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Si fanno più gravi gli attacchi dei lupi nel comasco

Dopo la Valbrembana,  dove un lupo nelle scorse settimane ha ucciso in ripetuti attacchi 26 pecore, arrivano notizie allarmanti dal comasco. In val Cavargna 30 capre risultano morte o disperse a seguito dell’attacco di un branco.

Pubblichiamo un lungo articolo di Michele Corti, Professore Associato all’Università degli Studi di Milano e redattore del sito www.ruralpini.it

 

L’estate 2017 segna una svolta nella vicenda della reintroduzione del lupo sulle Alpi. I branchi aumentano in rapidissima progressione (5 solo in Veneto, da uno che erano – “ufficialmente” – sino a soli due anni fa. Ma come stanno le cose in Lombardia, regione sino ad oggi solo marginalmente colpita dagli attacchi del lupo agli animali domestici?

Il lupo in Lombardia: una presenza che risale a decenni fa, ma che solo oggi diventa palese e impattante

Il ritorno del lupo sull’Appennino pavese data a quarant’anni fa.  I branchi, però, sono decisamente aumentati negli ultimi anni. Hanno causato gravi danni nel 2014 a Rocca Susella ad un pastore transumante con la perdita di decine di pecore, per la maggior parte cadute – per il terrore –  nel torrente Staffora e trascinate sino al Po.   I lupi appenninici si spingono sempre più spesso in pianura dove, nel parco regionale del Ticino, tra le province di Pavia e di Milano, si è già formato un branco  (non ancora “ufficiale” ma è ammessa la presenza di una coppia e vi sono stati avvistamenti).

Tra le province di Sondrio, Bergamo e Brescia la presenza del lupo (specie nella zona del Mortirolo) è segnalata dal 1999.  Negli ultimi anni gli avvistamenti si sono intensificati e, quest’anno, a un lupo è stata attribuita, per la prima volta, una sigla (So M01,  maschio  n.1 della provincia di Sondrio) e una carta di identità genetica. Con molte probabilità sulle Orobie il branco si è già costituito anche se, come al solito, i parchi, le province (Bergamo e Sondrio) e WolfAlp, tengono tutto ben nascosto secondo una prassi sistematica di “opacità” (per non dire peggio).

Quanto al resto della provincia di Sondrio (Valchiavenna, area di Tirano e Ponte) le presenze sono ancora meno sistematiche anche se da anni vi sono avvistamenti e sporadiche predazioni (quest’anno almeno tre denunce). Preoccupa la presenza di un branco nel canton Grigioni (anche se non in prossimità dei confini), formatosi tre anni fa. Intanto il lupo che ha colpito a Foppolo pare si sia spostato in val Cervia dove avrebbe predato una decina di ovicaprini. Non vi sono conferme ma la notizia rimbalza tra Foppolo e Cedrasco. Silenzio tombale, anche in questo caso, da parte della provincia di Sondrio e del Parco. Non si vuole fare allarmismo. Popolazioni e allevatori devono fare la fine della rana bollita: assuefarsi a poco a poco all’idea del lupo senza reagire. Tutti (nella politica lombarda) continuano, per ora,  a inneggiare al lupo e alla biodiversità di cui sarebbe il campione (secondo un mantra trito e ritrito che ha molto a che fare con la propaganda di stile nazionalsocialista e poco con l’ecologia). Quando le predazioni aumentano le banderuole gireranno dove il vento dell’opportunismo politico suggerirà di riorientarsi (vedi i salti mortali tripli carpiati della Regione Veneto).

I protettori del lupo tengono il più possibile a lungo nascosta la realtà: le vittime sono complici dei carnefici

Le istituzioni cercano di tenere nascosta la presenza dei lupi aiutati da quegli allevatori e pastori che pensano di “risolvere il problema in silenzio” (o che semplicemente non hanno nessuno cui affidare gli animali o cui far svolgere i lavori agricoli e che non possono permettersi di perdere mezze giornate con le denunce e le procedure). Come abbiamo avuto modo di riferire nell’articolo della scorsa settimana sulle predazioni a Foppolo, è stato solo grazie alle fototrappole piazzate da un giovane pastore (che ha riferito direttamente ai media dell’accaduto) se gli attacchi in val Brembana sono stati resi pubblici (prima da Ruralpini, a ruota da Eco e Bergamonews che avevano il nostro comunicato).

Del resto anche la presenza dei lupo nel parco del Ticino è stata svelata solo grazie alle fototrappole posizionate da un pastore che aveva “beccato” la lupa a maggio e che aveva subito in due occasioni la perdita di agnelli.  Nel comasco, nella val Cavargna e nella valle Albano (valli tra Lario e Ceresio), sporadici danni si registrano a partire da 2012. Anche quest’anno c’è stata una denuncia a Dosso del Liro. Il branco della val Morobbia, valle che è in comunicazione con il Lario attraverso il passo di San Jorio, è già alla terza cucciolata (nella foto sotto, dell’ufficio caccia e pesca del canton Ticino, l’ultima cucciolata di quattro lupacchiotti).

Anche ammesso che qualche giovane delle cucciolate precedenti sia morto per cause naturali o per il controllo (un controllo “fai da te” ma reso necessario dalla latitanza delle istituzioni), c’è da credere che i primi nati, che hanno già raggiunta la maturità sessuale (hanno due anni e mezzo) si stiano disperdendo e possano mettere su la loro nuova famiglia. Quindi i guai grossi iniziano ora. Allevatore, cacciatore, pastore avvisato mezzo salvato.

lupo val cavargna

La coppia “originaria” di lupi è stata fototrappolata dalla polizia provinciale a dicembre 2015, dopo che nell’estate al confine tra la val Cavargna e la Svizzera un gregge di 120 ovini aveva subito 43 perdite. Il branco iniziale della val Morobbia è  nel suo comportamento transfrontaliero (come, del resto,  quelli al confine tra Piemonte e Francia), ma chi impedisce ai nuovi branchi di insediarsi stabilmente nelle valli del Lario e del Ceresio? Nessuno (tranne i pastori, gli allevatori, i cacciatori, ovviamente ma sempre operando, per forza maggiore, fuori da una legalità ingiusta).

L’ultima predazione in val Cavagna

Sabato 19 agosto è apparsa su la Provincia di Como la notizia del più grave attacco da parte dei lupi mai avvenuto (da un secolo in qua) in provincia di Como (una trentina di capi caprini tra uccisi e dispersi). A dare la notizia l’alpeggiatore, Carlo Panatti e il sindaco di Cusino, Francesco Curti (anche lui allevatore di capre). Questo attacco,  a parte i numeri, è grave perché colpisce animali in lattazione, caricati presso l’alpe di Rozzo, il fiore all’occhiello del comune di Cusino che, negli anni, ha effettuato importanti investimenti per il miglioramento delle strutture e delle infrastrutture dell’alpe, Non solo a supporto dell’attività zootecnica e casearia, ma anche in funzione dello sviluppo ecoturistico. Ma che ecoturismo può svilupparsi se scorazzano branchi di lupi, prevedibilmente presto contrastati da mute di aggressivi cani mastini da difesa? Nessuno perché i fanatici del lupo sono quattro gatti e hanno un sacco di posti in Italia e nel mondo dove esercitare la loro spesso morbosa passione.

Dell’alpe di Rozzo, dove sono avvenuti i recenti fatti predatori, avevo parlato meno di due mesi fa, in occasione della visita all’alpe (vai all’articolo). Ovviamente colpisce maggiormente un attacco che avviene in posti conosciuti, che provoca pesanti conseguenze a persone conosciute. Poco o nulla colpita dalle notizie di predazione degli animali domestici è invece l’opinione pubblica urbana. Nella sensibilità atrofizzata delle masse urbane la referenza animale assume la forma di relazioni etologicamente ed eticamente discutibili con cagnolini ridotti a peluche viventi, del consumo di pezzi di carne sotto film plastico (se non di piatti pronti per il micro onde dove non si vede neppure che c’è la carne), della visione – sin dalla tenera età – di documentari e cartoon veicolanti immagini agli antipodi con la realtà. Il risultato è che questa gente, che dice di amare gli animali, vede nelle conseguenze della predazione solo un danno economico “tanto ve le risarciscono, di cosa vi lamentate”. Rispetto alla sofferenza degli animali domestici predati scatta un meccanismo che blocca ogni reazione di compassione, mentre lo stesso filtro ideologico provoca l’amplificazione esasperata dei sentimenti a favore dei grandi predatori. Solo le immagini più crude riescono a smuovere l’indifferenza degli “amici degli animali”. Per questo sono accuratamente censurate sui media e persino sui social. Ecco perché è giusto far vedere le immagini che l’allevatore ha scattato alle sue capre morte, ferite, moribonde.

lupo val cavargna

L’episodio di predazione in val Cavagna è stato reso pubblico sabato scorso, quando le guardie della polizia provinciale si sono recate in loco per i rilievi (hanno anche eseguito dei tamponi per ricavare materiale biologico utile alle analisi del dna). Ma le perdite si riferiscono a una serie di ripetuti attacchi serali che  sono inziati già alla fine di luglio. L’allevatore ha visto scomparire per primi alcuni capretti.  I capretti,  si sa, tendono facilmente a smarrirsi seguendo degli escursionisti o  perdendo il contatto con il gregge.  Così Carlo Panatti  si è recato per cercarli sugli alpeggi di Garzeno, località famosa – specie la frazione Catasco –  per l’allevamento caprino e i formaggi caprini. Garzeno è  nella valle Albano, al di là della cima del monte Bregagno.

lupo val cavargna

Grande è stata la preoccupazione di Carlo Panatti quando ha appreso dai caprai di Garzeno che anche a loro erano spariti capretti, attribuendo la causa ai lupi. Dopo qualche giorno gli attacchi si sono verificati sui pascoli di Rozzo, ripetuti a distanza di due giorni nelle ore serali. In alcuni casi l’allevatore si è accorto dell’attacco in atto dai belati disperati e dallo strepito dei campani causato da fughe precipitos  ma, in occasione dell’ultimo attacco, ha anche scorto tre sagome di lupo. A questo punto è stata fatta la segnalazione alla polizia provinciale e le guardie e i veterinari della Ats sono venuti a constatare le lesioni sulle carcasse. L’allevatore si è anche preoccupato di documentare fotograficamente la preenza di orme e di fatte. Ma perché, se non diventi Sherlok Holmes, non sei creduto? Che logica c’è nel mettere a capo del danneggiato l’onere della prova? E ci si domanda anche se tutto ciò sia legittimo o un abuso.

lupo val cavargna

Le circostanze della predazione non lasciano margine di dubbio sulla responsabilità dei lupo. L’analisi del dna più che confermarla tenderà semmai a individuare l’identità dei singoli soggetti responsabili per capire come si sta evolvendo il branco (o i branchi).

lupo val cavargna

Impossibile tenere le capre rinchiuse di notte

Con estate caldi come questa anche a quote non troppo basse si deve adottare il pascolo serale. Di giorno le capre riposano – in luogo protetto – all’ombra della sòstra (foto sotto di fine giugno), di sera vanno a pascolare al fresco. Quando gli ambiental-animalisti, e i politici che tendono a blandirli, sostengono che si può “convivere con il lupo” dimenticano tante circostanze basilari:

1) il lupo era molto meno spavaldo perché sapeva che attacchi aperti ai greggi potevano concludersi male per lui, pertanto colpiva nel modo più rapido e furtivo limitando di necessità i danni; 2) il clima era più fresco e anche a quote basse si poteva pascolare di giorno quando la sorveglianza è più facile; 3) esisteva ampia disponibilità di manodopera, di caprai giovani e meno giovani  che di giorno seguivano il gregge anche sui terreni più impervi.

Oggi, se oltre ad adottare anche ulteriori metodi di prevenzione (le mute di cani da difesa in aree di frequentazione turistica, come la montagna lariana, sono comunque problematiche) non si contiene  anche la diffusione del predatore molti pascoli sono destinati all’abbandono. Ma senza  l’utilizzo dei pascoli l’allevamento e l’agricoltura di queste valli non possono stare in piedi.

Non mi interessa l’indennizzo

Parlando con Carlo Panatti colpisce come egli insista nel dichiarare che, per lui, l’indennizzo è la cosa meno importante. Pensa ad altre conseguenze, che nessuno può compensare. Vala la pena spiegare agli animalisti ignoranti che blaterano di “compensazioni” che l’indennizzo non compensa il danneggiato ristabilendo la situazione precedente al danno. Per il solo fatto che ciò è spesso impossibile. L’indennizzo consiste in un intervento riparatore di carattere economico non necessariamente commisurato alla effettiva entità del danno sopportato dall’avente diritto, ma agganciato a parametri prestabiliti per legge o per contratto. Senza fare riferimento all’ovvio caso degli indennizzi corrisposti ai parenti della vittima di un incidente o di un omicidio, va richiamato che – anche nel caso degli indennizzi dovuti agli allevatori per le perdite subite dai predatori – il tipo di “riparazione” dipende dalle clausole del contratto che la Regione Lombardia, come altre, ha sottoscritto tramite un brooker con una compagnia assicurativa. Un contratto di copertura dei rischi per questo tipo particolare di “sinistro” ma che come tutti i contratti assicurativi mira a limitare le cifre liquidate. Va precisato che la Regione , nel venire parzialmente incontro agli allevatori, non fa altro che assumersi le responsabilità che derivano dall’essere responsabile della fauna selvatica dal momento che essa è, per l’ordinamento italiano “proprietà indisponibile dello stato” e che tutta la materia (fauna e agricoltura) è di competenza esclusiva delle regioni come chiaramente stabilito dalla costituzione e dalle leggi vigenti. I lupi sono della Regione Lombardia, sia chiaro. Essa, però, per risparmiare aveva inizialmente fissato un massimale di 4 mila € per gli indennizzi, elevato a 6,5 mila € nel 2016. Una sottovalutazione delle conseguenze dell’aumento della presenza dei grandi predatori.

Vi è poi una “franchigia implicita”. Il tempo richiesto per le pratiche, per assistere alle verifiche di guardie e veterinari non giustifica la richiesta di indennizzo per pocchi capi. Così molte predazioni passano inosservate. Spesso anche perché – come già sopra osservato, il pastore preferisce cercare di risolvere il problema da solo, senza clamore. Ma così fa il gioco della lobby del lupo.

Procedure e linguaggi burocratici

La presenza di un massimale in caso di attacchi a bovini e a un numero consistente di ovicaprini, non può coprire il semplice danno della perdita dei capi. Non vi è poi alcun considerazione per le perdite produttive, gli aborti, la morbilità indotta, le cure veterinarie. Viene  aggiunto, oltre ai costi di smaltimento (obbligatorio) delle carcasse,  un 15% del “costo di acquisto” .. quale “contributo” per il disagio ed il disappunto degli animali al recepimento del nuovo contesto. Un modo un po’ singolare e arzigogolato per indicare un “disagio” che è certo degli animali (che, però, dei soldi non sanno cosa farsene), ma anche degli allevatori, per i quali è certamente meno semplice accudire animali non nati nel gregge.

Per molti allevatori, che curano amorevolmente i loro capi, li selezionano accuratamente, studiano i migliori accoppiamenti, nutrono e curano con particolare scrupolo i giovani animali destinati a dar vita a “linee di progenitori”, la perdita dei animali per loro unici, non è compensabile in termini monetari . Un fatto che vale poco o nulla nelle stalle dei grandi numeri  gestite da automatismi e operai e dove la riporoduzione è pianificata dal computrer, ma che conta molto nelle aziende famigliari dove vi è un rapporto personale e affettivo con gli animali. Quando Carlo Panatti sottolinea di non essere interessato all’indennizzo fa presente che “ci vogliono due anni per allevare una capra”. Gli animali non sono pezzi di ricambio intercambiabili, pupazzi, delle macchinette come suppone la mentalità urbana condizionata dalla civiltà industriale e consumistica.

Il danno alla produzione di latte e formaggi … e alla famiglia

Le capre sopravvissute, alcune ferite leggermente e curate con antibiotici (con i loro tempi di sospensione che costringono a gettare via il atte), ma anche le altre, fortemente stressate, hanno ovviamente calato la produzione di latte. Venendo meno il latte degli animali uccisi e dispersi, mancando gli animali di alcuni piccoli proprietari che, spaventati, hanno riportato a valle le loro capre, calata la produzione delle capre rimaste (un calo che, dopo la metà di agosto, non potrà più  essere recuperato), il latte da lavorare è crollato e la produzione di formaggi anche. Un danno serio per la piccola azienda di Carlo Panatti e della moglie Simona Maffioli che, tutte le settimane, partecipa ai mercatini contadini della provincia di Como. Per una piccola azienda che si regge sulla vendita diretta restare con poco prodotto significa perdere clienti. Tutte conseguenze “collaterali” che le assicurazioni, la regione, gli ambiental-animalisti da salotto e da tavolino ignorano. Un attacco predatorio ad un’azienda famigliare porta anche ad altre conseguenze, scompiglia programmi e abitudini. “Dopo due anni che non andiamo volevo portare le bambine al mare qualche giorno, ma come faccio in questa situazione a lasciare su mio suocero e l’aiutante straniero?”.

E ora?

Dopo tanti “assaggi” sanguinosi l’estate 2017 segna l’escalation degli attacchi da lupo sulle Alpi centro-orientali. Violentissima in Veneto, seria anche in Lombardia. Le conseguenze politiche non saranno indolori: la regione Veneto annaspa tra dietro front,  annunci di ritiri da WolfAlp, dichiarazioni contraddittorie di Zaia, pose di recinzioni alte 120 cm che fanno ridere i polli. Zaia riesce, nella stessa dichiarazione, a dire che “i lupi stanno distruggendo l’ecosistema della montagna veneta” ma anche che “sono intoccabili”, facendo finta di dimenticare che questa primavera la Regione Veneto, rimangiandosi il parere favorevole precedentemente espresso, ha bocciato (per via delle pressioni animal-ambientaliste) il piano lupo redatto da Boitani e sostenuto dalla lupologia meno estremista che prevedeva un limitatissimo controllo del predatore. La regione a guida leghista questa volta non può prendersela con Roma , con un ministro dell’ambiente che continua a sostenere che la fine della protezione assoluta del lupo è necessaria perché ci sono aziende zootecniche che stanno chiudendo per una pressione predatoria insostenibile. Le istituzioni vanno in tilt e scontentano tutti (come avvenuto per il progetto Life Ursus in Trentino).

lupo val cavargna

In Veneto e Lombardia il lupo può impattare molto più pesantemente del Piemonte. Considerazioni estranee alla lupologia “scientifica” che astrae completamente da considerazioni territoriali, sociale, economiche e vede solo nelle Alpi un territorio “vocato”.  A livello di singole aziende, che in Piemonte soffrono numerose il problema, l’impatto è forte ma a livello di sistema non provoca reazioni al di sopra della soglia di criticità.  A Cuneo e Torino le lunghe valli alpine sono spopolate e poco comunicanti tra loro e molta della zootecnia estensiva e d’alpeggio è indirizzata alla carne non coinvolgendo filiere e, per sua sfortuna, godendo di accrediti politici blandi. Conta moltissimo, però, anche la gradualità e la mancanza di trasparenza con la quale si è accompagnata l’affermazione della presenza del lupo in Piemonte .

Le Alpi centro-orientali, al contrario,  sono un sistema territoriale più denso e connesso, più antropizzato, dove la “rinaturalizzazione” imposta dell’ecototalitarismo comporta conflitti sociali più acuti e mette in campo forze molto più agguerrite a difesa di economie zoocasearie e turistiche. In più c’è l’esperienza del Piemonte (e dalla Francia) che ammonisce a non accettare passivamente la proliferazione dei branchi auspicata e favorita da WolfAlp.  Per il partito del lupo la conquista delle Alpi può rappresentrare una dura guerra di posizione e un boomerang. Di certo oggi tutta la montagna veneta è in allerta e quella lombarda sta allertandosi. L’avanzata del predatore sarà contrastata e comporterà prezzi da pagare per la lobby del lupo, prezzi che possono mettere in forse anche le posizioni acquisite, le rendite di posizione conquistate quando il lupo era ancora una realtà appenninica e la “campagna delle Alpi” era ancora limitata al Piemonte. Aumentano peraltro anche le spaccature interne al fronte “conservazionista” (o per meglio dire “espansionista”) che, nelle sue componenti meno estremiste, si rende conto dei pericoli per lo stesso lupo di un’avanzata troppo trionfale (vedi la crescente ed estesa ibridazione con il cane domestico e la prospettiva della perdita di identità genetica del lupo italico, ormai non più isolato dalla popolazione lupina balcanica ed ell’Est Europa.

Le lobby ecototalitarie hanno forti interessi alle spalle, desiderosi di desertificare le montagne e di operare un nuovo colonialismo per il controllo del petrolio del futuro, ovvero l’acqua dolce pulita sempre più scarsa, e le altre risorse naturali. Hanno scatenato una guerra per la pulizia etnica di cui gli orsi e i lupi sono solo un tassello, insieme alla burocrazia e al crollo – indotto dalla globalizzazione –  dei prezzi dei prodotti agricoli, zootecnici e forestali.  Ma a differenza degli anonimi meccanismi della burocrazia e della finanza globale i lupi e i loro sostenitori sono attori ben riconoscibili e la  mobilitazione contro la diffusione dei grandi predatori può diventare catalizzatore di una resistenza alpina e rurale più ampia. Per questo la partita è così importante.