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Ricostruzione del cranio, al Sant’Anna interventi all’avanguardia (QUI I DETTAGLI)

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Una tecnica ad alta complessità che negli ultimi 15 anni ha permesso a molte persone di cambiare la propria aspettativa di vita. Grazie a software di ultima generazione e protesi in materiali biosimilari, con un approcio multidisciplinare, al Sant’Anna vengono eseguite ricostruzioni del cranio “su misura” per i singoli pazienti.

Interventi in grado di ridare il sorriso e la speranza a molte famiglie, come hanno raccontato oggi all’ospedale, proprio due giovani pazienti. Mattia Pezzoli e Paolo Marton (rispettivamenti di 33 e 22 anni)  a causa di due gravi traumi hanno dovuto affrontare un duro periodo di danni ossei e neurologici, ma grazie ad una serie di interventi eseguiti dall’equipe di esperti comasca, oggi possono avere una vita normale.

Una caduta da sei metri di altezza per Mattia e un investimento mentre era in sella alla bici per Paolo hanno interrotto una gioventù felice e spensierata. Mesi di ricoveri, di forti dolori e di inevitabili conseguenze psicologiche, ma sempre senza perdere mai la speranza e il sostegno della famiglia.

A illustrare i progressi in questa tecnica che prevede un approccio multidisciplinare e che oggi può cambiare in maniera significativa la vita dei pazienti che hanno subito, ad esempio, gravi traumi alla testa o interventi neurochirurgici per l’asportazione di tumori cerebrali, sono intervenuti Paolo Ronchi, primario della Chirurgia Maxillo-facciale insieme al chirurgo maxillo-facciale Andrea Di Francesco, il primario della Neurochirurgia Silvio Bellocchi, il primario della Chirurgia Plastica Leonardo Sartore insieme al collega Marco Sanna, il primario delle Malattie Infettive Domenico Santoro alla presenza del direttore generale Marco Onofri e del direttore sanitario Giuseppe Brazzoli.

Il cranio, infatti, ricopre una funzione molto importante: proteggere il cervello. Quando si rompe la teca cranica o la si deve rimuovere a seguito di un’operazione, il danno va riparato con la cranioplastica. Le cause possono essere eventi traumatici, patologie neoplastiche, infezioni o riassorbimenti ossei a seguito di riposizionamento di osso autologo, cioè prelevato dal paziente.

L’intervento

Si tratta di un intervento ad alta tecnologia finalizzato alla riparazione di un difetto strutturale o morfologico del cranio che viene eseguito anche nel presidio di via Ravona da un’ equipe formata da chirurghi maxillo-facciali, neurochirurghi, chirurghi plastici e che necessita di una stretta collaborazione anche con gli specialisti in Malattie Infettive per preparare adeguatamente il paziente all’impianto protesico, prevenire infezioni e il rigetto.

Grazie al posizionamento della protesi, come hanno messo in evidenza le storie di Mattia e di Paolo presentate oggi, i pazienti possono recuperare molto in termini di condizioni cliniche, qualità della vita e un risultato estetico non trascurabile per consentire loro una normale vita di relazione.

“In passato  – ha spiegato Andrea Di Francesco, chirurgo maxillo-facciale – i pazienti affetti da lesioni traumatiche estese o sottoposte a interventi neurochirurgici complessi erano persone allettate, non deambulanti, in alcuni casi neurolesi o in coma. Oggi l’evoluzione delle tecniche neurochirurgiche, la prevenzione e la celerità nei soccorsi determinano una riduzione degli esiti neurologici e rendono determinante la necessità di un’adeguata ricostruzione dei difetti ossei. Inoltre, è documentato che il posizionamento di protesi ricostruttive ha consentito di migliorare la sintomatologia che spesso caratterizza la vita di questi pazienti. Ad esempio, ridurre cefalee, crisi epilettiche, vertigini, alterazione del tono dell’umore nonché deficit cognitivi e motori”.

All’ospedale Sant’Anna, uno dei principali centri di riferimento in Italia, sono stati operati con questa tecnica 60 pazienti.

In Italia vengono effettuate ogni anno 1.500 craniotomie decompressive, con le quali si rimuovono una parte della calotta cranica, per trattare gravi traumi cranici in cui la teca rimane integra oppure si frammenta, gravi ictus cerebrali in cui si forma edema, neoplasie destruenti la teca cranica, infezioni. Di queste,  240 vengono eseguite con l’impianto di osso autologo, mentre 360 con ricostruzione cranica in 3D.

Come si diceva, si tratta di un’attività chirurgica che prevede un lavoro di équipe con molte specialità oltre alla Chirurgia Maxillo-facciale, in primis la Neurochirurgia.

“L’encefalo, cioè il cervello, è contenuto in una scatola chiusa denominata scatola cranica – ha evidenziato Silvio Bellocchi, primario della Neurochirurgia del Sant’Anna -. Nel corso di traumi cranici gravi si formano emorragie, contusioni e il cervello tende a gonfiarsi (edema cerebrale). In questi casi si posizionano alcune sonde  all’interno del cervello che registrano  i valori di pressione. Quando il valore della  pressione nel cervello supera i limiti fisiologici e non è più controllabile dalle terapie mediche rianimatorie, il neurochirurgo interviene asportando una parte della calotta cranica  al fine di ridurre la pressione intracranica e salvare la vita al paziente. La teca può essere successivamente ricostruita con osso autologo o materiale artificiale”.

Protesi “custom made”

Lo sviluppo della tecnica con protesi “custom made”, che in molti paesi è ormai il gold standard, è andato di pari passo con l’evoluzione dell’imaging radiologico: “Oggi si sottopone il paziente a una tac – ha aggiunto Di Francesco -, poi con un software si progetta la ricostruzione virtuale in 3D basandosi sulle immagini acquisite con la tac e si fa realizzare un cranio in resina, in modo che la simulazione sia la più reale possibile, e poi la protesi. Durante l’intervento, grazie a sofisticati strumenti di navigazione, la protesi si può posizionare con precisione millimetrica”.

Infatti, nel caso di interventi di tumori coinvolgenti la teca cranica, se indicato, si può effettuare l’intervento e la ricostruzione in una sola seduta, evitando al paziente un’altra operazione, un’altra anestesia e un altro ricovero.

I materiali utilizzati per le protesi sono biocompatibili e hanno alcuni vantaggi: assenza di citotossicità locale e sistemica e di reazione infiammatoria o da corpo estraneo, malleabilità e adattabilità, stabilità nel tempo della forma e dei volumi acquisiti, scarsa attitudine alla migrazione, estrusione od esposizione.

Il ruolo della Chirurgia Plastica

Per ottenere un’adeguata copertura cutanea delle protesi, la Chirurgia Plastica utilizza una tecnica di espansione tissutale mediante l’impiego di espansori cutanei.

“Tale tecnica – ha spiegato Leonardo Sartore, primario della Chirurgia Plastica – è stata utilizzata per la prima volta nel 1957 e grazie alla sua duttilità per la ricostruzione dei tessuti molli di differenti aree corporee si è consolidata nel tempo.

La tecnica consiste nel posizionamento di espansori  a livello sottocutaneo e il loro graduale riempimento con soluzione fisiologica sterile al fine di aumentare la disponibilità di tessuto cutaneo, sfruttandone l’elasticità. La cute espansa, una volta rimosso l’espansore, permette di allestire lembi per la copertura di vaste perdite di sostanza o di altri materiali protesici”.

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