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Gli indagati “marcati” stretti. Ma loro parlavano solo in strada…

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Lo si apprende dopo il clamoroso arresto, ieri, di nove persone per il delitto dell'imprendityore di Cavaria Giuseppe Monterosso. Il via libero ala sua esecuzione dopo un summit in un bar in Sicilia. Una indagine difficilissima. Che la squadra mobile della Questura di Como ha portato avanti tra mille problemi. Uno su tutti: le intercettazioni telefoniche ed ambientali degli indagati, poi tutti finiti in carcere tra il Bassone ed Agrigento. Perchè i sospettati del delitto del piccolo imprenditore di Cavaria Giuseppe Monterosso – tra cui anche cinque comaschi – non parlavano mai di affari sporchi al telefono oppure in auto. Rendendo oltremodo complicata l’attività dei poliziotti che li seguivano a distanza. Loro si incontravano in quelli che ritenevano essere luoghi sicuri come i bar o per strada. E lì spesso pianificavano le cose.

Come la spedizione punitiva che sarebbe stata attuata da Abndrea vecchia, autotrasportatore di Albiolo, 48enne, dopo aver subito l’incendio di quattro camion nel suo deposito in piena notte. Il via libera per uccidere i presunti autori di quello sgarro – la famiglia Monterosso – l’uomo lo avrebbe ricevuto dopo un viaggio in Sicilia e l'incontro con famiglia mafiosa dei Messina cui sarebbe stato affiliato. Anzi, l’ordine era di sterminare anche altri tre parenti dell’imprenditore di Cavaria poi finito sotto i colpi di pistola (a premere il grilletto, secondo la polizia, il 46enne di Tavernerio Alessio Ciontrino). Per i poliziotti in ballo ci sarebbe stato il controllo dell’autotrasporto nella zona di Como e Varese.

Curiosità: tra i vari arrestati in Sicilia (quattro in tutto) figura anche il fratello di uno dei trenta più pericolosi latitanti italiani al momento. Si tratta di Fabrizio Messina, 35 anni. Il fratello Gwerlandino è tra i più ricercati da polizia e carabinieri. Un'altro degli arrestato – Calogero Palumbo, 49 anni, è scampato miracolosamente alla strage di Porto Empedocle nei primi anni 90.

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