Quantcast

giovedì, 27 gennaio 2022 - Aggiornato alle 23:02

Sant’Abbondio, Coletti:”Dove stiamo andando, comaschi?”

Sant’Abbondio, Coletti – Una riflessione a tutto tondo sul futuro di Como e della societa’. Emblematico il titolo del discorso alla citta’ che oggi il vescovo, Diego Coletti, ha pronunciato a Sant’Abbondio in occasione del patrono di Como. Riflessioni e pensieri che CiaoComo vi propone nella sua versione integrale del discorso.

ECCOLO NEL DETTAGLIO GRAZIE ALL’UFFICIO STAMPA DELLA DIOCESI

 

Como, 31 Agosto 2014
Solennità di sant’Abbondio
Patrono della città e della diocesi

Cari fratelli e sorelle nella fede,
Cari amici e amiche, persone di buona volontà,

ancora una volta mi rivolgo a voi attraverso il consueto messaggio di sant’Abbondio, che spero possa suscitare interesse e suggerire qualche buon pensiero per la nostra comunità ecclesiale e per la più ampia comunità civile.

Non sono uno specialista, ma credo di non potermi sottrarre al compito di pensare, insieme a voi, a quello che mi pare d’intravedere nel nostro futuro e in quello dei nostri figli.

La luce che traggo dai valori tipici della fede cristiana non m’impedisce di condividere con tutti timori e speranze; al contrario stimola in modo decisivo la mia ragione umana a offrire a voi – chiunque voi siate e comunque la pensiate – preoccupazioni e propositi per la difesa dei valori fondamentali della vita umana e per lo sviluppo di un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto dai nostri padri.

UNA PREMESSASant'Abondio coletti

Nessuna persona seria presume di avere in mano la sfera di cristallo nella quale vedere il futuro come nell’anteprima di un film. Nessuno si aspetti, dalle considerazioni che seguono, una specie di oracolo che anticipi gli eventi e sveli i misteri di ciò che ci attende nei prossimi decenni…
Eppure un certo Gesù, profeta disprezzato dai suoi paesani e condannato a morte dalla suprema autorità religiosa del suo tempo, con esecuzione della sentenza a cura delle truppe d’occupazione di un lontano impero, ha invitato le folle (non quindi qualche isolato e superesperto specialista in futurologia) a usare la testa per capire dove sta andando l’umanità…
Si tratta di una citazione del Vangelo che già lo scorso anno avevo proposto all’attenzione dei cristiani e di tutte le persone – credenti o non credenti – che avessero a cuore non solo la miope prospettiva dei propri personali interessi, ma il buon cammino di tutti, cioè il cosidetto bene comune:
Diceva ancora alle folle “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia. E così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”
(Vangelo di Luca 12,54-56)
A questa aggiungo un’altra citazione che traggo dal Vangelo di Giovanni. Gesù, durante una festa, sta sostenendo un serrato e vivace confronto con alcuni giudei a Gerusalemme, e termina il discorso con un accorato invito:
“Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!”
(Vangelo di Giovanni 7,24)
Quante volte dobbiamo riconoscere la nostra pigrizia mentale! Esercitiamo il nostro spirito critico solo su pochi argomenti che ci stanno a cuore; per il resto – anche a proposito d’importanti questioni politiche e civili – quello che ci persuade è l’apparenza, la battuta a effetto, il tenace pregiudizio, lo spettacolo seducente …
Cercherò, dunque, in obbedienza al Vangelo, di applicare un poco d’intelligenza alla considerazione dei segni dai quali possiamo cavare qualche prudente previsione sul futuro. Il “giudizio” sul nostro tempo non avrà come fine una condanna o un’assoluzione, ma la voglia di capire cosa sta succedendo e come possiamo contribuire a contrastare le malattie e a consolidare gli aspetti sani e positivi del mondo in cui viviamo.
Mi farò aiutare anche da chi ha pensato e riflettuto, prima di me, con gli strumenti raffinati dell’analisi sociale.
Vorrei, però, che quanto segue non venisse considerato come un frutto maturo, ma piuttosto come una serie di provocazioni iniziali, che affido all’intelligenza e alla sensibilità di tutti. Sarebbe bello che queste pagine servissero a innescare una specie di reazione a catena, a vari livelli, una discussione e uno scambio di opinioni in famiglia, in gruppi, in circoli di amici e di persone che hanno il gusto di interrogarsi e di pensare con la propria testa. Anche oltre o contro quanto affermo in questo messaggio.
Qualche aiuto a orientare il futuro verso direzioni positive e cariche di speranza potrà venire, infatti, solo dalla condivisione di tanti pensieri e dallo sforzo, comune e condiviso, di immaginare e costruire insieme un mondo più felice per i nostri figli.

Mi sembra opportuno segnalare anche un atteggiamento che deve stare alla base della nostra riflessione sul futuro. Si tratta di evitare il falso dilemma tra ottimismo e pessimismo. L’ottimista è spesso ingenuo e si espone ad amare disillusioni. Il pessimista è triste e rassegnato, se non addirittura depresso, e cede facilmente alla tentazione di abbandonare la lotta e di arrendersi al peggio. Un papà, o un allenatore, o un… parroco, che si accontentasse di proporre l’uno o l’altro di questi due modi di affrontare la realtà, non aiuterebbe molto a coglierne gli aspetti negativi e problematici, e insieme a scoprire le possibilità positive e le risorse da impiegare, per costruire un futuro migliore.

L’atteggiamento giusto mi sembra invece quello suggerito da una fiducia misurata e condizionata.
Con queste parole intendo dire che uno sguardo tutto sommato fiducioso sul futuro può offrire il massimo di garanzie per un impegno generoso e fecondo; ma la fiducia, per essere seria, deve sapersi confrontare con le condizioni fondamentali che la sostengono; cioè con i presupposti e requisiti necessari a garantire che le promesse che facciamo a noi stessi e al mondo saranno mantenute.
Come a dire: una fiducia che non si preoccupa di verificare per quanto possibile le condizioni, scade nell’ingenuo ottimismo. Mentre il triste e pedante pessimista, anche quando non finisse mai di ricercare condizioni e garanzie, non le considererà sufficienti a sostenere un’affidabile speranza nel futuro.

UN POCO DI FANTASIA PER UN PRIMO ORIENTAMENTOsant'abbondio coletti
Da qualche tempo, mi torna in mente un’immagine, quasi una parabola, che qualcuno forse mi avrà già sentito raccontare.
Mi pare che riesca a esprimere la condizione nella quale stiamo vivendo e le gravi responsabilità che pesano sulle nostre spalle.

La condizione nella quale viviamo il nostro tempo è simile a quella dell’equipaggio di una nave che sta seguendo la corrente di un grande fiume il cui corso è ignoto. La piccola nave trasporta un grande tesoro, d’inestimabile valore, che può garantire un futuro prospero e sano all’umanità. L’equipaggio non è padrone ma solo trasportatore del tesoro che gli è stato affidato; eppure ha la responsabilità del recapito, deve curare il buon fine del viaggio!
I più attenti tra i membri dell’equipaggio cominciano a sentire un lontano rumore che si va facendo sempre più forte. Non ci sono dubbi: si tratta dell’avvicinarsi di pericolose rapide e forse perfino di una cascata. Che fare? Non allarmare nessuno? Non turbare la calma degli altri navigatori? Sperare che la navigazione possa superare senza danni il difficile passaggio? Intanto la corrente e la spinta dei motori continuano a portare la nave verso quella che si rivela ormai chiaramente come una grande cascata. Fino a un certo punto è ancora possibile correggere la rotta e tornare indietro, o almeno accostare alla riva, ed esaminare la situazione. Dopo quel punto, la manovra diventerà impossibile! E il viaggio del tesoro finirà in un completo disastro.
“Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!” Così Gesù terminava spesso le sue parabole. Mi pare che non ci voglia molta fantasia per cogliere il nesso tra questa parabola e la riflessione che desidero condividere con voi. Voglio, però, evitare che questa parabola introduttiva possa gettare una luce pessimista o perfino “catastrofista” sulle pagine che seguono; così azzardo una seconda parabola.

La condizione nella quale viviamo il nostro tempo è simile al cammino di un gruppo di persone in una zona sconosciuta di montagna. Il sentiero è tracciato in modo molto sommario e c’è il rischio di perdersi in mezzo a boschi fitti e impervi e a dirupi pericolosi. Per di più una densa nebbia avvolge la compagnia. Si diffonde la tentazione di tornare indietro (penso ai tradizionalisti: “abbiamo sempre fatto così!”). Altri invece vorrebbero continuare di corsa e alla cieca, per non sembrare paurosi o rinunciatari (penso ai progressisti a tutti i costi: “avanti a testa bassa, purché si proceda!”). Altri ancora cedono alla stanchezza; si siedono ai bordi del sentiero e si aspettano che qualcun altro prenda una decisione, riservandosi il diritto di protestare e di criticare (penso a quelli che potrei definire qualunquisti: “se le cose non vanno, non è colpa mia e non voglio responsabilità”). Poi si fa avanti uno del gruppo, che possiede una bussola e un altimetro, e ha fatto da piccolo lo scout, conoscendo i messaggi e le indicazioni che si possono ottenere per orientare il cammino, raccogliendole dalle piante, dai sassi, dal rumore dei ruscelli e dal richiamo degli animali selvatici. Costui si mette in testa al gruppo, chiede a tutti una partecipazione attiva all’ascolto della natura e alla comprensione dei segnali e … dopo qualche centinaio di metri nella nebbia, fa sbucare la compagnia in un punto di osservazione alto e limpido, dal quale è possibile a tutti vedere il cammino e riprenderlo con fiducia e con slancio.
Ancora una volta: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!”. Credo che non ci sia bisogno di commentare.
POSSIAMO ESSERE CONTENTI DI VIVERE OGGI E QUI
Guardare con preoccupazione alcune caratteristiche, a dir poco problematiche, dell’ambiente umano nel quale respiriamo non significa dimenticare gli aspetti positivi che l’evoluzione e il progresso materiale mettono a nostra disposizione ogni giorno.
Se consideriamo, senza pregiudizi, il passato recente, anche solo del nostro paese, troviamo molti motivi per essere contenti di vivere oggi; nonostante il permanere di crisi e difficoltà, di contraddizioni e di fatiche, dobbiamo riconoscere che sotto molti aspetti la nostra condizione di vita è dotata di grandi risorse e si è sviluppata positivamente sotto molti aspetti non secondari. Mi accontento di alcuni esempi e li scelgo tra quelli più importanti per descrivere la crescita di risorse e di occasioni che sono oggi offerte a noi e ai nostri figli.
Pensiamo alla ricchezza straordinaria d’informazioni e di stimoli che sono a nostra disposizione attraverso la “rete” mondiale dei nostri computer e dei mezzi di comunicazione di massa. Non dobbiamo sottovalutare l’effetto di apertura mentale alle dimensioni del mondo che attraverso questa finestra possiamo coltivare. Ci sentiamo sempre più partecipi di quanto succede sul pianeta e possiamo usare quest’abbondanza di sguardi per superare confini rigidi, egoismi, visioni miopi e parziali, che rendono meschino e confuso l’orizzonte del nostro sguardo sulla realtà.
Pensiamo al progresso che si è registrato, da un secolo a questa parte, a proposito d’istruzione, di diffusione della scuola e della cultura popolare. Pensiamo all’odierna cura della sanità, alla diffusa prevenzione da tante malattie, al benessere che – nonostante il permanere di diseguaglianze e di sacche di emarginazione – ha raggiunto vasti strati della popolazione.
Pensiamo alle molteplici “comodità” che il progresso ha messo a nostra disposizione. Pensiamo ai mezzi di trasporto sempre più veloci e sicuri, agli strumenti tecnologici che ci aiutano in mille circostanze di vita.
Corriamo il pericolo di dimenticarci di tutto questo, dando per ovvio e scontato quanto dovremmo invece riconoscere con gratitudine e con sempre rinnovato stupore! Abbiamo tanti motivi di lamentarci e di notare le cose che non vanno bene. E dobbiamo farlo! Ma non possiamo dimenticare gli aspetti positivi e le grandi opportunità che ci offre la condizione odierna di vita. Uno sguardo al passato, e uno sguardo anche al presente rivolto a popoli che non dispongono dei beni di cui sopra, possono confermare questa considerazione positiva sulla nostra condizione di vita.
Si potrebbe continuare su questo tono. Se non mi fermo più a lungo su questi esempi non è perché voglia sottovalutarli, ma perché penso che sia utile, anzi urgente, concentrare l’attenzione, anche sui problemi e sui rischi d’involuzione, su vere e proprie malattie, che oggi minacciano l’umanità in tutto il pianeta, e si rivelano pericolose soprattutto in quelle società che si conviene di chiamare “avanzate” o “sviluppate”, come la nostra.
UN TENTATIVO DI DIAGNOSI SU MALATTIE PRESENTI E FUTUREsant'abbondio coletti

Se ci accorgiamo per tempo di qualche virus che sta iniziando a diffondersi nella nostra cultura, come i marinai della nave nella prima parabola, possiamo anche trovare strategie efficaci di cura e di prevenzione e applicarle al corpo della società in cui viviamo.
Non voglio essere pessimista come il sociologo Ferrarotti, che ho già citato l’anno scorso e citerò ancora ampiamente, il quale afferma: “… il grido di allarme non si fa illusioni. Non sarà ascoltato. Quest’epoca avrà il malessere del benessere che si merita” .
Io credo invece che da parte di molti l’ascolto di questo segnale di allarme, se condiviso, può aiutare a porre qualche rimedio, a individuare percorsi di terapia, a risolvere la situazione della prima e della seconda parabola di cui sopra: risalire la corrente e uscire dalla nebbia.
A questo scopo cerco di mettere insieme alcune riflessioni sulle quali mi auguro che si apra un dibattito, si favorisca una presa di coscienza, e si provi a immaginare e costruire un futuro sempre più degno del valore e della bellezza della vita umana.
Mi limito a tre tentativi di diagnosi, due “laici” e uno “ecclesiale”. Forse sono qualcosa di più che semplici esempi; costituiscono le radici profonde e i nodi centrali dei pericoli che oggi si affacciano al nostro futuro. Corriamo sempre il rischio di una lettura superficiale e periferica del mondo umano in cui viviamo. Ne consegue una scarsa capacità d’individuare l’origine vera dei mali e delle difficoltà che ci affliggono, e un’ancora più scarsa capacità di porvi rimedio.

I. DOVE STA ANDANDO IL NOSTRO MODO DI “PENSARE”?

Il conflitto tra parola e immagine
Basta incontrare qualche insegnante, di qualsiasi materia, della scuola primaria o dei primi anni della secondaria di primo ciclo (sono i nuovi nomi con i quali s’indicano elementari e medie) per avere conferma di una diffusa impressione di cambiamento radicale e diffuso, da parte degli alunni, nel modo di articolare il pensiero e di utilizzare l’intelligenza. Un educatore salesiano, da anni impegnato in una comunità di preadolescenti, alla mia domanda su quali cambiamenti avesse potuto costatare nella vita di questi ragazzi e ragazze, non ebbe bisogno di riflettere un istante, ma subito rispose dicendo: “Sono sempre meno capaci di raccontare! Sempre meno capaci di utilizzare parole per dare voce ai loro sentimenti e al loro vissuto!” Devo riconoscere che al momento non capii e restai perplesso. Finché non trovai abbondante e sorprendente conferma nelle conclusioni di alcuni pedagogisti e psicologi (perfino di qualche filosofo ), che parlano senza ritegno di una nuova generazione di “analfabeti affettivi”; di esseri umani, cioè, che non riescono a dare voce al proprio vissuto, e così non lo “comprendono” essi stessi e non riescono a comunicarlo agli altri! Quanti sono gli adolescenti che, dovendo “dire” il loro affetto o descrivere il loro innamoramento per un’altra persona, sono in grado oggi di scrivere una vera e propria lettera d’amore, senza rassegnarsi al “tvb” dentro un breve sms o un twitter?
Il fenomeno dipende da un cambiamento abbastanza profondo nel modo stesso di esercitare la funzione del pensiero. Gli esperti concordano nel rilevare una crescente incapacità di seguire un ragionamento appena un tantino complesso, dove ci sono frasi principali e subordinate collegate da congiunzioni del tipo “dunque, perciò, nonostante, di conseguenza, tuttavia, …”.
In termini tecnici si dice che la paratassi (cioè l’accumulo di affermazioni legate tra loro solo da una “e”) trionfa in modo unilaterale sull’ipotassi (cioè su un discorso/ragionamento nel quale si distinguono affermazioni principali, premesse e conseguenze). In termini più semplici: si accumulano dati e singole conoscenze, e non si ragiona più. Come afferma Ferrarotti: si sa tutto e non si capisce niente. Siamo informatissimi, e idioti .
Non sta forse succedendo che, mentre si cerca di rendere i nostri computers e i vari cervelli elettronici sempre più sofisticati e simili al cervello umano, non ci si accorge che il loro uso indiscriminato e massiccio rende sempre più simile il nostro cervello al loro? Anche noi accumuliamo dati sempre più abbondanti, e siamo sempre meno stimolati a elaborarli in modo autonomo e creativo. Eppure quest’ultima funzione è quella tipica del pensiero umano! Sappiamo tantissime cose, possiamo comunicare tutto a tutti in tempo reale, da una parte all’altra del mondo, e … non abbiamo più nulla di veramente nostro e di significativo da comunicare! Non esiste più un pensiero non strumentalizzato e finalizzato, un pensiero contemplativo, assorto e meditante . Chi è capace oggi di silenzio, di concentrazione, di attenzione appassionata e prolungata? Chi, quantomeno, lo desidera e lo ritiene un valore fondamentale per la qualità umana della vita?
Gli esperti dicono che la radice di questi problemi, e di altri simili a essi collegati, va cercata anche nel prevalere dell’immagine sulla parola. Il libro e la sua lettura diventano sempre più esperienze marginali. Trionfano invece il video e l’apprendimento per immagini. Non dobbiamo accusare il linguaggio per immagini di colpe che non ha. Sarebbe come dire che il vino è una cosa malvagia. Ogni unilaterale atteggiamento proibizionista è destinato a fallire. Il problema non è la televisione, il video gioco o il supercellulare, bensì il loro uso: quanto e come. Il vino, dice la sacra Scrittura, allieta il cuore dell’uomo! Quindi è buona cosa. Ma un litro a pasto, e a ogni pasto, porta alla rovina. In un’affollata assemblea di preadolescenti, al mio invito: “Alzino la mano quanti di voi, nella scorsa settimana, hanno passato più di tre ore al giorno davanti a uno schermo (tv, videogioco, internet, cellulare …)”, hanno alzato la mano tutti tranne quattro. E confesso, nella mia cattiveria, di aver sospettato che questi quattro fossero sordi o si fossero distratti.
Della crisi della parola s’è occupata anche Maria Zambrano: “Sovrabbonda la letteratura sulla crisi attuale che soffre la cultura dell’occidente … Il fenomeno più rilevante è quello della sorte della parola. Questa decadenza della parola investe la produzione letteraria di tutti i generi. Dal periodico, al settimanale illustrato, alla redazione di un semplice annuncio, la parola soffre un castigo che a volte lascia presagire una sorta di accanimento; si direbbe che non è soltanto l’ignoranza del linguaggio che s’intende usare, ma quasi un’ostilità verso la parola appropriata.”
La decadenza della parola si accompagna anche, nella vita quotidiana di tutti noi, alla totale mancanza di vero silenzio: “non appena la parola perde il suo momento costituivo che è il silenzio, nasce la chiacchiera; non appena il silenzio non conserva in sé la forza della parola, si trasforma in mutismo” . Che cosa succede quando intorno a noi si crea un clima di silenzio? Non è forse vero che avvertiamo qualcosa di simile a una crisi d’astinenza come quella tipica della tossicodipendenza? La radio o la tv sempre accesa, gli auricolari del registratore ben piantati nelle orecchie, gli occhi occupati dal videogioco di turno, la testa piena d’immagini e di stimoli di ogni genere che affollano lo spirito … Che fine fa l’ascolto vero della parola significativa, dal contenuto “pesante”, che richiede il necessario contorno di silenzio, di riflessione, di assimilazione …
Voglio ricordare, a questo proposito, la testimonianza di quel grande educatore che fu don Lorenzo Milani, nella sua scuola di Barbiana. Insegnava ai suoi ragazzi che solo la conoscenza di un adeguato numero di parole e del loro significato poteva strapparli dalla condizione d’inferiorità e di dipendenza alla quale sarebbero stati altrimenti condannati. Com’è triste avvertire la resistenza di tanti, anche adulti, alla fatica di capire e imparare qualche parola nuova! Se si esce da quelle poche decine di parole che già sanno, si è subito sospettati di complicare inutilmente le cose semplici e di fare inutile sfoggio di cultura. E in questo modo si resta nella beata ignoranza. Che poi così beata non è!
In modo drastico e forse troppo allarmato, Ferrarotti afferma che “Oggi la realtà virtuale, la dipendenza da certi programmi, l’autoreferenzialità, la solitudine del teleutente e la conseguente fine della conversazione completano il disastro pedagogico-formativo. Forse è più tardi di quanto si teme. È possibile che il post-umano sia già cominciato” .
Vorrei invitare a una riflessione critica, per esempio, sul modo con cui oggi si svolgono il dibattito e il confronto culturale e politico. Non si ha l’impressione che l’immagine (il gesto, il volto, la battuta felice, il paragone azzeccato…) abbia sempre il sopravvento sul ragionamento, sul discorso articolato e persuasivo? Tutto si riduce a competizione e prontezza di reazione, come in una partita di calcio. E la chiamano ancora (ma per quanto tempo?) democrazia!
Il prevalere unilaterale dell’immagine tende a schiacciare tutto sul presente. Non serve più la memoria umana, sostituita egregiamente e surclassata dai Data Base e da Internet. Non serve più la speranza, perché ciò che conta è l’attimo fuggente e il suo godimento. Così si dimentica che senza l’analisi critica del passato non si può comprendere il presente e tanto meno progettare il futuro.
Quando e da chi i nostri figli sono aiutati e spinti a documentarsi, sì, ma soprattutto a fare domande, a raccogliersi per pensare in silenzio, a ragionare con la propria testa, a cercare il nesso tra cause ed effetti, a costruirsi opinioni che possano essere difese in un dialogo e confronto tra persone umane normali? Quali esempi traggono da certi dibattiti televisivi? Forse è meglio chiamarli proprio così: dibattiti, non dialoghi. Con allusione alle battute e alla voglia di battere l’avversario, più che di ragionare.
Quando e da chi i nostri figli ricevono il caldo e persuasivo invito a dedicare alla parola, alla lettura di un buon libro e alla conversazione sapiente, almeno il doppio del tempo che dedicano alla solitaria ed eccitante fruizione dell’immagine? Le grandi agenzie educative (chiamiamole così!), come la famiglia anzitutto, la chiesa e la scuola fino all’università, i centri culturali, politici e sindacali … si trovano in una situazione diffusa di crisi, come impotenti e demotivate. La formazione dei giovani, nella loro capacità di affrontare il futuro come veri esseri umani, è in larga misura abbandonata nelle mani, eticamente irresponsabili, dei mezzi di comunicazione di massa . Di qui non deriva che tali mezzi siano in se stessi malvagi e pericolosi. Ancora una volta: il problema è il nostro modo di usarli e d’inserirli, o no, in un rapporto intelligente e corretto tra mente umana e ricerca della verità.
Dobbiamo opporci con determinazione al passaggio unilaterale dall’Homo Sapiens all’Homo Videns o all’Homo Sentiens, vere e proprie fasi di degrado della specie umana.


vescovo colettiII. COME CAMBIA LA QUALITÀ DELLE NOSTRE RELAZIONI INTERPERSONALI E LA NOSTRA RESPONSABILITÀ NEI CONFRONTI DELL’EQUILIBRIO AMBIENTALE?

• La solitudine
• la superficialità
• il consumismo esasperato
I tre aspetti dell’evoluzione prevedibile per il nostro futuro che ora descriverò, dipendono, in qualche misura, dal nuovo modo di pensare che abbiamo appena finito di esporre.
In primo luogo la solitudine. Viviamo in un mondo, dove siamo sempre meno “prossimi”, sempre più distanti ed estranei gli uni agli altri , soprattutto nelle grandi città, nelle quali si concentra oggi più della metà della popolazione mondiale; e questo non è mai successo nella storia dell’umanità! Ciò significa che le relazioni che intratteniamo, anche quelle più intime e importanti, come, per esempio, all’interno della famiglia, se non sono curate con vigile attenzione alla profondità e ricchezza di contenuti, diventano puramente strumentali e “aziendali”: patti chiari di reciproca convenienza, scambio di beni e servizi, in assenza quasi totale d’incontro e di comunicazione reale tra persone!
Nel clima di solitudine, poi, ogni relazione tende a diventare superficiale e strumentale. Si può facilmente prevedere la fine che sta facendo uno degli elementi più importanti della relazione tra le persone, cioè l’affettività e la sua traduzione nella sessualità: diventa sempre più povera di contenuto umano, sempre più vissuta per l’immediato piacere della sua fruizione, e cercata per un semplice sfogo degli istinti che, come tale, non è mai sazio e sempre in ricerca di qualcosa di più eccitante e trasgressivo.
Infine, pare che uno scopo importante della vita sia avere il massimo possibile di occasioni per consumare qualcosa. Siamo in un mondo che è sempre meno lasciato all’evoluzione spontanea delle sue forze, e sempre più condizionato dal modo, spesso folle e irresponsabile, con cui l’umanità ci vive, lo “consuma” e ne fa uso. Tanto che qualcuno ha potuto formulare l’ipotesi, per il futuro che stiamo costruendo, di una sesta estinzione di massa. Le prime cinque – ormai ampiamente studiate – sono state provocate da eventi naturali, catastrofici o lentamente evolutivi. La sesta, afferma qualcuno, sarà tutta e solo “colpa” del comportamento degli umani , e della loro esagerata aggressività, in tutte le sue forme, nei confronti della natura. Mi pare che sia stato dimostrato che, se ogni essere umano pretendesse di avere la stessa quantità di “energie” da consumare che è a disposizione di una persona della classe media degli Stati Uniti, ci vorrebbero cinque pianeti come il nostro per soddisfare questa richiesta!
Una bella prospettiva per il futuro delle prossime generazioni! Che cosa potremmo rispondere, se qualcuno, per esempio nel non lontano anno 2114 dopo Cristo, dovesse domandare: “Dove diavolo erano i nostri avi nel 2014, quando avrebbero potuto … se avessero capito … se avessero voluto …”?
III. A CHE PUNTO È LA QUALITÀ E LA PROFONDITÀ DELLA NOSTRA FEDE? QUALE COERENTE TESTIMONIANZA CRISTIANA NE CONSEGUE?
• Il nuovo e urgente compito dei credenti, nell’oggi di Dio
Ho esaurito i primi due tentativi di diagnosi (con qualche spunto di prognosi e di terapia) che ho chiamato “laici”, perché ho cercato di formularli in termini razionali, senza nascondere però che essi sono confortati e orientati in me anche dallo sfondo della mia fede cristiana. Mi pare che qualcosa di questo genere sia affermato nel Concilio Vaticano I, il quale ha messo in luce il fatto che la fede non è in contrasto con ciò che il lume naturale della ragione può conseguire dall’osservazione della realtà. La fede non si sottrae alle esigenze della ragione, ma permette a quest’ultima di procedere, più facilmente, con assoluta certezza e senza errore , in tante verità che per se stesse non sono impervie alla ragione umana, sono cioè alla sua portata.
Ora mi accingo a formulare una terza diagnosi, che ho chiamato “ecclesiale”, perché si rivolge direttamente alla situazione e alla responsabilità dei cristiani. Essi non possono evitare il confronto con quanto abbiamo descritto fin qui. Ma vale anche il contrario: per chi non condivide la fede, penso sia inevitabile e utile conoscere il cristianesimo e i cristiani, in teoria e in pratica, oltre le frasi fatte, le idee preconcette e gli stereotipi carichi di pregiudizi spesso confermati, purtroppo, dalla poca coerenza dei credenti. Penso che almeno possa incuriosire coloro che, evitando steccati laicisti e oscurantismi da secolo dei lumi (!), si aprono con interesse e simpatia a tutto ciò che può servire a costruire un futuro migliore per tutti.
Ebbene: qual è, per così dire, lo stato di salute della fede e della testimonianza cristiana che possiamo registrare nelle nostre comunità? Cercando di rispondere a questa domanda, non vorrei sembrare pessimista. Devo però dire con chiarezza che sono seriamente preoccupato. Mentre non cesso di ringraziare il Signore per la ricchezza spirituale e la vivacità di tante comunità cristiane, non posso non costatare una crescente superficialità nell’annuncio e nel vissuto della fede. In molti casi essa mi appare
• generica nei contenuti ideali: si crede in un vago Dio, che non si riesce a chiamare per nome; non se ne conoscono il volto, le intenzioni e i desideri, se non per un timoroso rispetto di alcuni suoi comandamenti, ai quali si obbedisce come schiavi, più per interesse e per paura che per convinzione o, come dovrebbe essere per dei figli, per riconoscenza. Mi piacerebbe capire quale importanza i fedeli attribuiscono alla Trinità e alla Incarnazione, che pure sono i due misteri principali della fede, come diceva anche il catechismo di Pio X. Che cosa cambierebbe nella loro vita e nella loro visione del mondo se queste due verità venissero abolite dall’orizzonte della fede? Qualcuno se ne accorgerebbe, al di là di qualche cambiamento nelle formule della preghiera orale?
• superficiale nella prassi vissuta: si mantengono belle abitudini e venerande tradizioni, ancora largamente condivise da molti. Ma lo si fa più per un generico senso di fedeltà al passato che per una convinzione personalmente condivisa. Manca, in larga misura, una capacità di vivere i contenuti reali e autentici di ciò che si celebra o si festeggia: a partire dal centro della vita cristiana, dal suo culmine e dalla sua fonte, che dovrebbe essere la santa Liturgia e soprattutto l’Eucaristia. La Messa è ridotta spesso, nella mente di chi vi partecipa, a un rito un po’ noioso e ripetitivo, una specie di tassa settimanale da pagare al buon Dio, sperando che sia celebrata nell’ora più comoda, nel posto più vicino e soprattutto nel più breve dei modi. E poi ci meravigliamo che i nostri figli adolescenti e giovani non abbiano più voglia di andarci!
Come si può sperare nel futuro di questo modo di credere in un mondo nel quale il vento della secolarizzazione e la travolgente corrente della multireligiosità tendono ad appiattire ogni identità di fede e di appartenenza, riducendola a un basso profilo, nel quale la tolleranza – che per sé è un valore – è sostenuta dall’indifferenza, che per sé è una negativa rassegnazione? In questo modo si spegne ogni slancio di evangelizzazione e ogni generosità missionaria: ciascuno preghi il suo dio, se ne ha uno, tanto sono tutti eguali; e anche quando gli déi non ci sono, tutto resta uguale nella vita!
La situazione a dir poco drammatica di alcune diocesi del nord dell’Europa, nelle quali, per esempio, si è cominciato a vendere le Chiese e le strutture parrocchiali ormai “in disuso”, non potrebbe aiutarci e riflettere sul futuro delle nostre comunità? Com’è possibile che Chiese così vivaci e generose, come alcune di quelle di Francia, Belgio e Olanda, o del lontano Canada francofono, si siano ridotte al lumicino? Non vogliamo giudicare in modo semplicistico dei fenomeni complessi e diversi tra loro, ma … il rumore della vicina cascata e l’infittirsi della nebbia (ricordi ancora le due parabole?) ci dovrebbero aiutare a riflettere!
Dal futuro di una fede cristiana autentica, centrata sul volto di Gesù e sul suo Vangelo , e continuamente verificata dalla relazione viva, personale e comunitaria, con l’unico Maestro, il Cristo , dipendono tante cose importanti del futuro dell’umanità.
Senza alcuna presunzione (perché questa ricchezza non viene da noi; il tesoro lo portiamo nei vasi fragili della nostra condizione di peccatori …), dobbiamo riconoscere che i cristiani sono umili portatori di una ricchezza che è di tutti, di una gioia del Vangelo che è destinata ad ogni cuore umano.
Mi esprimo anzitutto con un esempio “in negativo”:
fino a quando durerà la certezza della dignità inviolabile e personale di ogni singolo e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, se la radice di queste convinzioni è fondata sull’identità e sull’intenzione creatrice del Dio di Gesù Cristo, la cui memoria va scomparendo nella cultura contemporanea? L’anticristianesimo del nazismo e del marxismo ha anticipato il fenomeno. Il nichilismo contemporaneo lo ripresenta.
Cerco di esprimere la stessa convinzione dell’importanza della visione cristiana dell’uomo e del mondo per il nostro futuro elencando alcuni esempi “in positivo”:
1. Pensiamo all’importanza della Parola nella fede cristiana: il valore delle immagini non ne viene sminuito (sia nell’Oriente con le sue icone, sia nell’Occidente con il fiorire dell’arte sacra), ma viene sempre collocato sullo sfondo dell’ascolto di una parola dalla quale l’immagine trae senso. In forza di questa parola, custodita nel cuore, si esprime lo splendore della bellezza come veicolo della verità. Evoco solo un esempio: davanti al Beato Angelico e a una delle sue stupende icone dell’Annunciazione dell’Arcangelo alla Vergine, il ricordo delle parole del testo del vangelo di Luca disturba la contemplazione della bellezza, oppure la esalta arricchendola di contenuti e di significato?
2. Pensiamo all’insistenza sul tema della memoria, (anche al centro dell’Eucaristia: “fate questo in memoria di me”) che è madre della virtù della speranza, ed essendo efficace ripresentazione reale del mistero, impedisce al rito di ricadere nella banalità di un vago ricordo o rimpianto. La salvezza cristiana s’iscrive in una storia, ricca di memoria delle grandi gesta di Dio, culminate nella croce vittoriosa del Suo Cristo, viva e reale nel presente, e aperta a un futuro di consolazione e di pienezza di vita.
3. Pensiamo all’importanza che il cristiano attribuisce alla qualità delle relazioni tra le persone, fondate sulla stessa verità trinitaria di Dio, realizzate – seppure sempre in modo parziale per la nostra fragilità e il nostro peccato – nella comunità fraterna della Chiesa. Pensiamo all’insistenza cristiana sull’affermazione di un vero amore, capace di spingersi fino all’assoluto della fedeltà e della castità, pur riconoscendo la propria fragilità e affidandosi al dono della grazia divina.
4. Pensiamo al valore che ha (o dovrebbe avere!) per i cristiani il rispetto contemplativo del creato, la sensibilità ecologica e la difesa e promozione dei suoi delicati equilibri, per garantire un ambiente sano e bello al futuro delle nuove generazioni degli abitatori del pianeta.

Come si vede abbiamo potuto ripercorrere alcuni dei temi che avevamo elencati come preoccupanti per il nostro futuro, ritrovando nella verità della fede cristiana e nella gioia del Vangelo elementi preziosi per far evolvere positivamente la vita umana, per aprire un futuro di speranza.
Per questo motivo credo che la comunità cristiana, senz’alcuna presunzione, possa e debba mettersi al servizio dell’umanità, condividendo la ricchezza e la fecondità della sua fede e mettendola a disposizone, gratuitamente, di tutti quelli che desiderano spendersi per un futuro migliore.
Mi pare di poter condividere, attraverso questo invito, alcune delle intenzioni che Papa Francesco ha espresso nella sua Esortazione sulla Gioia del Vangelo, quando c’invita a uscire in missione prendendo l’iniziativa, a coinvolgerci e condividere il nostro impegno con tutti e a servizio di tutte le povertà, ad accompagnare il difficile cammino dell’umanità, a verificare che il nostro servizio sia fruttuoso e faccia nascere vita vera, a festeggiare con tutti i fratelli e le sorelle la gioia della ritrovata e certa speranza in un futuro ricco di promesse che saranno mantenute! . Non dobbiamo aver paura d’intraprendere questo cammino. Lo stesso Papa, nella sua Enciclica Lumen Fidei, ci ricorda che Cristo, vera luce del mondo, illumina tutto il nostro percorso verso il futuro, nel quale Egli, con la sua Resurrezione è già entrato vittorioso, e dal quale ci sostiene con la sua grazia .
Di fronte a quest’impegno, cari fratelli e sorelle, cari uomini e donne del nostro tempo, dobbiamo prendere una decisione che mi permetto d’esprimere in modo drastico: o ci dedichiamo a prenderci cura dell’umanità, e non solo dei nostri miopi e immediati interessi individuali, di nazione o di classe, oppure dovremo rassegnarci a un declino, neppure troppo lento, il cui esito potrebbe essere anche peggiore di quanto c’immaginiamo.
Coraggio dunque! E un augurio di felice futuro!
+ Diego, Vescovo