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“Gratis et amore Dei”, il forte richiamo del vescovo

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Messaggio alla città di Diego Coletti a poche ore dal Patrono:”oggi si tende sempre più ad emarginare la gratuità a ruolo secondario”. Invito a pregare per Chiara.

 

 

 

 

La grazia di Dio e l’atteggiamento delle persone, sempre più “egoista”, quasi mai propensa a dare una mano al prossimo, all’altro. Un forte richiamo alla “gratuità” del fare da parte del vescovo di Como Diego Coletti questo pomeriggio nella basilica di Sant’Abbondio (nella foto a lato un suo incontro con l’ex direttore del Sant’Anna). Il suo discorso ai comaschi, cittadini ed amministratori (tanti i presenti), è stato al solito diretto e “graffiante”. Anche foriero di riflessioni. Ecco, allora, il testo integrale che vi proponiamo grazie anche alla collaborazione dell’Ufficio stampa della Diocesi di Como. Prima del suo lungo discorso Coletti ha anche invitato i comaschi a pregare per la piccola Chiara, la 12enne di Breccia morta in vacanza in Francia con i genitori in modo drammatico. Una vicenda che ha scosso il vescovo.

Cara sorella,
caro fratello nella fede,
amica e amico caro,
che forse non condividi la mia fede
ma ti mostri sollecito per un’umanità autentica e libera,
vorrei condividere con te, in questo annuale appuntamento nel giorno della festa del Patrono della Diocesi di Como, sant’Abbondio, alcune considerazioni che metto a tua disposizione senza pretesa di dire l’ultima parola su questioni vitali che tutti ci preoccupano.
Mi muove solo l’intento di richiamare a me stesso e a tutti noi un valore che mi sembra meriti una rinnovata considerazione.
Come lo scorso anno, anche oggi il titolo del messaggio – addirittura in latino! – si riferisce a un detto popolare. La gente, anche la più semplice, sa il latino più di quanto non creda. L’espressione “gratis et amore Dei” è usata per indicare un atteggiamento che, diciamolo francamente, si va facendo sempre più raro. Mai fu spontaneo e facile. Ma oggi, in un mondo sempre più rigorosamente amministrato, si tende a emarginare la gratuità come residuo secondario, a volte perfino ambiguo, di transazioni d’altri tempi. In ogni caso, si dice, la gratuità non sarebbe rilevante per affrontare con successo i gravi problemi della nostra vita personale e sociale.
E se fosse invece la questione decisiva? Almeno una di quelle più decisive, per il futuro di un mondo migliore da consegnare ai nostri figli?
Spero che la lettura di queste poche pagine ti aiuti a sentirti più aperto nel condividere la speranza per un mondo migliore e più incoraggiato a dedicare alla sua realizzazione il meglio della nostra intelligenza e delle nostre forze.

Con affetto fraterno,

il Vescovo Diego.

1.    PER INTRODURCI AL TEMA

“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella società industriale avanzata, segno di progresso tecnico”.
L’affermazione sta all’inizio di un libro, edito qualche decennio fa, che è stato indicato come il manifesto fondamentale del movimento di critica globale alla società che prese il nome di sessantottismo . Ho l’impressione che molti, forse perché spaventati da alcuni esiti sconcertanti di quel fenomeno di contestazione giovanile, abbiano messo da parte e archiviato il pensiero di Marcuse. Troppo superficialmente e troppo presto. Egli, a mio avviso, ha proprio ragione, almeno quando condanna il principio del “solo profitto”. La società è organizzata e amministrata come un insieme di uomini al servizio di un insieme di “meccanismi”; ciò che orienta le scelte organizzative, amministrative e politiche è la produttività del sistema e non la felicità della persona. Il profitto massimo possibile – il tornaconto – diventa il criterio sommo e indiscutibile, sostenuto dalla convinzione che la felicità dei membri di una società è garantita dall’incremento della sua ricchezza materiale (calcolata sempre in termini vagamente collettivi!). Anche quando ci si prende cura dei diritti della persona (calcolati sempre in termini individualistici!) lo scopo è quello di spingere verso una migliore produttività: tutto deve servire ad aumentare il livello di benessere materiale dell’individuo e la possibilità di “consumarlo”; in caso contrario si teme la fermata o il rallentamento del ciclo produttivo e appare all’orizzonte il mostro spaventevole della recessione. Almeno, come mostro ci viene presentato. Ma sarà poi vero?
Il mito della continua crescita (materiale!) s’impone come la verità ultima e lo scopo fondamentale di ogni organizzazione sociale. Non può darsi che, come ogni mito pagano, esso diventi un idolo che esige sacrifici umani e si nutre della sottomissione degli schiavi, della loro non-libertà?
Non presumo, in questa sede, di esaminare fino in fondo problemi così complessi di cui si occupano tanti uomini di scienza in campo filosofico, economico, sociale e politico. Non ne sarei capace. E tuttavia mi sento invitato a suggerire una riflessione che ritengo importante. Per qualche aspetto, credo, decisiva. Non propongo una soluzione semplice e immediata. Ci sono in giro molte proposte di questo tipo, sventolate come bandiere da qualche circolo culturale o da qualche parte politica che ritiene di aver trovato la risposta chiara e risolutiva di ogni difficoltà. Qualcuno disse che il mondo è pieno di soluzioni semplici a problemi complessi: ma sono tutte sbagliate!
Vorrei soltanto richiamare l’importanza di un elemento che da un lato mi appare efficace rimedio nei confronti delle malattie sociali che sono oggi sotto gli occhi di tutti, e dall’altro si pone al centro della fede cristiana. Cioè si propone come elemento centrale e distintivo della visione del mondo che la rivelazione cristiana offre come verità dell’uomo e del suo destino: si tratta, per dirla in termini teologici, della dottrina della grazia.
Essa viene spesso considerata come qualcosa di astratto, inconsistente, irrilevante per la vita concreta dell’uomo e della società. Roba dell’altro mondo. Se c’é. Potrebbe essere invece il piccolo seme, quasi impercettibile a occhio nudo come il granello di senape, eppure capace di dare vita a un grande arbusto, in grado di ospitare i nidi degli uccelli del cielo.
Mi sento confortato in questa intenzione dal fatto che il santo Padre Benedetto XVI ha proposto recentemente qualcosa di analogo. Ha richiamato tutti a considerare l’economia e la politica, e in genere ogni altra “verità scientifica” volta a promuovere uno sviluppo vero e integrale dell’umanità, come necessarie ma non sufficienti da sole. La verità “scientifica” dell’uomo va sempre tenuta in tensione ideale, dice il Papa, con la verità della fraternità, della relazione autentica di condivisione e di amore, che richiede necessariamente la gratuità del servizio e del dono . Senza questa dimensione, il complesso anche più raffinato delle scienze umane rischia di produrre disastri e scenari di morte. Non abbiamo imparato nulla dal secolo scorso, in cui sono maturate e si sono sviluppate tante verità scientifiche, eppure sono state vissute tremende esperienze di guerre, dittature, stermini d’interi popoli, violenze, e ingiustizie di gravità mai vista nella storia?

2.    LA GRATUITÀ COME POSSIBILE SENSO DEL MONDO

Mi chiedo: non sarà proprio la mancanza di un riferimento ampio e profondo alle caratteristiche della “gratuità” a determinare gli aspetti negativi e problematici della società (sia ecclesiale, sia civile) nella quale viviamo?
Cerco di spiegarmi. Di fronte agli elementi più negativi del nostro mondo contemporaneo (per essere concreto elenco, a mo’ di esempio: la crisi economica, le difficoltà crescenti della vita familiare e della sua coesione interna, il crollo demografico dell’occidente, la mancanza di efficace educazione ai valori e agli ideali nelle nuove generazioni, la corruzione dilagante, l’inarrestabile degrado ecologico, … e si potrebbe continuare) avvertiamo forte la tentazione di cercare un colpevole. Ci deve essere, pensiamo, qualcuno che trae vantaggio da questi elementi negativi e quindi li promuove e li sostiene.
Se questo fosse il vero problema, la situazione sarebbe grave, ma più facile potrebbe essere il rimedio. Scopriamo il colpevole, lo puniamo, lo mettiamo in condizione di non nuocere più. Operazione non semplice ma, direi, ancora a portata di mano.
Penso invece che il male non nasca soltanto, e neppure principalmente, dai crimini di qualche “grande vecchio” o di tanti giovani delinquenti che stanno dietro le quinte della storia e la manovrano con consapevole cattiveria. Il male, in tutte le sue forme, potrebbe nascere piuttosto dal diffuso, inavvertito e profondo smarrimento di qualcosa di essenziale per una vita umana vera, bella e buona. Qualcuno chiama questo smarrimento, con una parola difficile ma significativa, “nichilismo”: per dire che alla coscienza dell’uomo contemporaneo, in particolare dei giovani , nulla si presenta come un valore indiscutibile, capace di chiedere impegno e sacrificio, costi quel che costi: cioè – appunto – in modo gratuito. Nulla è più un ideale, nel senso pieno del termine. Tutto è vissuto, e può essere giustificato e approvato, solo se porta con sé un compenso adeguato alla fatica e all’impegno che richiede. Si vive secondo questo principio: buono e vero per me è solo quel gesto, quell’esperienza, quell’impegno che giova a me, che serve a me; solo quello che mi rende, con gli interessi, quanto ho investito.
Questo principio è valido nelle transazioni economiche o nei patti associativi. Ma cosa diventa la vita quando questo principio è esteso a tutto l’orizzonte dell’esperienza di una persona, a tutte le relazioni che essa sperimenta? Cosa succede quando il rigore della giustizia distributiva e il principio dell’interesse personale, che pure hanno un senso e giocano un ruolo irrinunciabile, diventano l’unico criterio che presiede alle scelte, ai desideri e ai programmi di una persona e di una società?
Si usa dire: patti chiari, amicizia lunga!
Mi domando che tipo di amicizia è quella che ha bisogno della chiarezza controllabile di patti che garantiscano mutuo interesse? Sarebbe meglio dire: patti chiari, società lunga. Oppure: patti chiari, azienda lunga. Ed è vero: buona parte della nostra vita di relazione si deve reggere sul fondamento di una giustizia che va codificata in leggi e patti di garanzia. Ma “patti chiari” non può essere il principio su cui si regge tutta la nostra vita di relazione, sotto tutti i suoi aspetti. Non su patti chiari si regge una cosa così gratuita e “esagerata” come l’amicizia, quella vera. Dunque si dovrebbe dire: patti chiari, amicizia povera e corta. Perché garantita solo da legami esterni.
Non discuto l’importanza della giusta retribuzione, nel senso più ampio del termine; e delle leggi – scritte o tradizionali – che la ordinano in tutti i campi. Ritengo soltanto che la giustizia da sola non possa dar vita ad un’umanità degna di questo nome. Essa è necessaria ma non sufficiente.
Spesso la gratuità del dono è stata usata contro lo giustizia, quasi per evitare i doveri che essa impone o per cancellarne a basso prezzo le inadempienze. Ma questo non vuol dire che il rigore della giustizia, da solo, possa sostenere il senso e il valore della vita.
Per di più, come nota il Papa nell’Enciclica già citata , non si deve pensare al rapporto tra giustizia e gratuità come articolato nel tempo. Come a dire: prima venga assicurata la giustizia e poi, semmai, si dia spazio alla gratuità. Fin dall’inizio, nella chiara distinzione tra i due ambiti, la gratuità accompagna e orienta la giustizia; e quest’ultima non può essere mai contraddetta o abbandonata anche nelle fasi più alte della logica del dono e della gratuità.
Se dovessimo tentare una verifica, o fare un sondaggio d’opinione, sulla presenza del tema della gratuità nella mente dell’uomo contemporaneo e sul suo esercizio di fatto, quali risultati potremmo ottenere? Siamo talmente smaliziati nei confronti delle proclamate offerte gratuite, che rischiamo di perdere perfino la capacità di ringraziare. Già, perché gratuità e gratitudine si richiamano a vicenda! Se non ci accorgiamo di ricevere un dono, se sospettiamo un ricatto da parte di chi ci fa un favore, se siamo delusi dalla scarsa risposta che otteniamo in base ai nostri presunti meriti, la parola “grazie” non ci viene in mente, o esce dalle nostre labbra solo per consuetudine vuota di senso.
La mamma, benintenzionata, esorta Pierino: “Cosa dici al nonno che ti ha regalato una caramella?”. Pierino risponde: “Spilorcio!”, perché pensa di avere diritto a molto di più.
Un amico mi racconta di essere entrato in un’agenzia di assicurazioni per pagare la rata della polizza e di essersi trovato avvolto dalla cortesia inattesa dell’impiegata. Sorrisi, offerta di un caffè e di una poltrona, frasi di cordiale accoglienza, interessamento alla salute e alla famiglia … Gli è sembrato inevitabile domandare: “Signorina, tutto questo è compreso nel prezzo o comporta un aumento della tariffa?”
La casalinga che sta facendo la spesa al supermercato si ferma davanti alla solita offerta: se compri due pezzi, il terzo è gratis! E pensa, non a torto, che il prezzo dei due e l’incremento della vendita del terzo rendano l’offerta un piccolo, innocente e simpatico imbroglio. Un vantaggio per la spesa, vabbene: ma, per favore, non sprechiamo la parola “gratis”!
Potrei continuare con gli esempi, tra il serio e il faceto, di quanto sia diventata difficile e rara l’esperienza del dono; di quanto siamo diventati sospettosi e diffidenti, esigenti e pieni di pretese. Di quanto si sia abituati a preferire l’essere pagati all’essere amati. Tutto è dovuto; la logica del diritto acquisito e del credito assicurato (a suo tempo e luogo, come ho già detto, assolutamente corretta!) diventa sempre più l’unico modo di entrare in relazione con gli altri. Qualcosa allora si spegne e si raggela nel cuore umano. Qualcosa muore. La sua mancanza non tarda a creare condizioni di amara solitudine e di depressione.
Suggerisco di continuare a pensare seriamente all’ipotesi che ho accennato. Se fosse questa caduta di temperatura umana la causa di tanti mali che ci affliggono? Non l’unica, certo. Se fosse una delle più devastanti?
Alcuni giorni fa mi trovai a conversare con un noto e stimato professore universitario di economia. Mi disse che gli economisti, loro per primi, si sono trovati sorpresi di fronte al tipo e alla misura dell’attuale crisi economica, gravissima e in qualche misura mondiale. Il motivo è semplice, mi diceva questo grande esperto: le cause di questa crisi non sono riconducibili soltanto all’economia e alla cattiva gestione delle sue leggi. Sono più complesse e pescano in profondità, dove qualcosa si sta spegnendo o si è già spento nel cuore dell’uomo e negli stili di vita in cui egli respira. Qualcosa che può essere riacceso e che va fatto ripartire prima di tanti altri complessi provvedimenti amministrativi e politici, comunque insieme a essi.
Forse è giunto il momento della riscoperta di una vera gratuità!

3.    LA GRAZIA: CENTRO VITALE E FONDAMENTO DELLA FEDE E DELLA VITA CRISTIANA

Grazia: si tratta di una delle parole più esposte a malintesi o significati parziali e ambigui.
Chiedo al cristiano “che va in Chiesa”: cosa vuoi dire quando usi la parola grazia di Dio? E cosa intendi quando l’ascolti proclamata, per esempio, nell’omelia domenicale?
Che cosa ricorda, il nostro “praticante”, di quanto gli è stato insegnato nel catechismo della prima comunione?
E, ancora più a fondo, mi chiedo: cosa gli è stato insegnato?
Devo costatare, purtroppo, che in molti casi si usa questa parola per indicare uno stato d’integrità interiore (sono in grazia di Dio quando non ho sulla coscienza un peccato mortale non confessato), o un momentaneo favore ricevuto dalla divinità (quanta grazia di Dio!), o una condizione canonica per essere ammessi ad alcuni sacramenti (… se non sei in grazia di Dio …), e simili.
Gli esempi che ho elencato non sono del tutto sbagliati. Eppure nessuno di questi modi d’intendere la parola riesce a esprimerne il senso vero e centrale che solo può illuminare tutti gli altri usi del termine. Legittimi ma parziali. E fonte di gravi malintesi e di veri e propri vuoti di fede!
Dove trovare, allora, il senso vero e pieno della parola “grazia” nel linguaggio cristiano?
Ti propongo di partire da una parola riportata negli scritti del Nuovo Testamento e, in misura particolarmente abbondante, nelle lettere di san Paolo. Mi riferisco al termine “vangelo”, che prima di indicare un libretto – o quattro libretti – significa letteralmente “buona notizia”. Gesù è convinto di avere una grande e buona novità da consegnare al mondo intero, una novità che avrebbe cambiato la vita e la storia dell’umanità, salvandola dal fallimento e riaprendo il cammino verso una speranza che non delude.
Che sorta di buona notizia è quella che mi è comunicata quando mi si dice che esiste dio , senza sapere bene che faccia abbia, e come la pensi a mio riguardo? Si afferma che lui comanda e che io devo obbedire, non importa se a malincuore; comunque obbedisco per paura del castigo o per interesse nei confronti del premio, o meglio della paga che mi merito; solo così posso ottenere con le mie “osservanze” e le mie “pratiche” un esito positivo alla mia esistenza: cioè il mio pezzetto di paradiso duramente conquistato con le mie buone azioni, con i miei meriti. Si aggiunge poi un severo monito: io sono sempre in debito nei confronti di dio e lui è un creditore esigente, perfino spietato. So per esperienza che la mia capacità di pagare le cambiali dell’anima si rivela sempre saltuaria e problematica. Per di più non devo fare troppe domande sulle cose orrende e disumane che avvengono in questo mondo. Chi crede non deve pensare o ragionare: accetta e basta. Infatti, si dice, dio sa perché; nella sua onnipotenza ha voluto così e tu, se credi in lui, non devi sindacare il suo operato e metterti a pensare con la tua testa. Anzi: la rassegnazione passiva di fronte alla cosiddetta volontà di dio, bizzarra e incomprensibile, è segno di una fede profonda e genuina.
È questa una “buona notizia”?
Ho fatto, forse, una caricatura? O questo è il ritratto, a linee marcate se si vuole, di una diffusa mentalità “religiosa” di tante persone pie e devote? Potresti negare che questo sia un modo abbastanza comune d’intendere la religione e la sua pratica? Eppure sembra che si tratti di pensieri molto rispettosi della verità di dio e del nostro rapporto con lui. Gesù di Nazareth avrebbe, in buona sostanza, confermato quanto sopra.
Perché allora i religiosi più osservanti e le più alte gerarchie del suo tempo lo contrastarono in ogni modo e finirono per condannarlo a morte come bestemmiatore, cioè come un profeta contrario alla religione?
Cerco allora di spiegarti cosa vuol dire “vangelo”, cioè in che cosa consiste questa buona notizia.
Se di buona notizia si tratta, occorre che sia anzitutto una novità rispetto a quanto giudei e greci hanno già saputo, e pensato di aver capito, riguardo a Dio, alle sue intenzioni sul mondo e sulla creazione, al possibile rapporto con Lui.
E poi deve essere una notizia buona: cioè qualcosa che manifesta un elemento positivo, apre una prospettiva liberante e lieta, scalda il cuore e lo fa pulsare di rinnovata speranza e di gioia. Dovrebbe essere un annuncio di vita felice e beata. Nota la coincidenza: nel suo primo grande discorso, secondo la redazione del Vangelo di Matteo, Gesù usa ben nove volte la parola: “beati …” !
Quanto alla novità, ci sono molte pagine dei Vangeli e degli altri testi del Nuovo (così lo chiamiamo, vero?) Testamento che ci ricordano la svolta decisiva avvenuta con Gesù. Tra i tanti vorrei citare qui, anche se è uno dei meno noti, l’inizio dell’anonima lettera agli Ebrei . Lo sconosciuto autore di questo stupendo testo così s’introduce:

“Dio che molte volte e in diversi modi
nei tempi antichi
aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti,
ultimamente, in questi giorni,
ha parlato a noi per mezzo del Figlio,
che ha stabilito erede di tutte le cose
e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria
e impronta della sua sostanza
e tutto sostiene con la sua parola potente.
Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati
sedette alla destra della Maestà nell’alto dei cieli,
divenuto tanto superiore agli angeli
quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
L’incarnazione “nel tempo” del Verbo di Dio è la grande novità. La Parola potente, che già all’inizio fu strumento della creazione, ora è divenuta visibile e vicina per manifestarci la verità di Dio, la Sua gloria, il suo volto. Questa Parola fatta carne ci svela la grande novità: Dio è il Padre di Gesù, nell’unità d’amore del loro Spirito. La rivelazione dei tre nomi dell’unico Dio, Padre Figlio Spirito Santo, tre persone infinitamente superiori a ogni altra dignità umana e angelica, è il centro della novità che si è manifestata “ultimamente”, in questi giorni. La novità si è rivelata attraverso una storia: il Figlio compie la purificazione dei peccati e poi “siede alla destra del Padre” nell’alto dei cieli.
Quanto alla bontà: questo Dio, che ci parla per mezzo del Figlio e si manifesta in Lui, vuole liberarci dal male e lo fa gratuitamente.
Anche nella storia dell’Antico Testamento Dio si rivela come un alleato affidabile. Chiama Abramo con un’improvvisa e gratuita iniziativa, accompagna la storia dei patriarchi, si manifesta a Mosè come amico , si fa vicino al Suo popolo, lo libera dalla schiavitù, lo conduce alla terra promessa, continuando a sopportare ingratitudine, lamentele e ribellioni da parte degli israeliti “dalla testa dura”, si prende cura della loro prosperità, anche se non se lo meritano. Tutto questo avviene in totale gratuità: né i singoli chiamati, né il popolo nel suo insieme, possono accampare diritti o pretese di fronte all’amorevole iniziativa di Dio.
Questa fase della storia della salvezza, tuttavia, è ancora segnata da due limiti. Anzitutto il confine etnico: la scelta benevolente di Dio si concede al solo popolo d’Israele, anche se la volontà divina si mostra sovrana nei confronti di tutti i popoli della regione e governa anche attraverso gli errori o le iniziative dei capi di altre nazioni, come nel caso dell’ostinazione del Faraone o della benevolenza di Ciro nei confronti d’Israele .
Il limite più grave è il secondo, quello che ha rischiato di far dimenticare, nonostante i richiami dei profeti, l’amore benevolente e gratuito di Dio per il suo popolo. Nella sua prudente pedagogia, Dio ha usato spesso, in queste prime tappe della storia della salvezza, castighi e premi, minacce e lusinghe per educare un’umanità ancora immatura, che doveva imparare a ubbidire. L’insistenza sulla legge e sulla sua doverosa osservanza, necessaria per educare un “bambino” ancora immaturo, spinse allora a confondere la relazione educativa con il metodo del bastone e della carota. L’asino va avanti solo se teme la bastonata o se è attirato dalla carota! Si può capire come mai la mentalità religiosa di alcuni giudei contemporanei di Gesù, tra i più osservanti e devoti, fosse segnata da una visione del rapporto con Dio fondata sul principio della “retribuzione”: obbedisco perché mi conviene o perché la disobbedienza mi procura dei guai. Così ragiona lo schiavo!
San Paolo insiste proprio su questo punto. Ne fa il centro del suo “vangelo”: non è l’osservanza di una legge esterna che salva, ma è la fiducia che nasce dall’incontro con la gratuità dell’amore di Cristo e del suo Padre per noi; questo dono ci spinge, attraverso l’opera del loro santo Spirito, a compiere le opere buone non per paura o per convenienza, ma per gratitudine e con affetto e riconoscenza di figli . Proprio perché l’Apostolo afferma questo, si scatenano contro di lui l’ira e la persecuzione dei sostenitori della religione “retributiva” che vedono compromessa la loro convinzione: ci si salva solo con la scrupolosa osservanza della legge, fatta di prescrizioni e di decreti.

San Paolo da un lato dichiara ormai superata la logica della legge antica; dall’altro, segnala il suo valore pedagogico. Fin tanto che il “figlio” è piccolo, e quindi in nulla è diverso da uno schiavo, egli va governato come tale. Ma quando viene il momento giusto (“la pienezza del tempo”, secondo il suo linguaggio), il figlio non va più trattato come uno schiavo, ma educato e fatto crescere – come già intuiva il profeta Osea – con “corde d’amore” . Lo Spirito che riceviamo da Gesù non è più uno spirito da schiavi, che ci fa ricadere nella paura, ma uno Spirito da figli, in forza del quale possiamo chiamare Dio, come faceva Gesù, con il familiare nome di “papà” .
La vita pubblica e la testimonianza dei gesti e delle parole di Gesù sono orientate a questo scopo: far conoscere al mondo intero la buona notizia della misericordia del Padre, e comunicarla gratuitamente attraverso il dono dello Spirito. Questo è evidente soprattutto nel Vangelo di Giovanni, che andrebbe letto proprio dal punto di vista della rivelazione del rapporto tra Gesù e il Padre, fino alla sorprendente affermazione del Signore: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse” .
La massima manifestazione della gloria di Dio non consiste nella stupenda armonia della creazione o nel governo delle galassie, ma nella piena rivelazione della gratuità del suo amore . Il vangelo di Giovanni afferma che questa gloriosa manifestazione raggiunge la sua pienezza nel sacrificio della croce, suprema rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, che è il Padre al quale il Figlio affida la vita, emettendo lo Spirito nel momento della “consumazione”, cioè dell’amore vissuto fino in fondo: dell’amore, e non ce n’è uno più grande , di chi da la vita per coloro che ama, anche se non se lo meritano .
Di qui viene il comandamento nuovo, quello proprio di Gesù – il “mio” così Egli lo chiama – che non abolisce l’antica legge e il suo vertice (“ama Dio con tutte le tue forze e il prossimo come te stesso”), ma la porta finalmente al “compimento”: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”! La legge di Mosè rimane valida, ma tutto cambia, quando si capisce che il compimento della legge è l’amore secondo lo stile di Gesù.
Bisogna imparare a contemplare il libero, gratuito e completo dono di sé che Gesù realizza sulla Croce. Essa è la scelta vittoriosa che sconfigge, attraverso la gratuità dell’amore, il male e la morte. San Paolo può così formulare l’espressione centrale della sua fede: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che ha amato me, e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.”
Vorrei farti notare che san Paolo non indica qui un livello di fede, e di vita cristiana, riservato a qualche eroe o straordinario campione. Egli intende proporre ciò che deve essere vero per ogni credente, per ogni “santificato” dal battesimo che è immersione (questo è il significato letterale della radice greca della parola “battesimo”) nella morte di Cristo, cioè nel suo libero e gratuito dono integrale di sé. Si risorge con lui a una vita radicalmente nuova, dominata dalla logica della gratuità spinta fino alle sue ultime conseguenze. Fino al suo compimento, fino al dono della vita: e questo gratis!
Commentando l’episodio evangelico di Pietro che vuole seguire il Signore camminando anche lui sulle acque del lago, l’allora card. Ratzinger, oggi Benedetto XVI, così si esprimeva: “La sequela di Cristo che noi possiamo e dobbiamo percorrere è una via in direzione opposta a ciò cui ci inclina la forza di gravità dell’egoismo […] possiamo intraprenderla solo se ci disponiamo nel campo di gravitazione dell’amore di Gesù Cristo, lo sguardo rivolto a Lui; e così sorretti da quella nuova forza di gravità che è la grazia. […] Si può davvero giungere a Cristo soltanto se si ha il coraggio di camminare sulle acque e di affidarsi alla sua legge di gravitazione, alla forza di attrazione della grazia” .
Puoi comprendere allora il senso della preghiera attribuita a san Carlo Borromeo  che ho riportato dietro l’immagine del nostro Crocifisso di Como. Il santo arcivescovo afferma che non pretende nulla in cambio del suo amore per Gesù; anzi: anche se non ci fosse il Paradiso, lo amerebbe lo stesso; e conclude: “quand’anche non sperassi ciò che spero, pure ti amerei come ti amo!”
La domanda decisiva sulla genuinità della fede di un cristiano non dovrebbe essere rivolta soltanto – e neppure principalmente – alla “pratica” di osservanze esteriori, per quanto doverose e importanti; del tipo: vai a Messa la domenica? Dovrebbe piuttosto chiedere un serio esame di coscienza sulla legge fondamentale e nuova del Vangelo: sei pronto a morire per amore? Vivi un amore gratuito nei rapporti con Dio e una disponibilità al servizio disinteressato al bene dei fratelli e delle sorelle che incontri nel tuo cammino? E quando vai a Messa (almeno) la domenica, ci vai soprattutto per ringraziare il Padre di averti chiamato al meraviglioso stile di vita del suo Figlio incarnato e morto per te? Lo ringrazi di conservarti in esso attraverso il dono del suo Spirito? Oppure lo fai solo per osservare una legge, un precetto da “soddisfare”?
Nel dialogo che precede la preghiera del prefazio, quando il prete dice “rendiamo grazie al Signore nostro Dio”, tu rispondi: “è cosa buona e giusta!” E il prete riprende, affermando che è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, “rendere grazie”! Obbedire per interesse o per paura, eseguire passivamente ordini e precetti, sopportare pazientemente il noioso rito domenicale (speriamo che questa volta la predica sia corta!), seguire abitudini di culto o di buona educazione religiosa, sottoporsi a grandi penitenze e mortificazioni … di per sé non è fonte di salvezza. Solo se ricevi un dono inatteso e immeritato, e per questo ringrazi, e a questo fine fai tutto il resto, solo allora hai capito il tuo “dovere” di figlio adottivo di Dio. Hai capito che la tua vita è salvata dalla fede in Lui, che non è padrone esigente o giudice severo, ma è Padre ricco di misericordia.
Quando i cristiani hanno cercato un nome appropriato per il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, non si sono soffermati su parole del tipo “santa cena” o “culto del Signore” o “servizio domenicale”, che pure sono state usate e lo sono da molti tuttora. Essi hanno scelto una parola strana ma molto significativa per quello che intendevano vivere secondo il comando del Signore “fate questo in memoria di me”: hanno scelto il termine “eucaristia”, che nella lingua greca da cui proviene vuol dire appunto ringraziamento!
Come ho già osservato, si ringrazia veramente solo se ci si rende conto di essere destinatari di un dono gratuito. Non si capisce nulla della santa Messa se essa non è desiderata e vissuta come l’incontro con un dono gratuito, anzi con il dono più importante e decisivo per una vita piena e felice! Un dono di cui bisogna appunto “rendere grazie”. Questo non ci condanna alla passività. Al contrario la vocazione cristiana ci impegna a dare il meglio di noi stessi, traducendo in pratica quotidiana lo stile di amore gratuito che Gesù ci ha insegnato e testimoniato.
Nessuno è autorizzato a sentirsi “servo inutile” nel senso di non dover rendere conto del frutto dei talenti ricevuti. Capita di sentir citare l’invito di Gesù contenuto nel vangelo di Luca, “Dite: siamo servi inutili” per giustificare qualche fallimento o insuccesso. Niente di più sbagliato. Gesù esorta piuttosto alla gratuità del servizio quando invita a dire: siamo servi immeritevoli, che non si sono preoccupati dei propri meriti. Abbiamo semplicemente fatto quanto era giusto fare .
Il tema della grazia, dell’amore gratuito di Dio per noi e il tema della nostra vocazione a rispondere a Lui e ai fratelli con identico amore, ci appaiono così come il nucleo centrale e il fondamento della proposta di vita cristiana; come la rivelazione del senso del mondo !
Mi piace ricordare qui una pagina di sant’Ambrogio nel suo commento ai sei giorni della creazione. Egli nota che Dio ha creato per cinque giorni ogni sorta di creature e non si è riposato. Finalmente al termine del sesto giorno Dio si riposa. Perché?, si domanda Ambrogio. E la risposta è sorprendente nella sua imprevista profondità. Egli non dice: perché finalmente Dio aveva qualcuno da amare. Infatti Dio ama tutte le sue creature, che senza questo legame d’amore neppure esisterebbero. Ambrogio dice che il Creatore si riposa dopo aver creato l’uomo e la donna perché finalmente aveva qualcuno da perdonare! Il vertice dell’amore di Dio è la sua dimensione di misericordia, cioè un amore che si mostra fedele anche di fronte al rifiuto e al tradimento dell’amato; un amore che è sempre pronto al perdono, che si china con cuore paterno sulle miserie dei suoi figli e li solleva dalla perdizione. Un amore che è pura gratuità, un amore che è grazia!
Torniamo ancora una volta alla Parola di Dio in san Paolo: “la legge dello Spirito che da vita in Cristo Gesù ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte” . Non siamo più servi muti di idoli muti ! Siamo chiamati ad assumerci con coraggio, di fronte a chiunque, la responsabilità di affermare, nelle parole e nei fatti, la verità dell’amore gratuito e liberante di Dio, sul modello di Gesù, costi quel che costi. I martiri l’hanno fatto nella drammatica solennità di un gesto supremo. Ogni cristiano è chiamato a farlo ogni giorno, nella costante fedeltà al dono di sé, se necessario fino alla morte, per amore di Dio e per gratuita dedizione alle sorelle e ai fratelli che deve amare. Gratis et amore Dei!

Questo messaggio vuol essere un’offerta di riflessione e uno spunto di verifica che ritengo importante anche per la società civile e i suoi “cittadini” responsabili, di qualunque credo o appartenenza ideale, come vedremo tra poco.
Tuttavia mi sia permessa una domanda rivolta proprio alla comunità cristiana e ai suoi “servi” per amore di Gesù. Quante volte, con quanta insistenza, con quanta passione è proclamato questo tema, è annunciata proprio questa buona notizia? Quante volte ci preoccupiamo di distinguere accuratamente il Vangelo dalla pratica di una religione che, per se stessa, non ha mai salvato né liberato nessuno ? La testimonianza che emerge dagli stili di vita e di preghiera delle nostre comunità ha qualcosa a che fare con il Vangelo della grazia di Dio? Ne comunica la gioia, ne annuncia la bellezza, e mostra il frutto di una speranza che non delude? La vita delle nostre parrocchie, gruppi, movimenti e associazioni, è fondata sulla partecipazione alla gratuità dell’amore secondo lo stile di Dio? Si esprime in generose e disinteressate scelte di dono gratuito di sé, fino alla suprema disponibilità a “dare la vita”?
Solo così si è figli di Dio; si è figli dell’unico vero Dio che esiste: il Padre di Gesù. Solo così, in Cristo e come Cristo, si può ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo; e si possono liberare quelli che, per timore della morte, sono soggetti a schiavitù per tutta la vita . Infatti, chi non ha accolto il dono dell’amore vero, libero da ogni pretesa e gratuito fino in fondo, è sempre preoccupato di sé e condizionato dal timore di non riuscire a far tornare in attivo i conti della propria vita. In questo modo resta ricattabile e sempre esposto alla tentazione di vendersi al migliore offerente.
Questo spiega perché Gesù pone come condizione indispensabile per tutti quelli che vogliono seguirlo la scelta di rinnegare se stessi, cioè di smetterla di pensare a se stessi come allo scopo della propria vita. Egli arriva a dire, subito dopo, senza mezzi termini: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà” ! L’unico senso che può avere una parola così solenne e impegnativa è il richiamo alla radicale gratuità dell’amore come senso dell’esistenza umana, dei singoli e delle comunità, in tutte le sue forme.

4.    ALCUNE CONSEGUENZE SULLA NOSTRA VITA

Potrebbe essere utile, a questo punto, esaminare le conseguenze che derivano, a tanti aspetti importanti della nostra vita, dalla scelta di applicare il principio della gratuità, così come l’abbiamo visto affermato nel Vangelo. Ciò che sempre mi sorprende è costatare come questo principio sia di assoluta importanza, sia decisivo anche in campi molto “laici”. Voglio dire che mostra la sua importanza non solo all’interno dell’esperienza cristiana, ma anche in molti campi dell’attività umana nel senso più ampio del termine.
Procedo per esempi, senza pretendere di esaurire il discorso; e procedo per cenni, lasciando al lettore o lettrice di questo messaggio, se ha avuto la costanza e il coraggio di arrivare fin qui, il compito di estendere e approfondire ulteriormente la riflessione.
Parliamo anzitutto di libertà: non è forse vero che questo valore così essenziale alla dignità della persona umana, se è cercato per se stesso, se trova in se stesso il proprio fine, si rivolta ben presto contro la felicità di chi lo cerca o lo pretende? Se per libertà intendo la possibilità di fare quello che mi pare e piace, senza rispondere a nessuno su niente, entro in un gorgo d’inquietudine e d’insoddisfazione che conduce a esiti drammatici. La libertà costruisce invece una vita bella e lieta – per quanto possibile – solo quando è cercata e vissuta come strumento necessario all’espressione di un dono, di un atto d’amore. Al di fuori di questo scopo la libertà diventa un veleno. Per questo va educata pazientemente, attraverso un progressivo allenamento al dono di sé: quanto più sei animato da spirito di servizio per il bene degli altri e da passioni profonde per valori alti e ricchi di senso, tanto più la misura di libertà che ti conquisti o ti è riconosciuta sarà spesa bene e sarà fonte di bene per gli altri e di vera letizia per te.
Dell’amicizia, poi, ho già accennato parlando della trappola dei “patti chiari”; un discorso analogo andrebbe sviluppato anche a proposito di relazione tra i coniugi e di rapporto tra genitori e figli, e viceversa. Quale coesione e quale stabilità può avere una relazione profonda ed esigente come quella tra marito e moglie, o tra genitori e figli, quando tutto è condizionato dalla “rendita” di quello che dono rispetto a quello che ricevo, con il dovuto interesse? Che garanzie può offrire un sedicente “amore” quando esprime soltanto la scelta di una relazione “a patto” che mi renda, e fin tanto che continua a rendermi?
Quando la parola “ti amo” vuol dire soltanto “tu mi fai stare bene” oppure “la relazione con te mi conviene; se ci investo qualcosa lo faccio perché sono sicuro di ricavarne di più”, sarebbe meglio usare qualche altra parola. Invece si continua a parlare di amore. Quando un figlio non è accolto come un dono ma programmato come un progetto purché rispetti i tempi, le attese e i desideri dei genitori, come può svilupparsi un vero rapporto di dedizione educativa che faccia nascere nella nuova creatura umana l’esperienza dell’essere amata gratuitamente e senza pretese? Tutti gli esperti di psicologia evolutiva e pedagogia concordano nell’affermare che è appunto questa l’esperienza indispensabile per far nascere in un cuore umano il senso della propria dignità di persona !
Ancora. Nel campo dell’etica professionale e, con maggiore e drammatica evidenza, nel campo dell’impegno amministrativo e politico, succedono cose molto tristi quando l’unico criterio delle scelte è il loro “rendimento”: per me o per il mio gruppo o per il mio partito, o per i miei “amici”, accuratamente selezionati in base al fatto che a suo tempo possano “rendere” qualcosa anche loro. Le scelte professionali, civili e amministrative non dovrebbero invece essere guidate dalla ricerca di valori oggettivi e dalla promozione del bene comune? Questo non richiede forse una sufficiente libertà da se stessi, dai propri interessi …? Non richiede una dimensione, almeno parziale, di gratuità e di dono di sé?
Siamo ogni giorno assediati da notizie e immagini di malaffare, d’imbroglio, di delinquenza, di disonestà; e questo non avviene solo adesso: oggi forse ne sappiamo di più per la diffusione dei mass-media. Con il rischio che questa maggiore conoscenza conduca, invece che all’indignazione, alla rassegnazione (o perfino all’imitazione: lo fanno tutti! Non sarò mica io l’unico stupido a essere onesto!)
La repressione del malaffare o la semplice educazione alla giustizia e alla legalità miglioreranno la situazione? Entrambe sono utili, ma credo sia ancora più necessario ripartire da una prospettiva di umanità che si apre al dono, all’esercizio di un amore vero, di un servizio disinteressato e gratuito.
La gratuità anima l’orizzonte della comunità umana e la rende capace di accogliere i piccoli e i poveri, di custodire i diritti di tutti, di gettare ponti di fraternità e di pace, di sedare i conflitti, riconciliare i nemici, aprire al dialogo tra le persone sollecite non solo dei propri interessi ma di ciò che giova a costruire la casa accogliente per tutti.
Forse, in tempi di crisi economica e di preoccupazione per il futuro, potremmo imparare molto dalle difficoltà della situazione presente: che c’è più gioia nel dare che nel ricevere; che perdere per amore è l’unico guadagno vero e stabile; che solo morendo a se stessi si dona veramente la vita a qualcuno; che abolire la “grazia” vuol dire andare verso un mondo disgraziato e disumano.

5.    CONCLUDENDO … E ASCOLTANDO

Le comunità cristiane della Diocesi hanno dedicato l’anno pastorale 2012, iniziato con l’Avvento 2011, a una rinnovata attenzione a mettere al giusto posto, in tutto ciò che pensiamo e facciamo, l’ascolto della Parola di Dio.
Mi pare opportuno, perciò, terminare il messaggio di sant’Abbondio di quest’anno offrendo la possibilità dell’ascolto della Parola di Dio in una lettera di san Paolo. So che tutti, o quasi, possiedono una copia della Bibbia, anche solo del Nuovo Testamento. Penso tuttavia che possa essere utile avere qui, in appendice al messaggio, il testo della Lettera di san Paolo ai Galati, con l’aggiunta di qualche didascalia che aiuti a comprenderne i passaggi più importanti.
San Paolo è preoccupato proprio a riguardo del nostro tema. Il Vangelo che vuol portare a tutte le genti, è l’annuncio della grazia! Ogni altra proposta religiosa, pur contenendo qualcosa di positivo, è fatta – come lui stesso scrive ai Colossesi – di prescrizioni e d’insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà … ma non hanno alcun valore … .
La lettera ai Galati è una delle testimonianze più efficaci di quanto sia fondamentale e indispensabile per la vita cristiana e per la salvezza del mondo l’annuncio della gloriosa libertà dei figli di Dio che imparano dal Figlio la gratuità del vero amore.
Buona lettura!

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI CRISTIANI DELLA GALAZIA

L’apostolo annuncia il vangelo della grazia di Cristo e non “l’altro (falso) vangelo” che “segue un modello umano”.
1    1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. 6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7Però non ce n’è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! 10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!
11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.

L’apostolo tiene insieme da un lato la ricerca di sintonia con Pietro (Cefa) e la docilità al magistero, e dall’altro il coraggio della verità.
18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco. 21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23avevano soltanto sentito dire: “Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere”. 24E glorificavano Dio per causa mia.
2    1Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito a una rivelazione. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano. 3Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.
6Da parte dunque delle persone più autorevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non guarda in faccia ad alcuno – quelle persone autorevoli a me non imposero nulla. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti – 9e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. 10Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.
11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”.
15Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, 16sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno.
17Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! 18Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore. 19In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. 21Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

La proposta rivolta al cristiano è dunque vivere con Cristo per vivere e morire come Cristo. Il cristiano parte dall’ascolto della Parola della fede, riceve il dono dello Spirito di Cristo, ed entra così nel Regno del Padre misericordioso.
3    1O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! 2Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? 3Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? 4Avete tanto sofferto invano? Se almeno fosse invano! 5Colui dunque che vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della Legge o perché avete ascoltato la parola della fede?
6Come Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia, 7riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. 8E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunciò ad Abramo: In te saranno benedette tutte le nazioni. 9Di conseguenza, quelli che vengono dalla fede sono benedetti insieme ad Abramo, che credette. 10Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica. 11E che nessuno sia giustificato davanti a Dio per la Legge risulta dal fatto che il giusto per fede vivrà. 12Ma la Legge non si basa sulla fede; al contrario dice: Chi metterà in pratica queste cose, vivrà grazie ad esse. 13Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, 14perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito.
15Fratelli, ecco, vi parlo da uomo: un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa. 16Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura “E ai discendenti”, come se si trattasse di molti, ma E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo. 17Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso, non può dichiararlo nullo una Legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo, annullando così la promessa. 18Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla Legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece ha fatto grazia ad Abramo mediante la promessa.

La legge rimane valida, ma svolge il suo compito “prima” della grazia: come fosse un educatore (pedagogo) che ci insegna che siamo fragili, indegni e peccatori; coscienza necessaria per imparare ad abbandonarci alla gratuita misericordia del Padre, manifestata attraverso la croce del Figlio, dalla quale scaturisce il dono dello Spirito; E “dopo” la grazia: cioè dopo la rivelazione, avvenuta pienamente in Cristo, della gratuità dell’amore di Dio per noi; questo è il “vangelo”! Obbedire alla legge di Dio è espressione della libera adesione alla volontà del Padre; adesione che nasce dalla riconoscenza per la gratuità del Suo amore, e non dalla paura del castigo o dall’interesse per il premio.
19Perché allora la Legge? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore. 20Ma non si dà mediatore per una sola persona: ora, Dio è uno solo. 21La Legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile! Se infatti fosse stata data una Legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla Legge; 22la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo.
23Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. 25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. 29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.
4    1Dico ancora: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, benché sia padrone di tutto, ma 2dipende da tutori e amministratori fino al termine prestabilito dal padre. 3Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo. 4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, 5per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. 6E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”. 7Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
8Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, voi eravate sottomessi a divinità che in realtà non lo sono. 9Ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? 10Voi infatti osservate scrupolosamente giorni, mesi, stagioni e anni! 11Temo per voi di essermi affaticato invano a vostro riguardo.
12Siate come me – ve ne prego, fratelli -, poiché anch’io sono stato come voi. Non mi avete offeso in nulla. 13Sapete che durante una malattia del corpo vi annunciai il Vangelo la prima volta; 14quella che, nella mia carne, era per voi una prova, non l’avete disprezzata né respinta, ma mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.
15Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia? Vi do testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati anche gli occhi per darli a me. 16Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? 17Costoro sono premurosi verso di voi, ma non onestamente; vogliono invece tagliarvi fuori, perché vi interessiate di loro. 18È bello invece essere circondati di premure nel bene sempre, e non solo quando io mi trovo presso di voi, 19figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi! 20Vorrei essere vicino a voi in questo momento e cambiare il tono della mia voce, perché sono perplesso a vostro riguardo.
21Ditemi, voi che volete essere sotto la Legge: non sentite che cosa dice la Legge? 22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. 23Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. 24Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar 25- il Sinai è un monte dell’Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. 26Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi.
27Sta scritto infatti:
Rallégrati, sterile, tu che non partorisci,
grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto,
perché molti sono i figli dell’abbandonata,
più di quelli della donna che ha marito.
28E voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. 29Ma come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. 30Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera. 31Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera.
Di qui, la necessità di promuovere la libertà dei figli di Dio per non ricadere nella sottomissione da schiavi. Se cerchiamo la salvezza nelle nostre “obbedienze” da servi della legge, siamo decaduti dalla grazia! La vera libertà non si traduce nel “fare quello che voglio”, bensì nel mettersi liberamente a servizio gli uni degli altri, come Cristo. Dobbiamo portare i pesi gli uni degli altri, perché questa è la “sua” legge, che non abolisce i dieci comandamenti, ma li porta a compimento!
5    1Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. 2Ecco, io, Paolo, vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. 3E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la Legge. 4Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia. 5Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. 6Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità.
7Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada, voi che non obbedite più alla verità? 8Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! 9Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. 10Io sono fiducioso per voi, nel Signore, che non penserete diversamente; ma chi vi turba subirà la condanna, chiunque egli sia. 11Quanto a me, fratelli, se predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? Infatti, sarebbe annullato lo scandalo della croce. 12Farebbero meglio a farsi mutilare quelli che vi gettano nello scompiglio!
13Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. 14Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 15Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! 16Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. 17La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.

Ne consegue l’abbandono della logica delle opere della carne (cioè quelle suggerite dalla mentalità di chi bada a salvare se stesso come scopo ultimo della vita), per entrare nell’accoglienza del frutto dello spirito (che nasce dal dono gratuito, che ci viene concesso, di vivere secondo lo Spirito di Gesù, come Lui e in Lui).
19Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è Legge. 24Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. 26Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
6    1Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu. 2Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. 3Se infatti uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso. 4Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in rapporto agli altri. 5Ciascuno infatti porterà il proprio fardello.
6Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce. 7Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. 8Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. 9E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. 10Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede.
Per tutti questi motivi, l’unico vanto del cristiano è la croce di Cristo, segno definitivo della gratuità assoluta e sconfinata dell’amore di Dio per noi. Così si diventa nuova creatura, si segue Cristo, nuova e definitiva “norma” di vita, e si attira sul mondo (e sull’Israele di Dio!) pace e misericordia, nella grazia del Signore Nostro Gesù Cristo.
11Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, di mia mano. 12Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. 13Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la Legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne. 14Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. 15Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. 16E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.
17D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.

E domani, 31 agosto -il giorno del patrono cittadino -Coletti sarà in Duomo alle 17 per la solenne celebrazione che svolgerà assieme al clero diocesano. Altro appuntamento che fa parte della tradizione di Sant’Abbondio.

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