aviv e il Concerto di Brahms in Sala Verdi a Milano diretta da György Györiványi Ráth. Si è diplomata con lode e menzione speciale al Conservatorio di Milano sotto la guida di Daniele Gay, perfezionandosi poi con Salvatore Accardo all’Accademia Stauffer di Cremona e all’Accademia Chigiana di Siena e con Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music di Londra. Vincitrice di numerosi concorsi internazionali, nel 2008 è stata la prima violinista italiana ad entrare in finale al Premio Paganini di Genova dal 1961, aggiudicandosi inoltre il premio speciale Enrico Costa riservato al più giovane finalista. Ha lavorato a fianco di solisti e direttori del calibro di Salvatore Accardo, Gianluigi Gelmetti, Gabriele Ferro, Bruno Giuranna, Paul Goodwin, Nir Kabaretti, Julian Kovatchev, Joel Levi, Jan Lisiecki, Wayne Marshall, Diego Matheuz, Antonio Meneses, Domenico Nordio, Donato Renzetti, Daniele Rustioni e Xian Zhang. Regolarmente ospite delle più prestigiose orchestre internazionali, nella ultima stagione si è esibita con: Philharmonia Orchestra alla Royal Festival Hall di Londra, Tokyo Symphony alla Suntory Hall, Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, Grosses Orchestre Graz al Musikverein della città, Orchestra Filarmonica di Oviedo, Kyushu Symphony, Filarmonica Armena, Tarstastan State Symphony Orchestra, Filarmonica Nazionale Ucraina, Fresno Philharmonic, Reno Chamber Orchestra, Santa Barbara Symphony, Orquesta Sinfonica de Guanajuato, Filarmonica di Tblisi, Northern Czech Philharmonic, Wuhan Philharmonic, Thailand Philharmonic, Wyoming, Symphony e la Philharmonique du Liban. Suona un Francesco Ruggeri (Cremona 1697) e il Giuseppe Guarneri del Gesù ex-Ricci (Cremona 1734) per gentile concessione della Florian Leonhard Fine Violins di Londra.

https://www.youtube.com/watch?v=EoFdYdIlLHQ

Komitas, Saryan, Altunyan e l’identità musicale del popolo armeno 

Con il maestro Karen Durgaryan, direttore armeno alla guida sul podio de I Pomeriggi Musicali, il programma del concerto di oggi si apre con i venti e i ritmi di una terra lontana, quell’Armenia che, stretta tra i confini di Turchia, Iran, Georgia ed Azerbaigian, durante la prima Guerra Mondiale ha subito la violenza di un barbaro genocidio, perpetrato da un Impero Ottomano ormai fragile e vendicativo, dimentico della propria storica tradizione di tolleranza religiosa. La scelta identitaria del maestro Durgaryan offre così l’occasione – non certo frequente – di addentrarsi nel linguaggio proprio a una cultura musicale lontana, nello spazio come nel tempo, ricca di fascino melodico e d’idiomatico carattere.

Gazharos (Lazar) Saryan è stato tra i più illustri compositori di quella terra. Formatosi nel vivo della tradizione culturale del suo popolo, ha arricchito i propri studi di composizione con lo studio del folclore armeno, presso il Conservatorio di Erevan, condividendo quindi una parabola simile a molti altri grandi autori di primo Novecento, poi divenuti maestri di altrettante scuole nazionali (si pensi a un Béla Bartók in Ungheria, a George Enescu in Romania o a Bohuslav Martinů in Cecoslovacchia). Nel destino comune a tanti compositori delle nazioni satellite dell’Unione Sovietica, anche Gazharos Saryan si trasferì ancor giovane a Mosca dove, prima alla celebre Scuola Gnessin per giovani talenti, poi al Conservatorio centrale, completò la propria formazione sotto la guida di maestri indiscussi come Dmitrij Kabalevskij, Vissarion Šebalin e Dmitrij Šostakovič. Una volta tornato nella propria terra, Saryan ha a lungo insegnato, formando musicisti importanti non solo per la cultura del proprio paese, ma anche per la grande tradizione occidentale. Oltre a diverse composizioni sinfoniche, due pregevoli sonate per violoncello, una ragguardevole produzione vocale e svariate musiche per film, Gazharos Saryan è tornato più volte alla compagine d’archi da camera, formazione in cui sembra trovarsi particolarmente a suo agio. Breve quadro orchestrale, dedicato a un famoso complesso monumentale dell’Armenia centrale, sito di un tempio per il culto di Mitra risalente al I secolo a.C., Garni al meglio riassume proprio questo personale equilibro tra colta eredità linguistica, più di scuola europea, ed un mèlos sincero, di ascendenza popolaresca, in cui il compositore ha saputo trovare forse i suoi esiti più felici.

Anche Ruben Altunyan – classe ’39, e tra i più noti compositori armeni contemporanei – si rifà alla stessa tradizione di Saryan, suo maestro del resto al Conservatorio di Erevan. Diplomato in viola e per anni docente di musica da camera, Altunyan sembra ancor più raccogliere quell’eredità popolare, ricercandola con un’attenzione che può ricordarci un Kodály; prima ancora che nella produzione da camera o nel suo repertorio orchestrale, nelle molte trascrizioni di canti popolari, svolte con un amore tutto particolare per i ritmi della sua terra. Così è per Berd Dance, tipica danza armena le cui origini riconducono all’antica città di Vaspurakan, e in cui i danzatori salgono l’uno sulle spalle dell’altro, formando due file sovrapposte ad imitazione di un muro («berd» in armeno significa «fortezza»). Il ritmo qui è più agile e insistito, rispetto al quadro di Saryan, ed è facile ritrovarvi echi e ricordi del miglior Bartók popolaresco.

Fondatore della musica armena moderna, Soghom Gevorki Soghomonyan fu non solo sacerdote (prendendo così il nome di Padre Komitas) ma anche musicista, compositore e musicologo, formatosi a Berlino e attento studioso delle tradizioni musicali armene. Ben antecedente sia la generazione di Altunyan che di Saryan, nato nel 1869, visse in prima persona la tragedia dolorosa del genocidio: fu arrestato e deportato dai turchi, dopo essersi trasferito ad Istanbul. Anche la sua Vagharshapati Par è dedicata, così come Garni, ad uno dei siti più venerati della storia armena, la Cattedrale di Echmiadzin, basilica fondata nel 300 d.C. da San Gregorio Illuminatore, centro del culto apostolico armeno. Se la produzione di Padre Komitas è in verità notevolmente interessante e varia (anche ad esempio nelle sue molte pagine dedicate al pianoforte), molto è sfortunatamente andato perduto a causa della distruzione di molte sue opere per mano turca. Internato in un ricovero militare ottomano, morì dimenticato in ospedale psichiatrico, vicino Parigi.

«Voi lo vorreste brillante, e come credete che possa, io!?»

 Tra i più noti ed amati concerti romantici, il Concerto per violino e orchestra in mi minore di Mendelssohn si staglia nella sua opera sia per eleganza melodica, che per levigatura formale, in un magistrale equilibrio tra appassionato romanticismo e classica perfezione. Da sempre tra i preferiti cavalli di battaglia dei migliori virtuosi, completato negli anni ’40 dell’Ottocento (dopo una gestazione durata sei anni), l’op. 64 è un frutto già più che maturo del Genio amburghese. Dedicatario dell’opera, nonché primo violino al Gewandhaus di Lipsia, Ferdinand David ne diede première il 13 marzo 1845, assente l’autore, indisposto per malattia. La partitura, del resto, aveva dovuto attraversare un faticoso travaglio: si era più volte sfogato, per lettera, un Mendelssohn sconfortato, preoccupato che troppa fosse la compostezza di un’opera proprio in questo conferma, invece, ancora una volta, di quell’eleganza sublime così idiomatica del ‘Mozart romantico’. Qui il virtuosismo non è mai fine a se stesso (come spesso accade anche tra i migliori concerti del violinismo ottocentesco); lo scintillio dei colori si sposa alla chiarezza formale, il cipiglio à la Weber discioglie volentieri le sue ombre e passioni in leggiadra eleganza, mentre le volute del solista sono sempre sostenute da un’orchestrazione impeccabile. Un capolavoro. Così facendo, Mendelssohn, ormai prossimo alla fine (si spegnerà di lì a poco, nel suo appartamento di Lipsia), ci ha testimoniato intatta la sua ineguagliata grandezza: l’aver sì compreso e abitato il secolo romantico, custodendo però con saggezza il segreto dei classici.

«In un modo misterioso si rivolge ai sentimenti propri del lettore e ne stimola l’immaginazione»

 Nel 1911, con questa motivazione, l’Accademia reale di Svezia consegnò il Premio Nobel per la letteratura a Maurice Maeterlinck, poeta e drammaturgo belga, tra i massimi rappresentanti della letteratura di fine secolo. La fama di Jean Sibelius, tra i più grandi autori nord-europei e massimo compositore nazionale finlandese, è certo legata alle sue Sinfonie, ai suoi Poemi sinfonici, oltre che al bellissimo Concerto per violino in re minore, opera che non infrequentemente divide le scene (come i favori del pubblico) con il più classico capolavoro mendelssohniano. È un peccato però che meno conosciuta resti la sua ampia produzione di musiche per la scena, cui il compositore ha consegnato alcune delle sue pagine migliori, come Il cigno di Tuonela (preludio ‘wagneriano’ ad un’opera che mai concluderà) o la suite di Kuolema (‘La morte’), pagine musicali per le scene dell’omonimo dramma di Arvid Järnefelt, fratellastro del compositore. Allo stesso genere appartengono anche i nove numeri che nel 1905 Sibelius compone per la più famosa opera teatrale di Maeterlinck, Pélleas et Mélisande, strepitoso successo del simbolismo letterario europeo, fonte inesauribile d’ispirazione per diversi grandi compositori a cavallo del secolo (prima di Sibelius già Gabriel Fauré, Claude Debussy ed Arnold Schönberg). Ricevutane commissione dal Teatro svedese, Sibelius scrisse le musiche per la prima rappresentazione finlandese della pièce teatrale, che debuttò sulle scene il 17 marzo 1905, poi riducendone all’ultimo la suite da dieci a nove quadri soltanto. Pensati come un susseguirsi d’interludi, atti a contribuire sia all’ambientazione fantastica dell’opera che al suo cupo clima di oppressione che sovrasta i protagonisti, i quadri raccolgono un’ampia gamma di suggestioni timbriche capaci di addentrarsi, con psicologica introspezione, nell’animo stesso dei personaggi. Il caso forse più impressionante è rappresentato proprio da Mélisande, la protagonista femminile (moglie di Golaud innamoratasi però del fratello di quest’ultimo, Pélleas), cui Sibelius riserva alcune pagine memorabili per tragicità e delicatezza. In una sorta d’immobilità in grado di raggelarne il cuore tardo-romantico, la trama dell’opera si evolve nell’eterna lotta tra Eros ed Anteros (tra amore e morte, tra ordine e caos), avviluppando su sé il tragico destino dei protagonisti, che la musica di Sibelius ci riconsegna in una ‘wagneriana’ cornice, meta-drammatico pendant – nel suo eterno ritorno di creazione e dissoluzione – al destino non solo dei suoi tragici eroi, quanto dello stile stesso di un’epoca, giunta oramai al suo disfacimento.

 

Nicolò Rizzi