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Accordo fatto: niente carcere per il direttore Sallusti

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La legge sulla diffamazione approda oggi al Senato, ma l’intesa tra i partiti c’è. Il caso è scoppiato qualche settimana fa con la condanna rimediata dal giornalista comasco: 14 mesi di cella.

 

 

 

Niente cella (anche per il direttore comasco Alessandro Sallusti nella foto a lato), ma multe severe e salate a chi sgarra. Accordo in extremis al Senato per la riforma della diffamazione. Ieri, in Aula, non si è andati oltre la discussione generale rinviando poi la seduta ad oggi. L’intesa nella maggioranza è arrivata solo in tarda serata. Confermata l’abolizione della pena detentiva per i giornalisti (unico punto fermo di tutti gli interventi in Aula), previsto l’alleggerimento delle multe, considerate troppo punitive (oscilleranno tra i 5mila e i 50mila euro, ben al di sotto del tetto di 100mila euro deciso in commissione). Tra i punti dell’accordo bipartisan anche l’obbligo della rettifica online ma solo per le testate giornalistiche e gli articoli pubblicati; nessun obbligo per i commenti dei lettori.

Sui giornali, la rettifica dovrà invece avere lo stesso spazio dell’articolo diffamatorio, oltre ad uscire sulla stessa pagina. Più lieve anche l’interdizione dalla professione giornalistica come pena accessoria, non più obbligatoria e più modulata, mentre esce di scena la rivalsa sul fondo dell’editoria, troppo penalizzante per le piccole testate; gli editori non dovranno più rispondere per il reato di diffamazione. La difficile “quadratura” del Ddl, che il Senato dovrebbe approvare in fretta per dare la parola alla Camera già lunedì, ha sicuramente scontato il confronto affrettato. A pesare, in una giornata in cui da più parti si sono ribadite le «ragioni mediatiche» della riforma (evitare il carcere per Alessandro Sallusti, il direttore del “Giornale” su cui incombono 14 mesi di detenzione per una condanna per diffamazione), anche le parole scelte dal presidente degli editori, Giulio Anselmi, per bocciare senza appello il testo uscito dalla commissione Giustizia: «norme assurde e pericolose», in grado di «condizionare la sopravvivenza di molti giornali».

Alessandro Sallusti fino all’ultimo ha ribadito la sua linea di pensiero: disposto ad entrare in carcere per dimostrare l’assurdità delle norme precedenti. La sua condanna a 14 mesi è stata ratificata il mese scorso dalla Cassazione: diffamazione di un giudici in un articolo di fondo del suo giornale, non fatto da lui.

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