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L'”Orfeo ed Euridice” di Brie in scena al San Teodoro riflette sul tema dell’eutanasia

“Era l’estate del ’93”.

“Io non ero ancora Orfeo”.

“Io non ero ancora Euridice”

Due ragazzi si incontrano, si amano. Poi tutto cambia. L’auto sbanda, finisce contro un lampione. Dentro Lei.

orfeo

Quella di “Orfeo ed Euridice” in scena al Teatro San Teodoro di Cantù venerdì 27 novembre alle ore 21.00, con testo e regia di César Brie, è una trasposizione della storia mitologica in chiave moderna, che vuole essere il pretesto per riflettere su temi controversi e dibattuti come quello dell’accanimento terapeutico e dell’eutanasia. L’ Euridice di Brie dopo l’incidente, come quella mitologica dopo il morso del serpente, è destinata al regno dell’Ade. Caronte ha preparato la barca per traghettarla al di là dello Stige, Ade e Persefone hanno già aperto le braccia per accoglierla. Ma Euridice non sale su quella barca, rimane a riva, in attesa. In un limbo che non la fa tornare al mondo dei vivi e non le concede di proseguire il viaggio nel mondo dei morti. La vita che ancora è in lei non le permette di oltrepassare il confine, ma la morte che la pervade non la riporterà più al mondo dei vivi. Perché per lei c’è ancora un filo che la tiene ancorata alla vita: ma non è un filo di speranza, è un filo elettrico. Quello dei macchinari ospedalieri che la tengono in vita, alimentati da un personale medico comunque consapevole che da quel coma non si tornerà più indietro.

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César Brie

E poi c’è Orfeo, che la ama ancora e tenta di dare a quella condizione una parvenza di normalità, parlando con la sua amata, aiutandola a compiere quei piccoli gesti quotidiani come lavarsi il viso. Ma la mente di Orfeo è costellata da una miriade di domande: “E se lei ritornasse? E se lei si svegliasse un giorno? E se un mattino aprisse gli occhi? Lasciarla andare significa ucciderla? O è lasciar andare la tua di speranza? Lasciarla andare significa ucciderla?”. Forse questo moderno Orfeo ama a tal punto la sua Euridice da desiderare di voltarsi come nel cammino mitologico e perderla per sempre; e voltarsi in questo caso significa staccare la spina.

César Brie non vuole dare risposte; con l’ausilio di due attori magistrali quali Giulia Viana e Giacomo Ferraù e di una scenografia essenziale vuole porre delle domande, degli interrogativi sull’amore, sulla vita e sulla morte, sulla capacità o meno di lasciar andare la persona amata, sui quali ciascuno potrà riflettere.

Al termine dello spettacolo Beppino Englaro, padre di Eluana, dialogherà con il pubblico affrontando il tema del diritto civile alla libera scelta. Englaro è diventato tristemente famoso, suo malgrado, per essere padre di Eluana, la cui storia sembra ricalcare quella dell’Euridice di Brie.

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Nel ’92 la ragazza fu vittima di un incidente che la ridusse in coma irreversibile. Suo padre, resosi conto della gravità della situazione della figlia, e consapevole che la figlia stessa non avrebbe mai accettato di vivere in uno stato vegetativo, diede il via ad una battaglia legale per veder riconosciuto il diritto alla libera scelta, cioè quella di di sospendere l’alimentazione artificiale che teneva in vita Eluana. Dopo anni di sentenze e ricorsi la Corte di Appello di Milano autorizzò Beppino Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere i trattamenti che tenevano in vita la figlia. Il protocollo venne attuato il 9 febbraio 2009. Englaro come un moderno Orfeo, che ama profondamente la propria Euridice, anche se in questo caso si tratta di amore paterno, da decidere che il gesto più grande che può fare nei suoi confronti è quello di dare lui stesso la moneta al traghettatore Caronte.

Ivana Rusconi

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