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Le “Anime Urbane” di Bellanca e Chirico in mostra a Villa Sormani fotogallery

Aperta da oggi a Villa Sormani di Mariano Comense la mostra  “Anime Urbane  Visioni dal presente” degli artisti comaschi Fabrizio Bellanca e Marcella Chirico

Lo spazio di Villa Sormani, dimora di fine ‘700, contrasta con la contemporaneità dei lavori proposti da Bellanca e Chirico e, proprio per questo li rimarca esaltando le opere attraverso le sue grandi stanze che ritmicamente scandiscono la mostra, alternando ora il lavoro di un’artista, ora il lavoro dell’altro.

La selezione di opere pittoriche di Marcella Chirico e Fabrizio Bellanca è una variegata panoramica sulla loro più recente produzione, ricca delle più svariate tecniche pittoriche e incentrata sulla nuova metropoli, la grande città che, in una quotidiana spersonalizzazione dell’anima, finisce per apparire come una prigione per l’uomo moderno. La rappresentazione appare fredda e stilizzata e porta a scavare nel tempo in cui viviamo denunciandone la frenetica vita giornaliera, dove l’uomo si affanna per superare le reali difficoltà del quotidiano, spesso a discapito della sua dignità.

Tutto questo si rispecchia nelle architetture dei freddi grattacieli che nascondono l’orizzonte: l’uomo che ci vive è solo un numero, imprigionato nell’anonimato del consumismo. Il dialogo intermittente fra i due artisti termina in un grande salone dove le recenti esperienze di vita dei due protagonisti si confrontano; qui un faccia a faccia di piccole opere su alluminio, dedicate al viaggio, si muovono nella sala come tanti frame di un unico film, istanti di istantanee.

Le Anime Urbane sono quindi quelle dei due artisti, Fabrizio Bellanca e Marcella Chirico, che qui si confrontano per la prima volta, unite e contrapposte su un tema e una visione comuni: la metropoli come metafora della vita nel XXI secolo.

 

Anime Urbane Visioni dal presente

opere di Fabrizio Bellanca e Marcella Chirico

dal 16 settembre al 2 ottobre 2016

Villa Sormani – Via Montebello 36, Mariano Comense 

 orari mostra: Venerdì 15/19.30 – Sabato e Domenica 11/19.30

 

 

Fabrizio Bellanca

La ricerca di Bellanca, oltre che ad essere tecnica ed esplorativa di nuovi materiali e superfici, da qualche anno si

è spostata da un astratto geometrico ad un figurativo a volte quasi fotografico, a volte accennato, che presenta una duplice lettura. Se ci si avvicina fisicamente ad un’opera di Bellanca si perde il concetto di figura o di paesaggio, si viaggia verso una perdita della forma: le innumerevoli piccole parti che le compongono sono di per sé astratte.

Le monocromie, delimitate dall’intaglio del bisturi (una delle tecniche preminenti), si fanno irreali.

Soltanto allontanandosi dal quadro le forme si ricompongono. Come con le tessere di un puzzle polimaterico, l’immagine ricrea il soggetto che man mano diventa fotografico, quasi a voler riprodurre in modo maniacale

la realtà: uno scatto urbano, un’architettura, alcuni passanti che attraversano le strisce pedonali, dei visitatori

di un museo che colgono lo sguardo esteriore al di là delle stanze che inquadrano le architetture esterne come facenti parte delle opere.

In “Up”, ad esempio, possiamo vedere come la nuova Milano, vista dall’alto della torre dell’Unicredit, si trasforma in un geometrico. Le scritte, a volte casuali a volte ricche di significato, ci conducono verso un altro livello d’interpretazione, attraverso un sottile gioco di specchi. Nella serie delle monocromie su alluminio le opere cambiano aspetto a seconda di dove si trova lo spettatore: l’effetto cangiante è dato dagli inchiostri lucidi sulla superficie opaca del metallo. Le figure diventano positive o negative, creando uno stupefacente effetto di movimento.

La serie delle “Virtualoid”, che già dal nome evocano le ben note Polaroid in una rivisitazione neo vintage, propone scatti unici ed istantanei, appartenenti alla cultura degli anni ’70, riportati su alluminio. Qui i soggetti di Bellanca sono lavorati in miniatura mediante un intervento diretto con i suoi tipici materiali e le tecniche più sperimentali, dal Dremel per incidere la cornice ai colori per vetro utilizzati per coprire una sezione dello scatto oppure

esaltarne un’altra.

 

Marcella Chirico

L’artista, attraverso le sue opere, descrive un mondo all’insegna del piattume e della sofisticazione del messaggio. Numerosi i riferimenti diretti e indiretti alla società omologata quali elementi purtroppo imprescindibili nella vita frenetica e indifferenziata dell’uomo d’oggi.

La città di Marcella Chirico è un luogo-non-luogo spersonalizzato e spersonalizzante, ormai lontano da qualsiasi magnificenza storico-artistica. La contraddizione è ormai sempre più evidente: le vie proposte dal consumismo sono sì infinite e infinitamente attraenti, ma anche terribilmente distraenti da quelli che sono i veri valori della vita. L’appiattimento dell’individuo è lampante: dietro quell’illusoria esplosione di colori si avverte un senso di impotenza, di incapacità a contrapporre istanze diverse al modello americano e alla sua trionfale avanzata.

Si percepisce il disagio di una sconfitta collettiva che qualcuno si ostina ancora a non voler riconoscere come tale: nel subdolo fascino di quei colori violenti delle pubblicità che cambiano velocemente in un carosello colorato, colpendo la fantasia e dando sensazioni fantasmagoriche di movimento; oppure nel traffico delle auto tra i grattacieli, impietose sentinelle dell’animo urbano che sembrano toccare le nuvole.

Spesso la presenza di una luna è l’unico elemento che spezza la staticità e il degrado del gelido verticalismo architettonico. Le tecniche sono varie. Generalmente colori per vetro e smalti su lastre metalliche a volte riflettenti, a volte opache, che integrano diversi materiali e che vanno a formare un pattern multicolore. In alcuni casi è l’alluminio stesso, incollato su altre superfici, a suggerire l’idea di un’imponente città policroma sovraccarica

di splendore e di luce.