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A Cantù le Sentinelle in piedi, domenica la manifestazione silenziosa in piazza Garibaldi

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Nel comasco tornano le Sentinelle in piedi. Domenica prossima, 24 gennaio, i sostenitori del movimento si ritroveranno in piazza Garibaldi, alle 11, a Cantù.  Una manifestazione “silenziosa” contro le unioni civili la loro, non priva di polemiche per chi non condivide le idee delle Sentinelle. L’ultima manifestazione nel comasco risale allo scorso ottobre a Como in piazza Martinelli.

Di seguito il comunicato inviato dal movimento:

“È slittato al 28 gennaio l’inizio dell’iter al Senato del testo sulle cosiddette “unioni civili”, un testo che viene presentato come uno strumento necessario a garantire dei diritti ad una supposta categoria di persone discriminate per il loro orientamento sessuale, ma che ha il solo obiettivo di legittimare il comportamento omosessuale. Infatti, in discussione non ci sono i diritti dei singoli all’interno di una coabitazione, o diritti di visita in ospedale, piuttosto che eredità da trasmettere a chi si crede più prossimo, tutto questo è già regolamentato dal diritto privato, ma il riconoscimento giuridico civile di diritti delle coppie dello stesso sesso. Dietro la pressione delle potentissime lobby Lgbt anche il Parlamento, dopo i mass media, i tribunali, la scuola e il pensiero dominante, sta per cedere alla pressione di una minoranza che chiede che venga riconosciuta una relazione sentimentale e sessuale tra persone dello stesso sesso e che la stessa venga equiparata al matrimonio. Ma una legge non renderà uguali due realtà differenti, poiché non è lo Stato a rendere unite due persone, non è l’uomo a decidere l’ordine della realtà. Esiste infatti la legge naturale che viene prima di ogni legge statale a cui il diritto civile di un governo democratico dovrebbe piegarsi per evitare il prevalere dell’opinione del più forte. Questa legge, riconoscibile nella realtà da ogni uomo di buona volontà con cuore e ragione, prevede che solo la donna e l’uomo siano complementari e potenzialmente fecondi. Dunque, qualunque cosa si opponga a ciò, fosse anche lo Stato, non può cambiare la realtà per cui nessuna relazione omosessuale porta a un’unione fisica organica potenzialmente procreativa che esige un impegno permanente ed esclusivo per raggiungere il suo scopo. Illudere che una legge possa rendere uguali due realtà differenti in nome di un “sentimento” è una presa in giro innanzitutto di chi crede, in questo modo, di trovare la felicità, ma soprattutto di chi comincerà a pensare che il matrimonio sia un istituto basato sulle emozioni o le preferenze sessuali, perdendo il senso dell’impegno permanente, della fedeltà e della responsabilità, vero scopo del matrimonio a garanzia della continuità delle generazioni. Questo dunque non è un dibattito sui diritti di una presunta minoranza discriminata, ma su un bene fondamentale della nostra società: la famiglia. La nostra Costituzione ri-conosce la famiglia (ovvero prende atto che esiste da prima della Carta) come cellula primaria della società poiché la stessa è l’unica che può educare, in un nucleo stabile, cittadini capaci di contribuire al bene comune e di accogliere la diversità, all’interno di un’unione fondata sulla differenza sessuale. La prova lampante che il ddl Cirinnà scardina il matrimonio e quindi la famiglia, è che la stessa apra la strada alla concezione del figlio come un diritto, come un oggetto. Se questo testo diventasse legge due persone adulte avrebbero il diritto, in funzione unicamente di un desiderio, di fabbricare un bambino con ovuli, utero e seme esterni, sfruttando il corpo di donne straniere (che avvenga a pagamento o meno, resta inaccettabile) di tornare in Italia e di vedersi riconosciuto quel bambino come figlio, quando figlio non è. Tutto questo avverrebbe ai danni dei più piccoli che non solo sarebbero strappati ai loro genitori biologici, ma verrebbero cresciuti in assenza della necessaria bipolarità sessuale del padre e della madre. Come abbiamo già detto, è chiaro che non basterebbe eliminare dal DDL la stepchild adoption, perché qualora il nostro paese varasse una legge sulle cosiddette “unioni civili”, anche senza adozione, l’Europa ce la imporrebbe (vedi la sentenza contro l’Austria) o lo farebbe la magistratura a colpi di sentenze. Inoltre, anche senza figli, queste unioni indebolirebbero l’istituto matrimoniale, svilendone il significato, facendo passare l’idea che il compito procreativo ed educativo sono solo delle opzioni. Ecco perché bisogna scendere in piazza. Se il ddl Cirinnà, come abbiamo detto, disintegra la società partendo dalla famiglia, la società intera è chiamata a dire no ed è chiamata a farlo nello spazio pubblico poiché questa legge riguarda chiunque sia figlio, fratello, padre, madre, amico. La famiglia non è una delle tante opzioni possibili per costruire la società, il matrimonio non è “una modalità di vivere l’amore”, il figlio non è mai un oggetto, l’amore non è una pulsione sessuale e la tendenza sessuale non definisce le persone. Ripetiamo, il matrimonio è una reciproca donazione, esclusiva, di un uomo e una donna che si compiono nell’apertura alla generazione ed educazione di nuove vite. Da Nord a Sud il popolo è pronto per ritrovarsi in piazza a Roma il prossimo 30 gennaio per la marcia organizzata dal Comitato Difendiamo i Nostri figli poiché, pur non avendo mezzi di comunicazione a disposizione, abbiamo il nostro corpo, la nostra faccia, e siamo pronti a giocarci per amore per l’uomo e per il Bene Comune. Siamo quindi pronti ad una nuova manifestazione nella capitale, ma intanto da Nord a Sud vegliamo nelle piazze italiane, lì dove viviamo, abitiamo, dove siamo chiamati a svegliare le coscienze di tutti coloro che ci stanno vicino”.

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