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Ezio Bosso con il suo “amico” Pianoforte Gran coda Steinway & Son al Teatro Sociale di Como

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Giovedì sera EZIO BOSSO sarà al Teatro Sociale di Como, per una tappa di “The 12th Room Tour”, una serie di concerti in piano solo del compositore e direttore d’orchestra che ha emozionato dal palco del Festival di Sanremo, con la sua composizione “Following A Bird”. L’appuntamento organizzato da Aslico in collaborazione con GC Events, è atteso da diversi mesi in città tanto che i biglietti sono andati esauriti in prevendita, salvo qualche palco che si è liberato all’ultimo minuto, perciò, chiunque fosse interessato, potrà provare ad acqyuistare il biglietto  presso la biglietteria del teatro in  Piazza Verdi (tel. +39. 031.270170 – info@teatrosocialecomo.it).

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Il tour di Ezio Bosso sta registrando sold out e standing ovation del pubblico nei teatri di tutta Italia. I concerti di questa prima parte di “The 12th Room Tour” si svolgono in acustico, senza ausilio di amplificazione, per dare vita ad un dialogo musicale tra il suono originale dell’ ‘amico’ Pianoforte Gran coda Steinway e gli spettatori, che partecipano allo spettacolo in rapito silenzio.

ezio-bosso cd

EZIO BOSSO RACCONTA “THE 12TH ROOM”, PIANO SOLO

“The 12th Room” è un doppio album, o forse sono due storie e una sola allo stesso tempo. Il primo disco (di 56 minuti) è composto da dodici brani, tra cui quattro inediti e sette di repertorio pianistico. Più un brano così inedito da non essere nemmeno mai stato eseguito dal vivo. Il secondo contiene invece la Sonata No. 1 in Sol Minore, che pur senza interruzioni è composta da tre movimenti, ed è della durata di circa 45 minuti. I due dischi sono anche esattamente la scaletta del mio ultimo concerto in piano solo registrato quasi live e con pubblico in sala al Teatro Sociale di Gualtieri tra il primo e il quattro settembre 2015.

I brani, come sempre nelle mie scelte, rappresentano un piccolo percorso meta-narrativo. Quelli di repertorio rivelano anche da dove provengo, dove si trovano le radici della musica che scrivo. Rivelano i due musicisti che convivono in me: il compositore e l’interprete.

Soprattutto sono storie di stanze. Stanze a cui appartengo, o che appartengono alla mia esperienza o semplicemente che appartengono alla storia delle stanze stesse. 

Alcuni brani mi hanno aiutato a tornare a suonare, ad uscire dalla “stanza”, con cui ricomincio a studiare. Altri sono brani dedicati da altri compositori a storie di stanze. Mi sono reso conto che in fondo anch’io ho scritto su stanze in passato, e non ci avevo mai fatto caso. Il primo disco rappresenta per me la preparazione alla Sonata, come fossero porte collegate che ci guidano da una stanza all’altra.

Ma alla fine, come sempre, è quella storia che non puoi raccontare. Forse seguendola vi riconoscerete o vedrete che tipo di storia era. Perché per me, se racconti una storia la cambi ed è anche per questo che esiste la musica. Per farcele vivere le storie. Io posso solo provare a darvi gli elementi, gli strumenti e aiutarvi un po’ a farlo. E se la regola dice che non si svela mai la fine di un libro o di un film, non si dice mai l’ultimo accordo di un brano.

Ogni suono che sentirete è prodotto interamente dal pianoforte e le dinamiche sono state mantenute rispettando l’esecuzione. La postproduzione è stata minima e basata sul concetto di far avere all’ascoltatore l’esperienza di sentirsi quasi dentro il pianoforte, come fosse il pianoforte stesso una stanza in cui entrare.

Disco 1. (56 min)

“12 Rooms”

  1. Bosso: (Unconditioned) Following, a Bird (Out of The Room)

Impari a seguire veramente solo quando ti perdi…

“Following” è nato qualche tempo dopo la mia prima uscita «dalla stanza» e non l’ho mai inciso. E’ quello con cui ho ricominciato a scrivere musica dopo “l’incidente”. All’inizio era per violino e pianoforte o violoncello e pianoforte ma è rinato come brano per pianoforte solo.  Ha un significato forte per me, per questo ho deciso di aprire tutti i miei concerti con questa musica. Deriva dall’esperienza di perdersi per imparare a seguire. E anche del suo contrario, ovvero: «perdersi seguendo».

Ero nel giardino della casa dove sto molto d’estate, si trova nella campagna bolognese, le gambe mi avevano lasciato da poco e io ero seduto fuori con il mio amico Gheda. Un pezzo di famiglia anche lui.

Mi sono perso guardando un uccello volare in alto, lontano, al limite del visibile. Ero lì con lui, lo seguivo. Seguivo quell’uccello ed entravo nel cielo, nei suoi colori, mi vedevo dall’alto. Seguendolo ho perso la mia condizione per un po’; il cielo cambiava colore verso l’arancione della sera estiva e io non mi ricordavo nemmeno più i problemi alle gambe. Senza farmi domande sul come o dove stesse andando, mi ero perso.

Non è facile da spiegare come condizione, ma quando mi sono “svegliato” ho cominciato a ragionare sul fatto che per seguire bisogna perdersi. Perdere i pregiudizi, i problemi, le paure e imparare da ciò che vediamo, che sentiamo. Un po’ come in amore, perdi tutto il passato per seguire completamente.

Seguire l’inaspettato. Per me, il miglior modo per conoscere una città è perdendosi. E’ così che ho incontrato, e amato, seguito la mia città d’adozione. Per questo vi auguro sempre di perdervi, per trovare. Per imparare a seguire.

 

2 – 7. La Suite: Bach was in Another Room

2  Chopin: Preludio No. 20 Op. 28 (The Burned Room)

3  Bach-Bosso-Siloti: Stanza BWV855a dalla cantata in Si minore (The God’s Room)

4  Chopin: Preludio No. 8 Op. 28 (The Dark Room)

5  Bach- Bosso:  Stanza No.2 (The Breakfast Room)

6  Chopin:  Preludio No. 6 Op. 28 (The Painroom)

7 Bach: Preludio no. 1 dal Clavicembalo Ben Temperato BWV466 (The Building Room)

 

Qui si alternano 6 brani. E’ una piccola storia nella storia. E’ la storia di Chopin che rimasto senza stanza la «cerca» in Bach, prendendo come modello i suoi preludi del clavicembalo ben temperato e componendo così i suoi.

Fu proprio ciò che accadde a Mallorca. Su questa base ho deciso di alternare dei preludi, delle «stanze» di Bach alcuni rivisitati da me, portandoli nel mio mondo (voi direte che iconoclasta! Eppure anche Bach lo faceva con altri compositori), ai preludi forse più intensi e poetici di Chopin.  Questa storia si chiude con quello che è forse il preludio più importante e famoso della storia delle tastiere, quello del clavicembalo ben temperato. Dove ho optato per un interpretazione quasi estrema.  Un solo unico grande crescendo, come se il clavicembalo si liberasse in pianoforte. Come il fiorire a nuova vita.

Un lieto fine che avrebbe meritato il mio amico Chopin…

 

  1. Bosso: Split, Postcards from far away (The Tea Room)

Nato originalmente per trio violino, violoncello e pianoforte, l’ho riscritto per pianoforte e nastro magnetico.

Tempo fa mi commissionarono un lavoro sui cartelli stradali, cosa paradossale per me, visto che non ho mai avuto la patente. Così, “andando per cartelli stradali” ne ho identificati undici uguali per tutti i paesi del mondo e li ho usati come fossero macchie di Rorschach. Chiedevo alle persone che intervistavo cosa vedessero oltre la loro funzione. E’ uno dei miei metodi di ricerca. Dico sempre che la parte più lunga è la ricerca, poi la musica viene da sola.

E’ così ho scoperto l’esistenza della poesia dei cartelli stradali. Il brano prende spunto dal cartello stradale che in inglese viene chiamato “Split”, quello con le due frecce che si dividono, per intenderci.

I più, guardandolo, parlavano ovviamente della fine dell’amore, del separarsi. Alcuni dell’allontanarsi dalle proprie radici, della sensazione di non appartenere a un luogo, altri invece delle culture che non riescono a incontrarsi pur provenendo dalla stessa fonte: Essere Umani. E altri dell’incapacità di ascoltarsi l’un l’altro.

Ma l’esperienza che mi raccontò un vecchio veterano inglese mi diede un’immagine così forte che mi fece ricollegare tutto questo. Anche i miei ricordi e le mie sensazioni.

Mi disse: “Ero in una piazza distrutta dalle bombe. Rumore assordante. Grida di dolore come non esistessero più i colori. E io avrei voluto solo apparecchiare per il tè, con le tovaglie di broccato e le porcellane Royal Crown, come una perfetta Tea Room. Vedevo quel tavolo lì in mezzo. Come cercassi disperatamente di attaccarmi alle mie origini, alle mie abitudini per dimenticare l’orrore dove ero.”

 

  1. Gluck-Sgambati: Una, melodia di Gluck (The Therapy Room)

Se Orfeo entrò nella stanza di Nettuno per stringere il patto e andare agli Inferi da Euridice, un mio amico russo mi ha raccontato che pare che questo brano abbia curato e fatto uscire dalla auto-reclusione uno dei più grandi pianisti e compositori della storia: Sergey Rachmaninov.

Pare fosse il brano che eseguiva ogni giorno per calmare i suoi nervi durante una tremenda depressione che lo portò a rinchiudersi per circa due anni. Glielo fece scoprire uno psichiatra e lui lo usava quasi come forma di autoipnosi. Quando si ristabilì divenne poi uno dei sui bis preferiti.

E’ anche il brano con cui io ricomincio a studiare dopo che esco dalla “stanza”. Lo suono e lo risuono, mi aiuta a riprendere coscienza delle mani. Perché ha una tecnica e una difficoltà particolare ed è scritto in modo che le due mani si intreccino continuamente, quasi accarezzandosi.

E da questo continuo accarezzarsi, magicamente, nasce la melodia di Orfeo.

 

  1. John Cage: In a Landscape (The Smallest Room)

Quando chiesero a John Cage perché avesse mai scritto un brano così poetico e aulico, lui rispose che lo aveva composto perché era in una stanza così piccola e brutta che doveva immaginarsi dei paesaggi meravigliosi per poterla sopportare.

Ho deciso di far scoprire John Cage a chi non lo conosce o conosce solo una parte di lui. Merita essere riscoperto, o scoperto. Merita lo stupore che mi dichiara il pubblico quando sente questi brani.

Suono quelle composizioni della sua gioventù che senza tanti giri intellettuali spiegano bene perché divenne il musicista del silenzio. Pensandoci fu proprio una stanza, la Stanza Anecoica che rivelò a John il suo percorso.

Un’altra storia di stanze.

Per me è una persona e un musicista fondamentale. Consapevolmente e inconsapevolmente mi ha dato tanto.

Ho avuto la fortuna di incontralo quando avevo undici anni. Mi ha, per così dire, salvato da un «cattivo maestro» che mi gridava addosso e a volte usava le mani. E di cui ero letteralmente terrorizzato.

Durante una delle lezioni in cui come al solito venivo maltrattato entrò nell’aula questo signore di una certa età. Semplicemente si sedette e chiese se potevo ripetere l’esercizio che stavo facendo.

Alla fine disse: «A me sembra molto bravo, perché grida?» E almeno quel giorno il «cattivo maestro» chinò la testa. L’ho incontrato ancora 10 anni dopo e lui si ricordava perfettamente di me e di quel momento.

John ha avuto molta influenza sul mio suono di scrittore di musica e di interprete, in fondo era uno sciamano e mi sono accorto solo da adulto quanto la sua musica e lui mi siano vicini. Grazie John.

 

  1. Bosso: Missing a Part (The Waiting room G)

Ci sono incontri, dove giri lo sguardo e dici sì, solo sì. Fai proprio sì con la testa. Non riesci a fare altro. E tutto è diverso. Tutto è cambiato.

Quegli incontri dove scopri la parte che ti mancava, in realtà ti eri solo convinto non esistesse, perché noi esseri umani siamo belli anche per questo: siamo così fragili che ci convinciamo che non esista o non possa esistere quella bellezza infinita nella nostra esistenza. Che sia solo un mito.

Lo facciamo per sopravvivere.  Ci adattiamo. Ci adattiamo a noi stessi. Poi, appunto, giri lo sguardo e ti trovi di fronte alla porta che si è aperta. Che ti sembrava di aspettare da sempre.

E quando si aspetta ci si sente come se ci mancasse una parte, un pezzo mancante. E’ una sensazione persino fisica tanto è presente. Così ho cominciato ad approfondire cos’è l’attesa.

Deriva da tensus, tendere verso ma anche tentus: «volgersi verso», «rivolgere l’anima».

Ho raccolto storie di attese, ho chiesto a chi avevo intorno cosa provasse quando aspetta e cosa avvenisse alla fine di un’attesa. Come faccio sempre, per capire meglio. E da questa «collezione di attese» si evince che questa sensazione di mancanza ci prende sia che si aspetti qualcuno per noi importante o un risultato di un esame clinico, o quello di un colloquio. Piccole o grandi attese che siano.

E’ la stessa sensazione quasi palpabile che incontri nelle sale d’attesa degli ospedali o dei medici prima che si apra “quella porta”.

Ma è paradossalmente uguale a quella che portiamo dentro quando realizziamo di non essere completi. Ti sembra di essere senza le gambe per andartene (e ve lo dico io che sono un esperto in materia).

Qualcuno mi ha detto che si può persino ballare con quella sensazione. Ma soprattutto è quando senti che qualsiasi cosa tu faccia, qualsiasi gesto, o sapore, o suono tu ascolti e qualsiasi cosa tu veda o possa incontrare sembra mancare di una parte.  E’ così forte da farti gridare dentro o farti evaporare.

Ed è esattamente ciò che si prova quando si aspetta la persona amata. Poi, finalmente, si apre quella porta. Dove non troverai la risposta ma l’aprirsi dell’orizzonte.

E’ nato pochi giorni prima della registrazione. Era già nelle mani. Cosa inaspettata e nuova. Ed è nato  mentre aspettavo. Io l’ho solo messo su carta con la matita. Ed è dedicato a una persona in particolare, anzi direi che è proprio suo. E anche questo per me è una prima volta. E’ La stessa persona che quando le descrissi cosa sentivo aspettandola, mi confidò che era la stessa, identica cosa che stava capitando a lei.

  1. Bosso: Emily’s Room (Sweet and Bitter)

Emily Dickinson è una delle mie poetesse preferite, credo di aver letto tutte le sue poesie, le sue lettere e i suoi scritti. Anche questo brano è stato scritto tempo fa, ma per pianoforte solo non lo avevo mai pensato. Poi ho sentito l’esigenza di riprenderlo. E’ un brano che fu scartato da una colonna sonora.

La Dickinson decise di chiudersi per tutta la sua vita in una stanza, di autorecludersi e guardare il mondo attraverso una finestra, vera e immaginaria allo stesso tempo.

Chiamava le sue Poesie: “le mie piccole stanze”.

Ho scritto tanti brani sulle sue poesie. Questo è un frammento ispirato a lei che dice: “La dolcezza delle tue labbra e l’amaro delle tue parole”.

Mi sembra quindi giusto chiudere questa prima parte proprio con colei che ha deciso di non muoversi più dalla sua dodicesima stanza.

ezio bosso 6

 

Disco 2 (44 min)

“The 12th Room”

 

Ezio Bosso: Sonata No. 1 in G minor for solo Piano, “The 12th Room”

1 Adagio doloroso, verso il brio, con furore, Al tempo Primo.

(Entering the Rooms)

2 Trio: Sospeso, Dolcemente, Con Moto, Agitato.

(Dressing the Rooms, Imaginary Room Mates)

3 Finale: Allegro molto, Calmo, Presto, Danza.

(The 12th Room)

 

C’è una teoria antica che dice che la vita sia composta da dodici stanze. Sono le dodici in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. Dodici sono le stanze che ricorderemo quando passeremo l’ultima.

Nessuno può ricordare la prima stanza perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. E quindi si può tornare alla prima. E ricominciare.

La parola stanza, significa fermarsi, ma anche affermarsi. E una parola così importante eppure non ci pensiamo mai. La diciamo e basta.

Le abbiamo inventate. Le abbiamo costruite quando abbiamo trovato finalmente un posto dove fermarci. E gli abbiamo dato nomi, numeri e significati, a volte poetici: la stanza dei giochi, la stanza della musica, la stanza dei sogni. La stanza della luce o la stanza cieca.

Altre volte pratici: la sala, il salone, la stanza da bagno, la cucina.

Sono infinite le stanze, ma non ci pensiamo mai. Sono così comuni nella nostra vita che le releghiamo ad essere vane chiamandole vani. O le asserviamo chiamandole Camere.

Le stanze dove si impara le chiamiamo Aule. Che bel nome. Vuol dire libero, pieno di aria. E quelle dove si rinchiudono le persone celle, come se non esistessero più come non fossero visibili. Poi ci sono le stanze con un carattere: le stanze della gioia, o quelle del dolore, le stanze della memoria, le stanze abbandonate. Stanze che fanno paura, come quelle del potere altresì dette “Dei Bottoni”.

Ci sono stanze in cui rifugiarsi e altre in cui auto-recludersi, che in fondo sono parenti strette. Insomma, davvero sono infinite. Ogni stanza ha un suo suono, un suo odore, un suo tatto e una luce che influisce su di noi e condiziona la nostra memoria.

I latini, come noi italiani davano loro direttamente un nome: Atrium, Convivium, Triclinium. Gli inglesi invece le aggettivano, le danno una funzione nel nome: Roomtherapy, Tearoom, Pianoroom.

Stanza e Spazio per gli inglesi sono la stessa cosa. Per ognuna di esse che percorreremo, apriremo una porta che ci porterà dentro ad un’altra stanza o fuori. Perché le stanze si percorrono. Nelle stanze si entra e si esce. 

Le stanze sono vuote o piene e siamo noi a deciderlo, come se le nutrissimo o le vestissimo e svestissimo. 

Perché le stanze cambiano dopo ogni secondo che passa, le cambia la luce, le persone che ci passano, che le vivono. Assorbono la nostra energia e mutano con quella che lasciamo.

Personalmente ho dovuto imparare a percorrere stanze immaginarie, per necessità. Perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica, è una stanza in cui mi ritrovo bloccato per lunghi periodi, una stanza che diventa buia, troppo piccola per contenermi e per sopportarla eppure immensa e impossibile da percorrere per me. Nei periodi in cui sono lì, vivo attimi in cui ho la sensazione che non ne uscirò mai più. 

Il tempo non esiste. Resta fuori dalla stanza.

E’ una stanza dove non ho corpo, dove non c’è musica.

A volte si trova in un ospedale a volte a casa, ma in realtà è sempre la stessa stanza. 

E’ talmente buia che anche alcuni dei miei affetti fanno fatica ad entrarci. Lo avverto, me lo hanno anche confessato.

Quella stanza mi resta dentro per un po’ anche dopo che ne sono uscito. Condiziona i miei movimenti e il mio corpo. Mi fa far di tutto pur di non entrare in nessuna stanza i primi giorni.

Eppure anche lei mi ha regalato cose importanti; mi ha incuriosito, mi ha ricordato la mia fortuna. Mi ha fatto persino giocare con lei.

Durante la permanenza in essa ho imparato il significato di stanza, mi ha fatto incontrare storie di stanze.

Mi ha fatto conoscere Helena Blavatsky, una teosofa che tra i suoi libri cita frammenti del libro tibetano proibito o maledetto che si chiamava proprio “Libro delle 12 stanze”, un libro perduto che racchiude il pensiero di cui scrivevo all’inizio. Un libro che compare e scompare nella Storia.

Pare che il suo contenuto rivoluzioni il concetto stesso di tempo ed esistano solo quattro monaci in Laos che ancora lo proteggono.

La mia stanza antipatica, mi ha fatto pensare e ricordare molte delle stanze che ho percorso, le stanze importanti della mia vita passata e quelle presenti. Mi ha fatto riflettere sulle stanze delle persone che amo.

Mi ha ricordato che ho stanze simpatiche e leggere che mi aspettano ogni volta che ci torno, come la 403 dell’Hotel Locarno a Roma o la 204 del Boscareto a Serralunga d’Alba e che da ragazzino ho sempre pensato che avrei vissuto in una stanza d’albergo e non in una casa.

E in fondo un po’ è successo.

Mi ha fatto incontrare persone belle e vicine che mi hanno aiutato a starne fuori. Persone speciali.

E mi ha fatto riflettere sulle stanze che stanno dentro al lavoro degli uomini. Che ne condizionano le scelte o li ispirano loro malgrado.

Molte delle creazioni dell’uomo avvengono in una stanza.

La vita quindi non è un tempo ma uno spazio. E lo spazio è Infinito.

Mi ha fatto ridisegnare il concetto stesso di stanza, oltre i suoi otto elementi.

La mia stanza antipatica mi ha insegnato che Frederic Chopin scrisse i suoi famosi Preludi dopo che lo avevano cacciato dall’albergo e bruciato la sua stanza a Mallorca perché era malato. Che John Cage compose stanze, che Bach fu il primo compositore ufficiale di stanze. 

Lo sapevate che le canzoni nei tempi antichi le chiamavano anche stanze?

Si, perché stanza è anche un modo per definire una poesia. 

E poi mi ha fatto apprendere che Orfeo entrò nelle stanze internali per fare il patto con Nettuno, che Sergey Rachmaninov si chiuse in una stanza depresso e ne uscì suonando un brano di Sgambati proprio su Orfeo e mi ha fatto conoscere tanto altro ancora. 

E così ho imparato a costruire, a immaginare nuove stanze da percorrere e mi ha dato la possibilità di scrivere queste 12 stanze nascoste, di prepararle. 

Trovo bellissimo dire o sentirsi dire: «Ti ho preparato la stanza…».

Mi ha fatto diventare oltre che compositore meteorologo, compositore pneumologo o compositore oceanografo anche un compositore carpentiere e decoratore.

E ancora una volta mi ha ricordato quanto sia un uomo fortunato, perché ho la musica che mi insegna, che mi cura e che mi sta vicino anche quando non c’è musica.

La sonata che sentirete in questo disco, è nata dalla permanenza nella «stanza» e dai miei occhi aperti dopo, da ciò che è successo e dalla gioia di uscirne e di riaffermarmi poco a poco.

E’ nata con le persone che mi sono state vicine e quelle che ho avuto la fortuna di incontrare.

L’ho scritta in 4 ore. Io dico scrivere, non comporre, per me la musica si scrive. Non sono un compositore, ma un musicista che scrive la musica e suona il pianoforte all’occorrenza.

L’ho scritta in poche ore e non mi capitava più.

Ormai per me scrivere è diventato faticoso.

Nemmeno mi sono accorto che la stavo scrivendo, che stavo scrivendo tutte quelle stanze che ci accompagnano, che avevo studiato o le storie di stanze condivise con me da chi incontravo. Come dico sempre: «è stato come se mi fossi addormentato».

Quando mi sono svegliato era di fronte a me, sulla carta (ma in compenso ci ho messo 4 mesi per imparare a suonarla). 

E’ composta dagli 8 elementi che compongono una stanza e da dodici stanze in dodici. Ma sta a voi trovarle, io non vi dirò come.

L’antipatica stanza mi ha fatto scoprire nuove possibilità del mio strumento che non avevo mai pensato.

Mi ha fatto capire che il pianoforte è una stanza in cui si entra.

Mi ha regalato questo brano che, lo dico senza remore, è forse il più importante di tutta la mia esistenza di uomo.

E mi ha tolto un’altra rete di protezione che nemmeno pensavo di avere, facendomi fare la mia prima serie di concerti da solo.

E sì: mi ha liberato.

C’è una frase bellissima che ho visto su una targa di un muro a Firenze.

Recita così: “Qui il 25 aprile la libertà ha ripreso stanza”.

Perché se stanza significa tra le altre cose affermarsi, vuole dire anche liberarsi.

La Dodicesima stanza non è l’ultima, è quella da cui si ricomincia, si rinasce, si cresce.

Benvenuti nella dodicesima stanza…

Ah, dimenticavo; chiudo molti miei concerti dicendo “Grazie per aver suonato con me”. Ora, a voi che avete questo album, visto che lo dicono i DJ, vi dirò: “Grazie per avermi Suonato…”

 

 

 

ezio bosso 5

Ezio Bosso è un pianista, compositore, direttore d’orchestra ed è stato anche contrabbassista. Prolifico, innovativo e raffinato, il suo talento si è esercitato nei più disparati e complessi ambiti musicali, dalle composizioni classiche per le grandi orchestre sinfoniche, a quelle da camera o solistiche, dalla colonne sonore per il cinema fino al teatro, alla danza e alle sperimentazioni con i ritmi contemporanei. Dal 2011 convive con una malattia neurodegenerativa progressiva.

È considerato uno dei compositori e musicisti più influenti della sua generazione.

Ezio Bosso, nato a Torino, si avvicina alla musica all’età di quattro anni grazie a una prozia pianista ma soprattutto grazie al fratello Maggiore che lo indirizza alla sua vita. A sedici anni debutta come solista di in Francia e si esibisce in varie orchestre europee, ma è l’incontro con il maestro Ludwig Streicher che segna la svolta della sua carriera artistica, indirizzandolo a studiare Composizione e Direzione d’Orchestra all’Accademia di Vienna. Negli anni ’90 si esibisce in alcune delle più importanti stagioni concertistiche internazionali come solista, direttore o in formazioni da camera, salendo sul palco di Royal Festival Hall, Southbank Center London, Sydney Opera House, Palacio de las Bellas Artes di Mexico city, Teatro Colon di Buenos Aires, Carnegie Hall NYC, Teatro Regio di Torino, Houston Symphony e Auditorium Parco della Musica Roma.

Dirige alcune delle più importanti orchestre internazionali, come la London Symphony Orchestra, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, l’Orchestra dell’Accademia della Scala, l’Orchestra Filarmonica ‘900 e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia per citarne alcune.

Nel 2013, su suggerimento di Gidon Kremer, il famoso violoncellista Mario Brunello gli scrive chiedendo di incontrarlo. Da questa casualità è nata una intensa collaborazione in duo pianoforte e violoncello e una profonda amicizia.

Nel 2014 Ezio Bosso ha debuttato con la sua Fantasia per Violino e Orchestra come direttore alla testa di London Symphony Orchestra con Sergey Krylov al violino solista. Dal loro incontro è nata una collaborazione continuativa.

Nel 2015 The Arts News Paper e Penelope Curtis (ex direttrice di Tate Britain) hanno definito il suo concerto alla Ikon Gallery di Birmingham, all’interno dell’opera 3 Drawing Rooms del suo amico fraterno David tremlett, «l’evento artistico dell’anno del Regno Unito». Sempre nel 2015, Ezio è stato scelto dall’Università Alma Mater di Bologna (la più antica università d’Europa) per scrivere e dirigere una composizione di larghissima scala per 200 musicisti dedicata alla Magna Charta Universitatum come primo inno ufficiale di questa importante istituzione mondiale.

Attualmente vive a Londra, dove è stato direttore stabile e artistico dell’unica orchestra d’archi di grande numero inglese: The London Strings.

Vincitore di importanti riconoscimenti come il Syracuse NY Award al Syracuse Film Festival 2008 (New York) per la miglior colonna sonora nel film di Cristiano Bortone “Rosso come il cielo” o il Green Room Award 2010 in Australia, e di onorificenze istituzionali per il suo impegno come musicista e come uomo come il Nettuno d’oro di Bologna, la sua musica viene richiesta nella danza dai più importanti coreografi come Christopher Wheeldon, Edwaard Lliang o Rafael Bonchela, nel teatro da registi come James Thierrèe mentre nel cinema collabora con molti registi italiani. Per Gabriele Salvatores firma le colonne sonore dei film “Io non ho paura”, “Quo Vadis, Baby?” e “Il ragazzo invisibile”.

Dando sempre molta attenzione ai progetti di sostegno sociale, dal 2013 Ezio Bosso è artista residente dell’Opera Barolo (la più antica opera pia d’Italia) dove, tra le altre cose, organizza un progetto unico al mondo il “Zusammenmusizieren: far musica insieme”, un progetto di cultura per il sociale dove periodicamente si aprono le porte dello studio del musicista nella sede di Palazzo Barolo (Torino) in 3 giorni dedicati a lezioni individuali ad ogni tipo di musicista di qualsiasi livello e età, a chiunque voglia suonare con lui e parlare di musica, di sicurezza di sé, di memoria, di tecniche di ascolto di suono e di spazio di tanto altro ma soprattutto dell’importanza dell’ascolto. Un’esperienza completamente gratuita aperta anche agli ascoltatori.

Nell’autunno 2015, nonostante l’immensa mole di opere scritte, composizioni e collaborazioni, esce il suo primo disco solista ufficiale “The 12th Room” (Egea Music), composto da un cd con 12 brani e un secondo cd con una sonata (divisa in tre movimenti) della durata di 45 minuti.

Ezio Bosso partecipa come ospite al 66° Festival di Sanremo, eseguendo sul palco la sua “Following a Bird”.

 

 

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