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La Mandragola: da Machiavelli a oggi una storia di furbetti al Teatro San Teodoro

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In pieno Rinascimento Niccolò Machiavelli scrisse una partitura teatrale che poco aveva a che fare con il suo “Principe”: “La Mandragola”. Eppure quest’opera, che molti considerano minore, descrive in maniera tragicomica un paese di furbi che, prese le debite misure con il cambiamento dei costumi, specie quelli erotico-amorosi, è tale e quale a quello in cui viviamo a cinque secoli di distanza. Sul testo di Machiavelli è incardinato lo spettacolo di Jurij Ferrini in scena giovedì 18 dicembre al Teatro San Teodoro di Cantù, ore 21, che vedrà sul palco lo stesso Ferrini e un cast di validi attori del Progetto U.R.T. di Ovada. Il titolo è lo stesso di Machiavelli “La Mandragola”, e, nell’aggiornamento di Ferrini, è stato aggiunto un eloquente sottotitolo ,”Tragicomica storia di un paese di furbi”, per chi non conosce l’opera originale. 

Qualche cenno sulla trama: il regista trasporta la vicenda nella Siena di oggi, con il Monte dei Paschi in bella vista sui pannelli scenografici e sportelli bancomat a sputare quei soldi che serviranno all’ottuso Messer Nicia per pagare il balordo inganno che dovrebbe regalargli l’agognata paternità. Ma sarà davvero così stupido, questo vecchio signore, che vuole un figlio a tutti i costi dalla bella e giovane moglie? Un paio di corna si possono anche sopportare se servono a fare quel che a lui non riesce più.. E anche Callimaco, nonostante l’esuberante giovinezza che forse da sola potrebbe bastare, ricorre a faccenderie e a un prete corrotto, pur di ottenere l’accesso al letto di Madonna Lucrezia. Insomma, che si tratti di un figlio o di un’amante, tutti vogliono possedere qualcosa e usano stratagemmi o denaro per ottenerla. E Ferrini, che imprime all’inossidabile meccanismo comico della commedia ritmi rapidi e incisivi, dipinge una società fondata – allora come oggi – su corruzione e desiderio di possesso.

La Mandragola – Tragicomica storia di un paese di furbi

giovedì 18 dicembre ore 21, biglietti 15 euro, ridotti 13 euro

Teatro San Teodoro via Corbetta 7 Cantù tel.031717573

Al termine dello spettacolo il pubblico è invitato alla degustazione di
infusi e tisane preparati dall’Erboristeria “ERBE BUONE”.

 

Due parole con Jurij Ferrini

mandragola ferrini

Proviamo a fare un salto indietro nel tempo di quasi cinque secoli, ci troviamo nel pieno rinascimento italiano, un’epoca in cui c’era di che esser fieri del nostro sventurato paese; eppure tra le più autorevoli figure artistiche che hanno lasciato il segno con le loro opere nella storia dell’umanità, da Raffaello al Brunelleschi, da Michelangelo a Leonardo da Vinci, ci si ritrova di fronte, dal punto di vista teatrale, al “caso unico” di un’opera straordinaria della drammaturgia di tutti i tempi, Mandragola di Niccolò Machiavelli.  Il mio stupore s’accende davanti al fatto che di un genio come Machiavelli, l’autore de Il principe e delle Istorie fiorentine, uomo politico, grande ed appassionato studioso e scrittore di filosofia, che ha in qualche modo inventato e contestato la “politica moderna” (la diatriba è aperta e non mi sento proprio di chiuderla io), non si abbia notizia di alcuna altra commedia che possa essere a lui attribuita (se si escludono la meno fortunata Clizia, e la riscrittura dell’Andria di Terenzio). Eppure sembrerebbe il contrario, a giudicare dalla perfezione assoluta della partitura teatrale di Madragola: un semplice e geniale meccanismo comico, allegorico, satirico e graffiante!

Mandragola, ispirata da un motivo erotico-cortese, d’ascendenza medievale e di sapore decameroniano – ossia l’innamoramento da lontano per semplice suggestione durante una disputa sul primato di bellezza “tra le donne italiane e quelle franzesi” – non è solo una perfetta macchina comica ma anche una meravigliosa allegoria sulla “corruzione della logica politica”. Allegoria che scambia i vizi della vita pubblica con quelli della vita privata, allargando il suo orizzonte critico anche al clero (l’opera fu infatti messa all’Indice dalla chiesa cattolica per più di 400 anni, fino ai primi anni ’50 del ‘900!) e che in quasi cinque secoli di storia – e qui sta il secondo motivo di stupore nel riprenderla in mano oggi – non solo non ha perso mordente sull’attualità ma, al contrario, è stata in qualche modo una lucidissima premonizione dei nostri tempi, rivelando la nostra stessa identità e le radici profonde di un malcostume – ahimé – tutto italiano. La bellissima lingua musicale, armonica, piena di latinismi e francesismi, con echi dell’accento toscano odierno è assolutamente comprensibile da chi ascolta. E’ invece un testo molto arduo da leggere, molto meglio goderselo a teatro.  E per noi interpreti, diventa ben presto una lingua che possa esser parlata per gioco anche nella vita, una lingua nella quale si riesce perfino ad improvvisare in scena. É stato forse il passaggio più duro di tutto il lavoro: prendere contatto, memorizzare e fare propria questa straordinaria parlata. Però poi accade che non la si scorda più.

 Una storia di corna

MA QUESTA COMMEDIA È ANCORA ATTUALE? 

Per approfondire qualche curiosità sulla nostra messinscena, partiamo dalla “storia di corna” con un dato statistico un po’ inquietante: il 15% della popolazione mondiale non possiede il patrimonio genetico del padre che ritiene tale.  Ossia, circa una persona su sei, è figlia di un tradimento, una corruzione, una slealtà.

Non appena si solleva il velo sottile che Machiavelli pose sulla sua commedia, al fine di non incappare in ulteriori pene (quando la compose era già in esilio per le sue graffianti opere in materia politica e i sarcastici consigli al Principe), si scorge con chiarezza la perfetta metafora della profonda ignoranza di un intero popolo che non vuole vedere la meschina astuzia dei pochi facoltosi oligarchi che lo governano. I potenti all’epoca erano temibili, condannavano a morte, alle pene corporali: se ne aveva paura. Oggi le cose sono molto cambiate, oggettivamente. Ma io vorrei che il pubblico provasse a guardare Madonna Lucrezia come fosse il nostro bellissimo paese: l’Italia e a Callimaco come un appassionato amante che vuole “possederla” con uno strampalato stratagemma, facendosi aiutare da un faccendiere come Ligurio e dal terribile Fra’ Timoteo, sinistra espressione del clero più corrotto. Oggi, più che mai, sono i beni materiali, i soldi, il potere, a darci l’illusione di essere vivi in eterno.  Ecco perché abbiamo espresso per tanti anni un’intera classe dirigente che necessita di potere, danaro e controllo.  La speranza che personalmente vedo in questa commedia, alla fine davvero amara, è la nascita di un bambino. Forse, se tornassimo a pensare a loro, a guardare ancora il mondo con quello sguardo curioso ed innocente, salveremmo almeno la nostra intelligenza e qualcosa di buono potrebbe ancora scaturire, pensando magari a chi verrà dopo di noi – come facevano un tempo gli statisti – e non limitandoci a fottere il più possibile in una sola “legislatura”.

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