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Il bambino che saremo stati: “Ero” di Cèsar Brie al Teatro San Teodoro

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Domani sera alle ore 21.00 andrà in scena al Teatro Comunale San Teodoro di Cantù lo spettacolo  “ERO”  che porta la firma di testo, regia ed  interpretazione del noto artista italo-argentino, César Brie.

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Uno spettacolo che, come spiega lo stesso autore, è “un viaggio attraverso le vicende annidate dietro le grandi parole, un lavoro che indaga sul bambino nascosto dietro al vecchio; indaga sul vecchio che si disfa del bambino”. Un lavoro  che dietro parole come amore, morte, assenza, dolore, gioia, svela come  si celino vicende personali, volti precisi, piccoli disagi, rimpianti sbiaditi, eventi apparentemente infimi che hanno segnato la nostra esistenza.
Ognuno di noi è abitato da questi eventi, sono comuni a tutti, appartengono a tutti.
Ognuno ha il proprio elenco di volti, gesti, drammi e carezze.

Questo lavoro è un viaggio attraverso le vicende annidate dietro le grandi parole.
Indaga sul bambino nascosto dietro al vecchio; indaga sul vecchio che si disfa del bambino.
Cerca l’anziana annidata nel volto della fanciulla e la ragazza che scopre l’amore tra le rughe del tempo. A ognuno di noi è data la possibilità di tornare dall’esilio, di aprire la porta della nostra casa.
A ognuno di noi è data la possibilità di non rimanere accecati dalla luce dell’annunciazione.

Teatro Comunale San Teodoro – via Corbetta, 7 Cantù

Sabato 27 febbraio ore 21.00

“ERO”

di e con CÈSAR BRIE

Costo del biglietto

Intero                                              15 €

Ridotto                                              13 €

 

Prenotazioni

Mail – biglietti@teatrosanteodoro.it

Biglietteria – tel. 031717573  (Lun/Giov dalle 18 alle 21; Merc/Ven dalle 10 alle 13)

ERO 7 foto P.Porto_

 

NOTE DI REGIA

Credo che il reale non sia ciò che si vede.
Che il reale sia in agguato dietro le vicende e le situazioni.
Di quel reale “in agguato” mi occupo da tempo.
Cerco di “non recitare”, di avere onestà, verità, esposizione e poesia nella finzione della recita. La scena non è per me uno spazio dove dire testi scritti da altri.
Non è un luogo naturale. Non esiste la “scena” in natura.
La scena esiste ogni volta che indago, osservo e abito l’esistenza senza volerci soltanto vivere. Scena come luogo in cui appare ciò che non è visibile.
Ogni spazio ed ogni evento possono diventare “scena” se li osservo e li interrogo.

ero teatro san teodoro

Mi interessa qualcosa di antico, il rapporto tra il bello e il vero.
Mi interessano le forme che il bene può assumere in arte senza essere noioso e retorico. Che la crudeltà e il male siano più interessanti del bene, in scena, non è una novità.
Ma che la crudeltà possa essere la forma in cui la pietà si esprime in arte non è automatico. È la responsabilità di creare il legame tra pietà a crudeltà.

Quella responsabilità di cui ci riempiamo la bocca nei nostri discorsi e che così poco pratichiamo nella vita e ancora meno nel nostro mestiere di artisti.
La nostra cultura spesso si sostiene su delle imposture.
Sulla fallacia di nominare ciò che non conosciamo e ridurre a parole le azioni che non realizziamo.

I nomi al posto delle azioni e dell’esperienza.
A questo spesso abbiamo ridotto la conoscenza. Responsabilità implica difficoltà, rischio. Ho indagato sulle vicende delle persone, dei miei contemporanei. Ciò che ci accomuna.
Dietro le grandi parole ho scoperto migliaia di vicende.
E quasi tutte collegate ad alcuni archetipi. Spesso familiari.

Ho scelto questi: padre, madre, nonni, infanzia, assenza, fratelli, figli, amore, esilio, mestiere e rancore. Ho unito queste figure in un racconto che sembra autobiografico ma che non è la mia biografia.
Ho raccontato di me per dire di voi nella convinzione che possiate riconoscervi in una vicenda altrui. Riconoscere, tornare a vedere alla luce dell’arte un brandello della propria esistenza.

Trentasei anni fa ho fatto uno spettacolo “A RINCORRERE IL SOLE”.
Parlavo del suicidio di un ragazzo e del tragitto verso quel suicidio.
Quel lavoro disperato, fatto in esilio, nell’istante in cui crollavano i nostri miti, mi salvò la vita.
Credevo di parlare dei miei amici suicidi e in realtà esorcizzavo il mio suicidio rannicchiato sotto le sconfitta di una generazione.
ERO forse cerca di chiudere quella parentesi aperta. Parlavo degli altri per riscattare me. Parlo di me per dire degli altri e forse riuscire ancora a riscattarmi.


Mi interessano le forme che il bene può assumere in arte senza essere noioso e retorico. Che la crudeltà e il male siano più interessanti del bene, in scena, non è una novità.
Ma che la crudeltà possa essere la forma in cui la pietà si esprime in arte non è automatico. È la responsabilità di creare il legame tra pietà a crudeltà.

César Brie.

 

 

 

 

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