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Ebola: Sant’Anna pronto per l’emergenza (GUARDA TUTTE LE FOTO)

Ebola – Ospedale Sant’Anna pronto ad affrontare i casi sospetti di Ebola.  Non solo attraverso l’utilizzo di indumenti protettivi, ma anche grazie ad una serie di disposizioni previste da un protocollo e che prevede tra l’altro la presenza di due posti letto dedicati nel reparto di Malattie Infettive del Presidio. I casi accertati verranno invece inviati all’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento per l’emergenza del virus per la nostra zona.

Oltre alla costituzione di un gruppo di lavoro e queste procedure per l’arrivo in pronto soccorso di casi sospetti, l’azienda ha avviato la formazione del personale. La presentazione delle procedure di sicurezza sono state presentate questa mattina alla stampa.  Il Sant’Anna ha messo in atto così tutte le attività previste dalle indicazioni internazionali, nazionali e regionali in materia per poter assistere eventuali pazienti provenienti dalle zone “a rischio” (Guinea, Sierra Leone, Liberia e Repubblica del Congo), in particolare per i presidi di San Fermo della Battaglia, Cantù e Menaggio dotati di Pronto Soccorso.

 

Questa mattina il primario dell’Unità Operativa di Malattie Infettive Domenico Santoro, coordinatore del team di professionisti che si occupano di Ebola, il direttore sanitario  Giuseppe Brazzoli, il direttore della Farmacia Paola Ardovino e la caposala delle Malattie Infettive Giuseppina Tamburello hanno evidenziato quanto è stato messo a punto negli ultimi due mesi dal gruppo che coinvolge il dipartimento di Emergenza-Urgenza, le direzioni mediche di presidio, il Laboratorio, il Centro Trasfusionale, l’Anatomia Patologica, lo Staff Qualità, la Farmacia, il Servizio di Prevenzione e Protezione e la Direzione Aziendale delle Professioni Sanitarie.

Sono stati infatti individuati i percorsi per la sicurezza dei pazienti e degli operatori per affrontare una situazione possibile seppur altamente improbabile, in quanto le persone che provengono dalle zone “a rischio” passano già attraverso i cordoni sanitari allestiti negli aeroporti.  Il tutto a partire dal Triage del Pronto Soccorso. Agli infermieri è stato fornito un questionario specifico per pazienti che riferiscono un possibile contatto con virus Ebola e provengono dai paesi “a rischio”, per passare all’individuazione di un locale-sala visita all’interno del reparto per il temporaneo isolamento del paziente prima del ricovero in Malattie Infettive. E’ stato inoltre definito un percorso “protetto” per i pazienti provenienti dal Pronto Soccorso del Sant’Anna ma anche da altre strutture di Pronto Soccorso fino al reparto.  Individuati anche due posti letto nel reparto di Malattie Infettive collocati in stanze, predisposte per l’isolamento dei pazienti, definite a “pressione negativa”, di cui è stato dotato il nuovo ospedale, dove i germi possono entrare ma non uscire, e attrezzate con filtri Hepa per bloccare gli agenti infettive.

ll video con l’intervento di Giuseppe Brazzoli, direttore sanitario e Domenico Santoro, primario delle Malattie Infettive:

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In particolare, al Sant’Anna saranno eventualmente ricoverati fino alla fine del periodo d’incubazione pazienti “a basso rischio”, cioè con stato febbrile ma che non hanno avuto nessun contatto con persone infette. Invece, i casi ad “alto rischio”, che hanno sintomi riconducibili all’Ebola e hanno avuto contatti con individui malati, saranno ricoverati negli ospedali Sacco di Milano e Spallanzani di Roma.

“L’Azienda – spiega il dottor Santoro – si è allertata subito dopo l’allarme lanciato dall’Oms l’8 agosto scorso ha attivato tutti i percorsi da attivare nella remota possibilità di dover ricoverare un caso sospetto a tutela della sicurezza dei pazienti e degli operatori, anche se la persona dovesse autopresentarsi in una delle nostre strutture di Pronto Soccorso. Inoltre, abbiamo organizzato numerosi corsi di formazione per 240 nostri operatori sia del Sant’Anna che degli altri presidi e acquisito anche specifici dispositivi di protezione per gli operatori”.

 

L’Ebola

La malattia da virus Ebola, diagnosticata per la prima volta nel 1976, è una febbre emorragica grave e spesso fatale per l’uomo e i primati. L’infezione si trasmette attraverso il contatto con sangue e altri fluidi biologici infetti e, in teoria, anche con il trapianto di organi. La trasmissione per via sessuale può verificarsi fino a 7 settimane dopo la guarigione: infatti la permanenza del virus nello sperma è particolarmente prolungata. Il contagio è più frequente tra familiari e conviventi, per l’elevata probabilità di contatti. Tuttavia avviene anche per contatto con oggetti contaminati. In Africa, dove si sono verificate le epidemie più gravi, le cerimonie di sepoltura e il diretto contatto con il cadavere dei defunti hanno probabilmente avuto un ruolo non trascurabile nella diffusione della malattia. L’infezione ha un esordio improvviso e un decorso acuto. L’incubazione può andare dai 2 ai 21 giorni (in media una settimana), a cui fanno seguito manifestazioni cliniche come febbre, astenia profonda, cefalea, artralgie e mialgie, iniezione congiuntivale, faringite, vomito e diarrea, a volte esantema maculo-papuloso. I fenomeni emorragici, sia cutanei che viscerali, compaiono in genere al sesto-settimo giorno e sono fatali nel 60-70% dei casi. Si tratta di sanguinamenti a carico del tratto gastrointestinale (ematemesi e melena) e dei polmoni. Si accompagnano a petecchie, epistassi, ematuria, emorragie sottocongiuntivali e gengivali, meno-metrorragie.

“La diagnosi – spiega il dottor Santoro – è difficile nei primissimi giorni, poiché la malattia no ha sintomi specifici. Dunque, oltre ai sintomi, vanno considerati altri fattori: il contesto in cui si verifica il caso, cioè l’area geografica di insorgenza o di contagio, e il carattere epidemico della malattia. Si deve poi eseguire uno specifico test del sangue, da inviare agli ospedali specializzati di riferimento quali il Sacco di Milano e lo Spallanzani di Roma, e mantenere il paziente in isolamento”.