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C’era una volta una donna e un Barbablù. Violenza in casa, spettacolo a Villa Olmo (il video)

E’ stata la settimana dell’8 marzo e nella Giornata Mondiale della Donna non può passare sotto silenzio il tema della violenza sulle donne. L’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Como da appuntamento domenica 13 marzo alle 21 nel Salone d’onore di Villa Olmo con lo spettacolo teatrale a cura dell’associazione culturale “Teatro in mostra” dal titolo “Barbablù 2.0: i panni sporchi si lavano in casa”
di Magdalena Barile.

Uno spettacolo poetico e privo di ogni retorica sul tema della violenza sulle donne. Non è la storia di un marito violento e delle conseguenze delle sue azioni, ma la storia di un viaggio nella testa di una donna. La ricerca di un’identità forte che si è persa, sfilacciata fra violenze e soprusi che sono diventati la norma. Come in un giallo, la protagonista si troverà a ricostruire la dinamica di un omicidio, il suo, arrivando alla consapevolezza finale e terribile di esserne stata complice. A CiaoComo le parole di presentazione della direttrice artistica ed attrice Laura Negretti

C’era una volta un uomo con la barba dai terribili riflessi blu.
C’era una volta un uomo che aveva avuto tante mogli: dicono sette ma forse anche di più…..C’era una volta una porta chiusa che per nessun motivo doveva essere aperta.
C’era una volta una moglie talmente tanto curiosa da meritarsi una punizione.
C’era una volta una stanza piena di orrori.
C’era una volta un lieto fine.
Forse.

barbablu 2016

13 Marzo ore 21

Salone d’onore di Villa Olmo – Como

A cura dell’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Como

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

BARBABLÙ 2.0
I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA

DI Magdalena Barile
CON Antonio Grazioli e Laura Negretti
REGIA Eleonora Moro
SCENOGRAFIA E PROGETTO LUCI Armando Vairo
MUSICHE ORIGINALI Eleonora Moro
ASSISTENTE ALLA REGIA Sara Panetta
PRODUZIONE Teatro in Mostra

 

barbablu 2016 1

NOTE DELL’AUTRICE
Fra tutti i crimini contro l’individuo che questa società democratica sembra assorbire senza troppo scomporsi, digerendo i fatti sanguinosi con atavica assuefazione, ci sono i delitti contro le donne. E’ cosa nota che ogni giorno i media ci bombardano con le notizie di nuovi casi di uxoricidio; fidanzate, moglie e figlie, colpevoli di suscitare nei loro uomini-padroni spettri di infedeltà, ribellione, indipendenza, pagano con la vita la loro disubbidienza. Schiave ridotte a corpi senza volontà che non trovano e non possono trovare la forza di spezzare le catene perché troppo abituate a subire, soggiogate dalle cattive tradizioni e dalla mancanza di un’alternativa. Non spetterebbe al teatro sanare le piaghe sociali ma chi lo fa e lo frequenta, lo sa: la natura del teatro è quella di scardinare la realtà, rappresentandola, e costringendola così a ripensare se stessa.

Quando Laura Negretti mi ha commissionato la scrittura di questo testo, aveva già in mente molto chiaro, che per parlare di donne maltrattate non avremmo dovuto cominciare dalla cronaca ma da molto più lontano, da molto più in profondità. Dalla tradizione popolare, dalla fiaba di Barbablù, scritta da Charles Parrault nel XVII secolo. (Fiaba che curiosamente nasce come monito alle fanciulle di non lasciarsi guidare dalla troppa curiosità e oggi si presta perfettamente a essere una parabola sulle donne vittima di follia omicida da parte di mariti).

La figura di questo marito orco, Barbablù, che colleziona mogli assassinate nella stanza segreta del suo castello è stata per secoli suggestiva materia di riscritture, sceneggiature cinematografiche, riflessioni teoriche, spunti gotici e umoristici. Lavorare sulla riscrittura di un classico, rispondere alla sua chiamata, significa cercare nel contemporaneo tutte le possibili casse di risonanza per far rivivere i conflitti drammatici e le funzioni narrative originarie, facendole proprie con scelte stilistiche e formali. Esiste un teatro didattico che mostra allo spettatore come deve comportarsi, esiste un teatro sociale che mostra allo spettatore come “non” deve comportarsi e poi esiste il teatro tout court che racconta delle storie e lascia allo spettatore la libertà di giungere alle proprie riflessioni. Noi ci siamo ispirati a quest’ultimo modello.

La prima scelta è stata quella di ambientare il lavoro in una ricca provincia del nord di questo paese, evitando l’alibi della povertà, della dislocazione geografica e dell’ignoranza. Un mondo all’apparenza di assoluta armonia, di fiaba appunto, dove dietro le porte regnano meccanismi implacabili di violenza e sudditanza psicologica.

Per narrare il nostro Barbablù abbiamo scelto il “thriller”, il genere del mistero per eccellenza, per raccontare e scandagliare quello che per certi versi rimane davvero un mistero doloroso, una zona oscura della società ancora tutta da risanare. Di cosa si nutre ancora, nei tempi del progresso e delle pari opportunità, quell’incantesimo che ancora affossa volontà e ragione e trasforma le donne in vittime?
Barbablù 2.0 non è la storia di un marito violento e delle conseguenze delle sue azioni, ma la storia di un viaggio nella testa di una donna. La ricerca di un’identità forte che si è persa, sfilacciata fra violenze e soprusi che sono diventati la norma. Come in un giallo, la protagonista si troverà a ricostruire la dinamica di un omicidio, il suo, arrivando alla consapevolezza finale e terribile di esserne stata complice. – Magdalena Barile