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Ipertiroidismo: all’ospedale Sant’Anna la cura è personalizzata

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Cinquecento pazienti con ipertiroidismo curati con la terapia radiometabolica personalizzata. È il bilancio di dieci anni di attività di utilizzo di questa tecnica da parte dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare dell’ospedale Sant’Anna di San Fermo della Battaglia.

“Quando abbiamo iniziato ad effettuare la terapia radiometabolica dell’ipertiroidismo – spiega il primario Angelo Corso – abbiamo deciso di farlo nel modo più personalizzato possibile, grazie alla costante e stretta collaborazione tra Medicina Nucleare e Fisica Sanitaria che insieme gestiscono le fasi preliminari dello studio. Non esistono infatti due stati di ipertiroidismo uguali: ognuno presenta caratteristiche particolari che devono essere considerate per ottenere più alte percentuali di guarigione con l’uso minore di radioattività”.

I risultati ottenuti nel trattamento di circa 500 casi lo testimoniano: nelle due patologie causa di ipertiroidismo (condizione che si verifica quando la tiroide funziona più del dovuto), quali il morbo di G-Basedow e l’adenoma autonomo, il Sant’Anna ha ottenuto con un unico trattamento la guarigione rispettivamente nell’85% e nel 100%. E nei casi di necessità di un secondo trattamento nei mesi successivi per il solo morbo di G-Basedow nel 100% dei casi con una seconda somministrazione. “Tali dati – aggiunge il primario – sono stati presentati in questi ultimi anni sia a livello nazionale che europeo, riscontrando interesse soprattutto per le modalità di personalizzazione e di calcolo della radioattività da utilizzare per il singolo caso clinico e per i risultati ottimali ottenuti di controllo della malattia ipertiroidea”.

L’utilizzo della radioattività

Le radiazioni generano sempre molte paure. L’uso medico della radioattività è quello dotato di maggiori sicurezze ed esatta valutazione del potenziale rischio grazie a studi che ne hanno documentato la sicurezza e il rischio molto limitato e calcolato. “La radioattività fa parte integrante dell’ambiente in cui quotidianamente viviamo – specifica Corso -. L’esposizione alle radiazioni naturali di origine dalla crosta terrestre e dal cosmo è condizione appunto “naturale”, dal momento del concepimento. La radioattività quindi non è a noi estranea e pericolosa, soprattutto quando utilizzata e monitorata per la cura di molte malattie non solo oncologiche”.

In Medicina Nucleare si utilizzano atomi blandamente radioattivi sia per scopi diagnostici, consentendo di valutare così la funzione di molti organi (cervello per la diagnosi precoce di molte malattie degenerative quali Alzheimer e Parkinsonismi, cuore per la cardiopatia ischemica, reni, scheletro, ghiandole endocrine, ecc.), sia in ambito terapeutico (terapia radiometabolica), come nel caso delle principali forme di ipertiroidismo.

Il meccanismo biologico che si sfrutta è semplice: si utilizzano atomi o molecole chimicamente simili o addirittura uguali a quelli normalmente utilizzati dal nostro organismo – in questo caso lo iodio utilizzato dalla tiroide per produrre i propri ormoni – sostituendolo con iodio radioattivo, sempre captato quindi dalle cellule tiroidee secondo il loro grado di funzionamento e quindi soprattutto da quelle cellule responsabili dello stato ipertiroideo, le quali ne subiranno selettivamente il danno, portando spesso con un’unica somministrazione di radioiodio al controllo definitivo dell’ipertiroidismo.

Tuttavia, deve sussistere una condizione alla base di tale utilizzo della radioattività a scopo medico: si deve sempre riuscire a ottenere il risultato migliore con la minor dose di radioattività somministrata. Questo si chiama “principio di ottimizzazione” e può essere pienamente rispettato solo se viene garantita la “personalizzazione” della terapia.

“Stiamo verificando la possibilità di un ulteriore passo avanti – conclude il primario – mediante valutazione del volume di tiroide responsabile dell’ipertiroidismo da trattare non solo mediante effettuazione di scintigrafia tridimensionale bensì anche con immagini tomoscintigrafiche + immagini TAC, riprese mediante una sofisticata apparecchiatura “ibrida” presente presso la nostra U.O. di Medicina Nucleare che, senza spostare il paziente, riprende le due sequenze scintigrafica e TAC sovrapponendole e quindi fondendole esattamente e fornendo più esatte informazioni sia funzionali (scintigrafiche) che morfologiche (TAC). Tale diagnostica, e quindi la successiva esatta personalizzazione terapeutica, ottimizza sempre più la terapia che adottiamo, ponendoci tra le Medicine Nucleari più avanzate in questa ricerca, come testimoniato dai risultati ottenuti”.

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