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Teatro Sociale: la FEDRA di Seneca secondo Andrea De Rosa foto

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Spazio ad un classico nella stagione di prosa del Teatro Sociale di Como. Lunedì 3 e martedì 4 aprile alle ore 20.30 va in scena FEDRA, con la regia di Andrea De Rosa, riconosciuto oggi come un nuovo esponente di quel teatro di regia che offre alla contemporaneità sempre nuove poetiche per la scena. La tragedia di Seneca viene qui integrata da brani di lettere dello stesso Seneca e da estratti dell’Ippolito di Euripide. Protagonista è Laura Marinoni, un’interprete formidabile, densa, viscerale, furente e visionaria. FEDRA ha vinto il Premio dei critici di teatro (ANCT) 2016 per il miglior spettacolo.

L’opera di Seneca è stata più volte rivisitata nel mito classico e riproposta anche nella letteratura moderna e contemporanea. Attraverso la figura di Fedra, che si innamora follemente di Ippolito, figlio del marito Teseo avuto da un precedente matrimonio, il filosofo romano tenta di sondare il comportamento umano di fronte a passioni che arrivano a sconvolgere la vita di una persona, condannandola inesorabilmente alla rovina.

fedra

In occasione dello spettacolo Fedra, lunedì 3 aprile alle ore 18.30 nel Foyer del Teatro, il Centro culturale Paolo VI e il Teatro Sociale di Como propongono un incontro dal titolo Il teatro di Seneca e l’opera Phaedra con il prof. Piero Poncetta, docente di letteratura italiana presso l’Istituto Orsoline di San Carlo di Como. L’incontro è ad ingresso libero.

 

 Teatro Sociale di Como

 

lunedì, 3 aprile – ore 20.30

martedì, 4 aprile – ore 20.30

FEDRA

tratto da Phaedra di Seneca, con estratti da Ippolito di Euripide e dalle Lettere di Seneca

Fedra              Laura Marinoni

Teseo              Luca Lazzareschi

Una Dèa          Anna Coppola

Ippolito           Fabrizio Falco

Una Ragazza   Tamara Balducci

Adattamento e regia Andrea De Rosa

Scene e costumi Simone Mannino

Luci Pasquale Mari

Suono Gup Alcaro

Collaborazione scientifica Alfredo Casamento

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

INFO

Biglietti per lo spettacolo in vendita presso la biglietteria del Teatro e online su www.teatrosocialecomo.it. Prezzi 13€ a 27€ + prevendita.

 

 

 

fedra

NOTE DI REGIA DI ANDREA DE ROSA

Che cos’è l’amore, chi è Eros? Due anni dopo lo Studio sul Simposio di Platone ritorno a pormi la stessa domanda, stavolta attraverso il personaggio di Fedra. L’amore di questa donna per il figliastro, Ippolito, segna il suo destino e quello di tutti coloro che la circondano. Ma bisogna chiedersi di che tipo di amore si tratta. La parola latina che viene adoperata più spesso da Seneca per descrivere lo stato d’animo di Fedra è furor, che significa soprattutto pazzia ma anche passione violenta, delirio amoroso, desiderio sfrenato, etc. Comunque la si intenda, questa parola ci introduce a una visione dell’amore che ci spinge a strappare via con forza tutte le incrostazioni romantiche che su di esso si sono depositate; ci dice di resistere alla tentazione moderna di intendere l’amore quasi esclusivamente come un sentimento, come qualcosa cioè che la volontà o la ragione potrebbero in qualunque momento allontanare o addirittura cancellare. Bisogna tener conto di questo per evitare di considerare l’amore di Fedra per il figlio come un semplice capriccio. In Fedra infatti l’amore è inteso, letteralmente, come qualcosa da cui si viene posseduti, qualcosa che proviene da fuori, qualcosa di profondamente estraneo, come un virus che si insinui nel nostro corpo e cominci a riprodursi senza il nostro assenso. La metafora della malattia è una delle forme in cui Seneca lo descrive, con dovizia di dettagli nei suoi sintomi e un accurato resoconto della sofferenza che ne deriva («Non sa quello che vuole, si agita scompostamente senza un motivo; vorrebbe riposare, ma non riesce a dormire, trascorre la notte nei lamenti, …»). Ma la sofferenza è solo una parte del furor da cui Fedra è posseduta.

L’altra parte della sua follia è il desiderio, l’eccitazione, l’esaltazione, la promessa di felicità, addirittura l’estasi che le viene dal pensiero di poter godere del corpo di Ippolito e di condurre con lui la stessa vita piena di forza giovanile e di passione selvaggia, fatta di caccia alle bestie feroci, di amore della natura, di corsa a perdifiato nei suoi adorati boschi. Fedra non può liberarsi di questo pensiero, di questa passione, di questo amore, perché il suo furor, la sua follia provengono dagli dèi («I più grandi doni – scrive Platone – vengono agli uomini da parte degli dèi attraverso la follia,

quella che viene data per grazia divina»). Nella tragedia di Euripide, della quale quella di Seneca è figlia, tutto avviene a causa di Afrodite e della sua rivalità con Artemide.

Nel testo di Seneca i personaggi degli dèi non ci sono più, ma ugualmente l’intera dinamica degli eventi viene provocata da loro. Ho scelto il testo di Seneca perché trovo che quello che in esso viene tacciato come “mancanza di teatralità”, al contrario è proprio ciò che lo avvicina a una certa drammaturgia contemporanea. Nella sua Fedra, infatti, non ci sono dinamiche realistiche, i personaggi parlano quasi sempre attraverso lunghi monologhi, scavano dentro le parole in cerca di qualcosa che non si traduce in una immediata dinamica teatrale ma sembra andare alla ricerca di una interiorità più ossessiva, profonda e dolorosa. Ciononostante non ho voluto rinunciare alla presenza di una dèa in scena e, a partire dal monologo di Afrodite che apre il testo di Euripide, ho costruito un personaggio – una dèa – che volevo fosse artefice ma anche spettatrice delle tragiche vicende di Fedra.

La potenza del dio serve sia a Euripide che a Seneca per spiegare e descrivere la natura misteriosa e potentissima dell’innamoramento fatale, una forza caotica che ci travolge facendoci perdere l’orientamento e ci trascina letteralmente fuori di noi stessi. Attribuire questa potenza a un dio vuol dire, ancora oggi, per noi, riconoscere in questo potere qualcosa che non è sotto il controllo della volontà e del raziocinio.

È questo il motivo per cui restiamo ancora ammaliati e terrorizzati nel vedere Fedra allontanarsi sempre di più in un territorio dal quale non riuscirà a tornare più indietro, attratta da una forza imponderabile e misteriosa.

Sono sempre affascinato dalle storie dominate da una componente oscura e quando si lavora sul “mito”, ci si trova sempre davanti a questo tipo di forze, potenti e misteriose («Il mistero del mito – come scrive Karol Kerenji – deve essere sperimentato, venerato; deve entrare a far parte della nostra vita»). Siamo noi a studiare questi personaggi ma poi, all’improvviso, la prospettiva si ribalta e sembra che siano loro che ti stanno guardando. Non si tratta di uno sguardo qualunque. Di fronte a Fedra, Teseo, Ippolito, sembra che nessuno sia mai arrivato a guardarti così in profondità.

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