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Teatro Sociale: la stagione lirica si chiude con “Il turco in Italia”

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Venerdì 20 gennaio alle ore 20.30 ed in replica domenica 22 gennaio alle ore 15.30 si alza il sipario del Teatro Sociale di Como sull’opera di Rossini, Il Turco in Italia, ultimo appuntamento del cartellone 2016/17 di OperaLombardia.

Un affascinante turco che sbarca a Napoli, un gruppo di zingari che inneggia al proprio stile di vita, una capricciosa gentildonna, un debole marito, un cavalier servente, un poeta in cerca di ispirazione e che compone l’opera via via…ma anche lettere, scambi, equivoci e mascherate: tutti gli ingredienti tipici rossiniani per una deliziosa opera andata in scena la prima volra nell’agosto del 1814, tiepidamente accolta dal pubblico scaligero, ma poco dopo riscattata al Teatro Valle di Roma.

Il Turco in Italia è approdato sui palcoscenici lombardi con la frizzante regia di Alfonso Antoniozzi, che nasce come baritono (si è esibito nei più prestigiosi teatri, dalla Scala al Metropolitan) con un vasto repertorio in particolare sull’opera buffa rossiniana e donizettiana e la direzione di Christopher Franklin, americano, che, diplomato in violino, in direzione d’orchestra in Illinois, ha studiato al Conservatorio di Saarbrucken in Germania e a Baltimora.

il turco in italia

Teatro Sociale di Como

venerdì 20 ore 20.30 e domenica 22 gennaio ore 15.30

IL TURCO IN ITALIA

Opera buffa in due atti. Musica di Gioachino Rossini. Libretto di Felice Romani.

Prima rappresentazione: Teatro alla Scala di Milano, 14 agosto 1814

 

Selim                         Fabrizio Beggi

Donna Fiorilla        Paola Leoci

Don Geronio            Marco Bussi

Don Narciso             Ruzil Gatin

Prosdocimo              Vittorio Prato

Zaida                          Cecilia Bernini

Albazar                     Stefano Marra

 

Direttore

Christopher Franklin

Regia

Alfonso Antoniozzi

 

Scene

Monica Manganelli

Costumi

Mariana Fracasso

Light designer

Nando Frigerio

Collaborazione videodesign

Daring House (Stefano Casertano, Antonio Luca Padovani, Veronica Carli)

Maestro del coro

Giuseppe Califano

Coro OperaLombardia

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano

 

Coproduzione Teatri di OperaLombardia

Nuovo allestimento

 

Info www.teatrosocialecomo.it

biglietti a partire da 16,00€ + prevendita

 

il turco in italia

 

SCATOLE CINESI

di Alfonso Antoniozzi

A voler ridurre all’osso la trama de Il Turco in Italia, si potrebbe dire che non è nulla più dell’ennesima rielaborazione di un vecchio tema sviscerato sui palcoscenici dai tempi di Plauto: un vecchio sposato a una giovane di allegri costumi, l’amante fisso di questa, l’arrivo di un secondo amante, una bella agnizione (il secondo amante ritrova un’amante creduta morta), doppio lieto fine col ricongiungimento delle due coppie. Grazie, arrivederci.

Ma Felice Romani, che potremmo tranquillamente chiamare ‘il Mogol dei suoi tempi’, visto che scrisse libretti praticamente per ogni compositore della sua epoca, introduce in questo cliché abbastanza trito una variabile modernissima: la figura del ‘Poeta’. Ai tempi d’oggi leggiamo ‘poeta’ e pensiamo a Ungaretti, Foscolo, Leopardi, Neruda, ma nel gergo teatrale d’allora il poeta altri non era che il librettista: Romani mette dunque in scena se stesso e i travagli di un librettista cui è stata commissionata la scrittura di un dramma, buffo di cui «non trova l’argomento». A questo punto tutta la struttura drammaturgica prende un guizzo di vitalità a parere mio mai incontrata prima in un libretto d’opera: lo spettatore è invitato ad assistere alla genesi di un libretto. Certo, qualcosa di simile era già successo in componimenti come Le convenienze e inconvenienze teatrali di Donizetti o ne L’impresario in angustie di Cimarosa, ma in queste opere ci si focalizza sulle beghe di primedonne e castrati e sui vari impedimenti di un allestimento, insomma sui pettegolezzi da camerino che tanto intrigano anche i melomani odierni, mai sulle difficoltà della scrittura e dell’immaginazione di un libretto, della costruzione di una trama.

Il nostro Poeta (si chiama Prosdocimo, ma non viene mai chiamato per nome) decide quindi di prendere spunto dalla realtà che lo circonda e raccontarla, a volte intervenendo direttamente nelle vicende di cui è testimone e tentando di alterarne teatralmente gli esiti. Chi osserva è dunque invitato ad entrare direttamente ‘nella testa’ del librettista, e viene rimbalzato da Rossini e Romani in un gioco di specchi dove la realtà si mescola alla fantasia, l’invenzione si stempera nel vero, fino a disorientare lo spettatore e trasformarlo in una sorta di Alice nel Paese delle Meraviglie Teatrali.

Leggendo il libretto viene in mente a chiunque mastichi di teatro e di letteratura la celebre frase con cui Eduardo descrisse il suo teatro: «ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente», e viene in mente anche quel senso di disorientamento che fu proprio di tutta la produzione teatrale pirandelliana: solo questo basterebbe per fare del Il Turco in Italia l’opera più ‘moderna’ della produzione rossiniana, e forse a comprendere perché quest’opera non ebbe, all’epoca in cui fu presentata, il medesimo strabiliante successo di Barbiere, Cenerentola o Italiana in Algeri (di cui fu a torto considerata una brutta copia).

Nello spettacolo che abbiamo inventato per OperaLombardia, abbiamo tentato di raccontare esattamente questo, e di creare il medesimo disorientamento. Le scenografie di Monica Manganelli sono completamente virtuali, reali e irreali al medesimo tempo: statiche eppure animate, quando credi di averle afferrate sono già scomparse, sono già diventate qualcosa d’altro. Rincorrendo i pensieri, i ripensamenti, le cancellazioni, gli stati d’animo del librettista ci consentono di affrontare serenamente e con coerenza teatrale i repentini cambi di ambientazione voluti dalla trama. I costumi di Mariana Fracasso, in omaggio ad Eduardo e al mondo che seppe portare sulla scena, ci riportano alla Napoli dell’immediato dopoguerra, quella della ricostruzione, della vita che faticosamente ricomincia e che è pronta per essere raccontata e teatralizzata, un periodo in cui l’esotico (l’arrivo del Turco, appunto, e la presenza degli zingari) era ancora percepito come tale, perché non ancora filtrato dalla lente distorta del pregiudizio e nemmeno anticipato, come ai giorni nostri, da una visita su Trip Advisor e Google Maps. Per la mia parte, ho cercato di costruire un meccanismo teatrale di scatole cinesi costantemente alternato tra realtà e fantasia, tra opera e prosa, tra avanspettacolo e musical, tra cinema e varietà, un percorso in cui mi auguro lo spettatore sia disposto a perdersi, rinunciando a capire se quello che gli raccontiamo stia succedendo davvero o sia solo l’immaginazione del poeta, se quello che gli appare davanti agli occhi sia la vita di Fiorilla e Geronio o solo una commedia ben congegnata, se stia vedendo la realtà o le prove di uno spettacolo, abbandonandosi a questo caos organizzato e lasciandosi coinvolgere da quell’ottovolante teatrale che è Il Turco in Italia di Felice Romani e Gioachino Rossini.

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