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La verità di Panarisi ai giudici:”L’ha ucciso e mi ha chiesto aiuto”

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Così l'imputato numero due del delitto di Antonio Di Giacomo stamane in Corte di Assise a Como. Ha risposto alle domande del Pm Nalesso scaricando la colpa del delitto su Capellato, oggi assente. Mi ha chiamato almeno due volte. In una mi ha detto: vieni giù che ho combinato un casino…". Il racconto di Leonardo Panarisi, davanti ai giudici dell'Assise di Como, è lo stesso fatto durante i precedneti interrogatori in Questura ed in carcere. Stamane, dopo la mancata presenza di Capellato – co-imputato del delitto di Antonio Di Giacomo – è stato lui a rispondere alle domande del Pm Nalesso. Ripercorrendo cosa è accaduto il 9 ttobre del 2009 a partire dalla mattinata ad accompagnare la figlia all'asilo di Solzago di Tavernerio. Fino a quando Capellato lo chiama e gli chiede aiuto. Lui va a Como, da via Rienza, e poi sale da Capellato con il quale i rapporti erano turbolenti secondo Panarisi. "La colpa di essere stato arrestato nel 2001 per droga è sua, e così ho anche pensato di fargli del male. Non di ucciderlo, questo no, ma di fargli del male si…" ha ammesso candido candido Panarisi. Che poi ha puntato l'indice e le accuse sul co-imputato, oggi assente e rimasto a Torino in carcere (letti in aula ed acquisiti i suoi verbali degli interrogatori dopo il fermo ndr).

Panarisi ha rigettato ogni colpa per il delitto di Di Giacomo:"Sono entrato e l'ho visto a terra, sangue attorno. Aveva uno strofinaccio sul volto. Non capivo cosa stava acadendo. Lui mi sembrava assente. Mi ha chiesto di aiutarlo e di non abbandonarlo. Non so cosa mi è successo, ma sono rimasto lì ed ho sbagliato….". Poi ha spiegato tuta la fase successiva. Dalla preperazione della bara artigianale con un armadio acquistato all'Obi al cadavere avvolto nella pellicola messo nel furgone giallo della vittima e portato a Tavernerio.

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