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“Un prete-scomodo, ma dal grande cuore”, il vescovo saluta don Renzo Scapolo foto

A Muggio' stamane il funerale dell'ex parroco in prima fila per l'accoglienza di chi scappava dalla guerra nei balcani. Le parole di Cantoni nella sua omelia.

Tanti fedeli (almeno 350/400), 60 sacerdoti concelebranti. E poi il vescovo Oscar Cantoni con parole di affetto e di riconoscenza per il suo impegno. Alla chiesa di Muggio’ questa mattina i funerali di don Renzo Scapolo, il parroco in prima fila per anni per l’accoglienza dei migranti e di coloro che fuggivano dalla guerra nella ex Jugoslavia. Don Renzo negli anni 80, nella sua parrocchia di Valmorea, ha ospitato decine di persone. La sua morte nei giorni scorsi, stamane il funerale.

Di seguito il testo dell’omelia di monsignor Cantoni, che ha presieduto questa mattina i funerali di don Renzo Scapolo.

 

Le letture della Parola di Dio che abbiamo ascoltato bene interpretano la personalità e la storia di don Renzo Scapolo, ma nello stesso tempo possiamo affermare che la sua intera esistenza non è stata altro che una fedele riproposizione di queste stesse parole di Dio, testimoniate attraverso parole e segni ben concreti. 

 

Siamo davanti a una figura di credente che ha inquietato molti, perchè don Renzo non si è accontentato dei proclami o di buone intenzioni, perché non ci ha annunciato la Parola di Dio per poi restare tutto come prima, perché sopraffatti dagli impegni e dalle tante urgenze immediate. 

 

Don Scapolo è stato un “prete scomodo”, sia per i fedeli, che per i confratelli sacerdoti e forse anche per i vescovi, come uno dei profeti che Dio, di tanto in tanto, invia a visitare il suo popolo. Il profeta, per sua natura, turba la tranquillità dell’ agire comune, ci sveglia dal torpore del quotidiano, fino a scuoterci e a costringerci comunque a prendere posizione, come singoli e come comunità.

 

“Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna” , abbiamo ascoltato nella prima lettura dal profeta Ezechiele. Questo è il compito del pastore, a imitazione di Cristo, il grande pastore delle pecore: adoperarsi per una “Chiesa in uscita”, termine caro a Papa Francesco,  ma che già don Scapolo era solito usare quale suo costante metodo pastorale, non accontentandosi delle poche pecore presenti all’interno della comunità cristiana, anzi favorendo la fuori uscita di queste, alla ricerca delle molte disperse e senza pastore: “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”  [è  l’invito di Papa Francesco al n. 49 di EG].

Penso all’intima gioia di don Scapolo all’udire queste affermazioni di Papa Francesco, del quale è stato sempre in sintonia, respirando lo stesso clima sociale ed ecclesiale in terra argentina, negli anni in cui ha vissuto come missionario fidei donum a Fernandez.

“Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella malata, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte”. Don Renzo si è preso cura delle persone, nella loro condizione di vita, con una speciale attenzione per i più deboli e disagiati.

Il suo stile, da vero pastore, era quello di coinvolgere anche gli altri, di educare le comunità cristiane alla partecipazione, perché non rimanessero inerti davanti alle difficoltà, ma prendessero responsabilmente le iniziative più adatte, a qualunque costo. Lo possono testimoniare i parrocchiani di Camerlata, di Caversaccio, di Plesio, ma anche io stesso negli anni in cui fummo insieme collaboratori proprio qui a Muggiò, insieme a don Aldo, altro prete profeta della carità.

Fu don Renzo ad accogliere i primi profughi giunti nelle nostre terre dal Libano, fino a convincere le comunità cristiane, stupefatte e smarrite per l’arrivo di tanta gente, che turbava la comune tranquillità, circa il dovere di accoglienza e il compito della ospitalità, proprio in virtù della fede proclamata, che, senza le opere, è morta, come sottolinea s.Giacomo nella sua lettera.

Viene a proposito questa affermazione di Papa Francesco: “A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del  Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali e comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinchè  accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza” (EG 270). Con questa consapevolezza in cuore, don Scapolo non esitò a prendere l’iniziativa in favore dei Bosniaci, assicurando aiuti umanitari a Sarajevo, creando perfino un Associazione di volontari, fino a sfidare i pericoli della guerra allora in corso.

Se è vero che la carità è il cuore della vita della Chiesa e la bussola che ne orienta i passi, don Scapolo ci ha insegnato a “considerare i poveri di grande valore e a fare in modo che i poveri, in ogni comunità cristiana, si sentissero come “a casa loro”. Così ha adempiuto l’insegnamento evangelico che ci permette di incontrare Cristo proprio nei poveri, coi quali egli si identifica: ”Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Caro don Renzo: aiuta ora dal cielo la nostra Chiesa perché faccia della carità la prova suprema della fede. Continua a inquietarci perché non cessiamo mai di amare il  Signore attraverso quell’impegno di carità che ci permette di affrontare le nuove sfide di oggi, con lo stesso ardore, passione ed entusiasmo con cui tu stesso ti sei prodigato. Amen.