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Le parole del vescovo Oscar: le sue omelie ai fedeli della Diocesi lariana foto

La luce vista a Betlemme dalla gente e dai pastori, il Verbo che si è fatto carne: si parte da qui per poi spiegare il significato del Natale. Tanta gente ad ascoltarlo

 

La luce a Betlemme, il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. Gli spunti per la riflessione del vescovo di Como Oscar Cantoni nelle due omelie da lui pronunciate nella messa di mezzanotte ed in quella di Natale nel Duomo di Como, il suo primo Natale in mezzo ai comaschi. Ecco il testo integrale, le sue parole peri fedeli della Diocesi che hanno gremito la Cattedrale cittadina.

 

OMELIA DEL PADRE VESCOVO OSCAR NELLA NOTTE DI NATALE

“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce! Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

Questa citazione dal profeta Isaia, nella prima lettura, che evoca l’esultanza del popolo di Dio per l’avvenuta liberazione dalla dominazione straniera, in un momento difficile della sua storia, non è che un anticipo della gioia, una pregustazione della letizia che insieme sperimentiamo per la nascita del nostro Dio e salvatore, Gesù Cristo, nato a Betlemme da Maria, per opera dello Spirito Santo.

Una luce nuova, frutto della presenza tra noi del Principe della pace, irrompe una volta ancora questa notte per noi, una luce che brilla nell’oscurità e che vince le tenebre del cuore, quelle che ci rendono incapaci di riconoscerci e di accettarci come fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre.

La luce di Betlemme giunge tra noi per liberarci dalla chiusura in noi stessi, per scioglierci dalle catene del nostro egocentrismo. Il nato bambino di Betlemme è venuto perché noi imparassimo a vivere da figli, annullando le distanze che manteniamo facilmente gli uni dagli altri, dal momento che noi sappiamo costruire facilmente muri che ci dividono, piuttosto che ponti che ci uniscono.

In cerca di luce siamo accorsi qui, in questa santa notte: non per una pia tradizione, né per una semplice convenzione sociale, ma per una segreta attrazione dell’anima. Assetatati di gioia come siamo, possiamo trovare pace solo nella esperienza della verità e dell’amore, dono di un semplice Bambino, nato per noi, il principe della Pace. Non è un ingenuo bambino che anestetizza i nostri problemi o che ci fa evadere, almeno per poche ore, per una notte all’anno, dalla triste monotonia della vita quotidiana.

Il Cristo Signore è Colui che “ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone”, come abbiamo udito dalla lettera di San Paolo a Tito.
Venuto nel mondo, ha liberamente donato se stesso sulla croce per fare di noi una vera famiglia di figli di Dio, liberi dai compromessi col male e desiderosi di buone opere, cioè capaci di una vita donata, a nostra volta, a vantaggio dei nostri fratelli, perché solo così la vita ha un senso pieno e completo.

Davanti al tenero bambino, avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia, gioiscono con Maria e Giuseppe, gli umili pastori, giudicati impuri dalla gente per bene, muti testimoni del mistero.
Intanto gli angeli rendono gloria a Dio e proclamano sulla terra pace agli uomini che egli ama.
Essere amati da Dio è la notizia più bella che ci riempie di gioia e di tanta speranza.
Dio non ci ha abbandonati, è con noi, ci insegue col suo amore, non si stanca di cercarci, perchè ci ama.

Lasciamoci attrarre dal suo amore inestinguibile, che sazia la nostra fame e ci rende capaci, a nostra volta, di bontà e di tenerezza.
Sono questi i doni che Dio ci offre e vuole condividere con noi questa sera; quindi accogliamoli e condividiamoli con i nostri fratelli.

A queste condizioni il Natale sarà un vero e santo Natale!

+ Oscar, vescovo

 

OMELIA DEL PADRE VESCOVO OSCAR NEL GIORNO DI NATALE

“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Questa espressione del Vangelo di Giovanni, appena proclamato, è il cuore e il centro dell’annuncio della parola di Dio in questa celebrazione eucaristica.
Il Verbo del Padre, Colui che è il più intimo a Lui perché figlio, è venuto per regalarci lui, il Padre.
Cristo Signore è dunque l’ interpretazione piena e perfetta del Padre.
Sì, “Dio che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti”, (come è detto nella lettera agli Ebrei), ora ha parlato a noi per mezzo del Figlio”.
Egli, fattosi uno di noi, dentro la nostra umanità, ha ribaltato il nostro modo di pensare Dio e quindi di rapportarci con Lui, ma anche tra di noi. “Un capovolgimento di tutti i valori familiari all’uomo, non solo umani, ma anche divini”, ha scritto un noto autore.
Venuto ad abitare nella condizione umana, il Figlio di Dio ci ha trasmesso, con le sue parole e le sue azioni, non l’immagine di un Dio rivestito di gloria e di potenza, ma di un Dio umile, mite, amante dell’uomo. Un Dio che preferisce servire l’uomo, piuttosto che essere servito.
Venuto tra noi, Egli stesso si è presentato come il più piccolo degli esseri, il più fragile, il più debole, ma anche il più umano tra gli uomini.
Quale meraviglia e stupore per noi, abituati a pensare Dio che domina dall’alto e soggioga l’uomo al suo servizio!
Dio si è fatto uno di noi perché possiamo sperimentare il suo amore, avere confidenza in Lui, e poi perché ciascuno possa sentirsi pensato, amato, cercato da Lui, prezioso al suo cuore di padre.
Tanto diverso dalla logica umana, per cui vorremmo differenziarci dagli altri attraverso il potere, il successo, l’avere, considerate le uniche condizioni indispensabili per una esistenza degna.
Il Signore si presenta a noi in una forma di povertà e debolezza, ci offre il suo amore, perché noi non ci sentiamo obbligati a riamarlo, ma liberamente aderiamo a lui, con tutto il cuore.

Riconoscere il suo amore, però, nello stesso tempo, significa sovvertire il nostro rapporto con gli altri, pensati non più come concorrenti e ostili, non più con la categoria del merito o dell’utile, ma accolti con la stessa relazione che Dio ha stabilito con noi, quindi al ritmo della solidarietà, della vicinanza amica, della tenerezza semplice e umile, nel rispetto totale delle reciproche identità.
La rivalità, la cupidigia di possedere l’altro, non potranno più avere l’ultima parola nei rapporti umani.
Se l’amore eterno ha preso dimora tra gli uomini, costoro dovrebbero essere capaci di amarsi tra loro “come” li ha amati Cristo, immagine di Dio amore. Proprio attraverso la carità, noi cristiani dovremmo contribuire a reincantare il mondo. Chiediamo al bambino di Betlemme questo dono per fare della Chiesa e di ogni famiglia cristiana una comunità attraente, perché solidale e fraterna.

+ Oscar, vescovo