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Delitto del furgone giallo: si aggrava la posizione di un fermato

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E' quella di Emanuel Capellato, 34enne comasco, ritenuto dalla polizia l'esecutore materiale dell'omicidio dello scorso ottobre. Lui nega e chiama in causa Panarisi. Ma contro di lui nulla di concreto. Potrebbe aver fatto tutto da solo. La discussione, la lite, i colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata ad Antonio Di Giacomo, il piccolo imprenditore di Colico trovato morto in un armadio trasformata in bara nel suo furgone giallo a Tavernerio. Era lo scorso mese di ottobre. Per gli inquirenti i responsabili sarebbero Emanuel Capellato e Leonardo Panarisi, 34 e 62 anni rispettivamente, il primo con casa a Como in via Cinque giornate (dove è avvenuto il delitto ndr), il secondo a Solzago di Tavernerio. Ma nelle ultime ore in procura a Como sono arrivati gli esiti degli esami effettuati dalla polizia scientifica su alcuni oggetti di Panarisi: un marsupio ed una borsa, ritrovata a casa di Capellato però. Negativo il primo, positivo il secondo. Ma questo potrebbe significare quello che Panarisi ha sempre ripetuto a polizia e Pm Nalesso: che lui è stato chiamato dall'amico ad omicidio avvenuto e poi lo avrebbe aiutato a portare via dal centro di Como il cadavere. Ma sul marsupio di Panarisi – indossato quel giorno – non c'è traccia di polvere da sparo. Dunque, lui non avrebbe esploso i colpi a Di Giacomo. La borsa è positiva all'esame, ma – come detto – è stata trovata a casa di Capellato. La cui posizione ora sembra aggravaersi sensibilmente.

Capellato ha chiamato in causa Panarisi, sostenendo di essere sceso al bar di sotto per un caffè e di essere poi tornato trovando il cadavere dell'imprenditore. Scaricando, dunque, tutto sul co-indagato. Ma Panarisi rigetta tutto ed ammette solo l'aiuto dato per portare via il corpo. I due sono tuttora in carcere. Per questa vicenda – accusato di favoreggiamento personale – era finito al Bassone anche Davide Terraneo, comasco, noto in città. Poi finito ai domiciliari, ora indagato a piede libero.

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